IL MATTINO
lettere alla redazione
01.09.2025 - 11:35
«In questi giorni l’Università degli Studi della Basilicata è finita ancora una volta al centro di critiche e polemiche. Si parla di fuga dei cervelli, di scarso appeal, della difficoltà ad essere realmente attrattiva. Non è la prima volta che sento queste accuse e, da ex studente dell’Unibas, non posso far finta di nulla: alcune di queste osservazioni sono fondate e ignorarle significherebbe essere complici di un immobilismo che da troppi anni pesa sull’Ateneo. L’Unibas ha una burocrazia lenta e spesso incomprensibile, che scoraggia anziché accompagnare lo studente. I servizi, pur presenti, non sempre sono all’altezza di un’università che ambisce ad essere moderna e inclusiva. Ci sono docenti motivati e preparati che quotidianamente portano avanti la didattica e la ricerca con passione e determinazione, ma ci sono anche sacche di baronato che continuano ad esercitare un potere soffocante, difendendo piccoli feudi personali a svantaggio di una comunità accademica aperta e innovativa.
Chi conosce davvero l’Unibas sa bene che esistono gruppi e lobby interne di studenti ed ex studenti che, negli anni, hanno costruito carriere e rendite di posizione sfruttando la vicinanza a certi ambienti di potere. È un sistema autoreferenziale che premia la fedeltà anziché il merito, che spesso trasforma l’Università in una macchina di consenso e di relazioni più che in un laboratorio di conoscenza. Sono dinamiche incancrenite, difficili da scardinare, ma non per questo meno gravi.
Tutto ciò ha un prezzo: la perdita di competitività di un Ateneo che pure ha intelligenze e risorse per fare di più e meglio unitamente alla frustrazione di chi resta e vede bloccate le proprie possibilità di crescita. Eppure, nonostante queste ombre, l’Unibas resta un presidio fondamentale per la Basilicata. Lo voglio ribadire con forza: senza l’Università della Basilicata questo territorio sarebbe più povero, culturalmente ed economicamente. Molti dimenticano che l’Unibas è stata ed è l’unica opportunità concreta di istruzione universitaria per migliaia di giovani lucani. Con un ceto medio ormai fragile, impoverito e spesso escluso dalle agevolazioni fiscali destinate ai redditi più bassi, non tutti possono permettersi di studiare a Roma, a Milano o a Bologna. Non tutti possono sostenere i costi di una vita fuori regione, anche se meriterebbero per capacità e impegno. Per tanti ragazzi e ragazze, l’Unibas è stata la porta d’accesso alla cultura, ad un percorso di riscatto personale e familiare. Perciò bisogna dirlo apertamente e senza troppi giri di parole: giù le mani dall'Unibas.
Io stesso ho partecipato a momenti che hanno segnato la storia dell’Ateneo. C’ero quando la senatrice Liliana Segre ricevette la laurea honoris causa e ricordò quanto sia essenziale lo studio e la formazione per alimentare un pensiero critico e indipendente, capace di opporsi ad ogni forma di discriminazione e intolleranza. E ricordo le parole del Capo dello Stato Sergio Mattarella, in occasione dei 40 anni dell’Unibas: i piccoli Atenei devono essere sostenuti, messi in rete, integrati con il tessuto sociale ed economico dei territori. A queste parole bisogna dare un seguito reale e concreto. Ecco perché credo che la vera sfida non sia demolire o sparare a zero. Servono coraggio e responsabilità per semplificare le procedure, riorganizzare i servizi, aprire spazi di partecipazione reale e trasparente, scardinare quelle sacche di potere asfissiante che ancora oggi pesano come macigni. Serve un impegno collettivo per rompere alcuni schemi e per premiare davvero il merito, la competenza, la qualità della ricerca e della didattica. Serve un metodo di promozione davvero efficace e ponderato ed un costante lavoro nelle scuole superiori.
Allo stesso tempo, serve una presa di coscienza del territorio: l’Università non può essere un corpo estraneo, ma deve vivere in simbiosi con la comunità, con le imprese, con le istituzioni locali. Solo così potrà attrarre, trattenere e restituire valore. L’Unibas ha bisogno di rinnovarsi, certo. Ha bisogno di migliorare, di crescere, di liberarsi dalle catene interne che ne frenano lo sviluppo. Ma guai a pensare che possa essere sacrificata o marginalizzata. Perché l’Unibas è e resta un presidio. Un presidio culturale, un presidio di speranza, un presidio di riscatto per un’intera regione che ha vissuto la fame, la povertà e la piaga della scarsa alfabetizzazione. Per questo, da ex studente, sento il dovere di dire con chiarezza: chi può riconosca i problemi, chi può abbia una reale visione strategica da qui a 15 anni. Chi può affronti il dossier Unibas con serietà e senza ipocrisie. Noi non possiamo fare altro che difendere la nostra Università. Perché senza di essa la Basilicata avrebbe meno futuro. Giù le mani dall’Unibas».
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