IL MATTINO
Personaggi pop/3
20.01.2026 - 11:55
Ci sono fotografie che si guardano.
E poi ci sono fotografie che ti guardano indietro.
Quelle di Sebastião Salgado appartengono a questa seconda specie rara, scomoda, necessaria.
Entrare nel suo lavoro oggi, significa fare un’esperienza controcorrente.
Non perché sia difficile, ma perché richiede qualcosa che abbiamo quasi disimparato: la disponibilità emotiva.
La capacità di stare.
Di non scorrere. Di non giudicare subito. Di accettare che una fotografia non sia una risposta, ma una domanda lasciata aperta.
Nel nostro tempo ipervisivo, l’immagine è diventata una superficie liscia, immediata, usa e getta.
Ma la fotografia, quella vera, non è mai immediata.
È lenta.
Stratificata.
È un ritratto senza parole, e come ogni ritratto autentico pretende empatia, intelligenza emotiva, responsabilità dello sguardo.
Salgado ha costruito tutta la sua opera su questa richiesta silenziosa.
Sebastião Salgado nasce lontano dall’arte. Nasce in Brasile, in una terra dove la natura non è ornamento ma presenza fisica, quasi ingombrante.
Studia economia, non fotografia.
Analizza sistemi, flussi, disuguaglianze.
Ma proprio lì, nel cuore dei numeri, avverte una mancanza insanabile e cioè che i dati non respirano.
Non hanno volto.
Non hanno pelle.
Non hanno occhi che ti restituiscono lo sguardo.
La fotografia entra nella sua vita come uno strumento di verità, non di espressione personale.
Non cerca di “diventare artista”.
Cerca di capire il mondo.
E capisce presto che per comprenderlo davvero bisogna sporcarsi, stancarsi, condividere il tempo di chi vive le condizioni che lui vuole raccontare.
I suoi primi grandi lavori sono immersioni totali.
"Workers" non è un catalogo di mestieri: è un’epopea del corpo umano.
Il lavoro, nelle sue immagini, non è mai astratto.
È gesto. Ripetizione.
Fatica sedimentata.
Gli uomini delle miniere di Serra Pelada sembrano emergere da un tempo mitologico, come figure scolpite nel fango e nel sudore. Non sono vittime, non sono eroi, sono esseri umani colti nel punto esatto in cui la dignità resiste alla devastazione.
Con "Migrations" lo sguardo si allarga. Il singolo corpo diventa moltitudine. Il movimento umano attraversa confini, deserti, mari. Non ci sono eventi, non ci sono notizie: c’è una condizione permanente.
Le sue folle non sono anonime.
Ogni volto è leggibile, ogni passo pesa. Guardare queste immagini oggi significa capire quanto poco siamo cambiati, e quanto poco abbiamo imparato.
Ma questo sguardo totale ha un costo.
Salgado lo paga nel corpo e nell’anima.
Dopo anni trascorsi a guardare la sofferenza, la distruzione, l’ingiustizia, qualcosa si rompe.
La fotografia, che era stata strumento di comprensione, rischia di diventare ferita aperta.
È allora che avviene la svolta più radicale della sua vita, quella meno fotografata e forse più importante.
Ed è qui che arrivano le balene
Nel film "Il sale della terra", diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, c’è un momento che chiarisce tutto.
Non con le parole, ma con il suono. Il respiro delle balene.
Profondo.
Lento.
Immenso.
In quel respiro si sente l’oceano intero.
Non è un effetto.
È una rivelazione.
Le fotografie delle balene di Salgado non sono immagini naturalistiche.
Sono ritratti cosmici.
Quando una balena emerge e soffia, quel gesto diventa il battito del pianeta.
Guardando quella fotografia non vedi solo ciò che accade, lo senti nel petto.
Il mare non è sfondo. È corpo. È polmone. È tempo.
Eppure, Salgado ha dei detrattori.
C’è chi lo accusa di estetizzare il dolore.
Di rendere “bello” ciò che è tragico.
Di usare una composizione troppo perfetta.
Ma queste critiche spesso nascono da un fraintendimento profondo, confondono la bellezza con l’abbellimento.
Salgado non abbellisce.
Rende visibile.
E la visibilità, quando è onesta, può essere insopportabilmente bella e terribile allo stesso tempo.
La bellezza nelle sue immagini non cancella il dolore, lo rende ineludibile.
Ti costringe a guardare.
A restare.
A sentire.
Ed è questo che rimane, al di là di ogni polemica, Salgado ha fotografato il flusso vitale.
Ovunque.
Nell’uomo, nella terra, negli animali, nei mari. Ha mostrato che tutto è connesso dal medesimo respiro.
E che lo sguardo, se è autentico, può ancora essere un atto di cura.
Le sue mostre non sono un archivio.
Sono un organismo vivo.
Ti attraversa.
Ti misura.
Ti chiede se sei ancora capace di guardare senza difenderti.
Senza scappare.
Perché una fotografia, quando è vera, non si limita a mostrare il mondo.
Ti chiede che posto occupi tu, dentro quel respiro.
Nota a piè di pagina
«La fotografia è la mia vita», ha detto Salgado. Ma sarebbe più giusto dire che la fotografia è stato il suo modo di restare fedele alla vita. Non di dominarla, non di possederla, ma di ascoltarla.
Guardando il suo lavoro si capisce che fotografare non è catturare un istante, ma concedergli il tempo di esistere.
Le sue immagini non sono rapide, sono profonde.
Come l’aria trattenuta nei polmoni prima di un’immersione.
Nel respiro delle balene, nel silenzio delle foreste rifondate, nei volti segnati dei lavoratori.
Salgado ci ha lasciato una lezione semplice e difficilissima: non possiamo salvare ciò che non siamo capaci di sentire.
E forse il senso ultimo del suo lavoro è proprio questo, averci ricordato che il mondo non chiede di essere spiegato, ma ascoltato.
E che finché qualcuno saprà ancora sentire il suo respiro, ci sarà speranza.
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