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Il Censis smonta i luoghi comuni: non bamboccioni ma penalizzati dal mondo del lavoro

Il Censis smonta i luoghi comuni: non bamboccioni ma penalizzati dal mondo del lavoro

Non è una generazione senza voglia, né priva di valori. È una generazione che osserva il mondo del lavoro con lucidità, ne intuisce le contraddizioni e paga il prezzo più alto di un sistema che promette poco e prepara peggio. I dati della prima indagine dell’Osservatorio Iride, realizzata da Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro, parlano chiaro e smontano una narrazione tossica che da anni accompagna il racconto dei giovani italiani. I ragazzi tra i 16 e i 19 anni vogliono confrontarsi con il lavoro, ma rifiutano l’idea che il lavoro debba coincidere con l’identità personale (63,3%). Non cercano scorciatoie, chiedono dignità. Non si accontentano di “un lavoro qualunque”, perché sanno che un’occupazione poco qualificata rischia di penalizzarli per tutta la vita. Vogliono autonomia, tempi sostenibili, contenuti interessanti, attività che abbiano senso. In altre parole: chiedono ciò che dovrebbe essere normale. Eppure, a fronte di questa consapevolezza, domina l’incertezza. Il 62,8% è preoccupato per il proprio futuro occupazionale. Non per pigrizia, ma perché il sistema che dovrebbe accompagnarli appare confuso, frammentato, spesso distante dalla realtà. Una scuola che parla poco il linguaggio del lavoro, un orientamento debole, strumenti educativi non sempre all’altezza di un contesto che cambia rapidamente. Il paradosso è evidente: mentre cresce la paura, cresce anche il desiderio di proseguire gli studi. I ragazzi non fuggono dalla complessità, anzi chiedono più competenze pratiche, più connessioni con il mondo reale, più chiarezza sulle opportunità. Ma a questa domanda non corrisponde un’offerta adeguata. Troppo spesso il passaggio tra scuola e lavoro resta un salto nel vuoto. Le priorità dichiarate dai giovani raccontano un’altra verità ignorata: il 91,6% vuole un lavoro che piaccia, l’89,6% desidera successo professionale, l’88,7% una vita soddisfacente, il 74,1% vuole fare la differenza nel mondo. Non è idealismo ingenuo: è una richiesta di senso, in una società che ha reso il lavoro instabile, precario, spesso povero di prospettive. E allora la domanda diventa inevitabile: chi sta davvero fallendo? Non i ragazzi, che mostrano lucidità, impegno e volontà. Fallisce un sistema che continua a definirli “bamboccioni” mentre li lascia soli davanti a scelte decisive. Fallisce una politica che invoca il merito senza costruire le condizioni per esercitarlo. Fallisce un’alleanza scuola-lavoro che, salvo esperienze virtuose, resta più uno slogan che una realtà strutturata. Come ha ricordato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, occorre spiegare ai giovani le opportunità del nuovo sistema formativo. Ma spiegare non basta: serve rendere quelle opportunità concrete, accessibili, credibili. Serve ascoltare davvero lo sguardo dei ragazzi, come prova a fare l’Osservatorio Iride, e smettere di parlare di loro senza di loro. Questa non è solo un’analisi, è una denuncia. Perché una generazione che vuole costruire il proprio futuro non può essere lasciata nell’incertezza permanente. La responsabilità è collettiva: adulti, educatori, istituzioni, decisori politici. I ragazzi hanno fatto la loro parte. Ora tocca al Paese dimostrare di meritare il loro impegno.

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