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I pensieri dell'Altrove

Novembre unto di primi incontri solo con gli occhi e passi leggeri con le scarpine blu

Era tutto sospeso e quasi intimamente dolce, come i miei anni e le mie visioni, le mie domeniche senza la scuola e le mie devote malinconie.

Novembre unto di primi incontri solo con gli occhi e passi leggeri con le scarpine blu

Franco Cioni, "Opposizioni", olio su tela (galleria Piziarte.net)

Da tre giorni era cambiato il vento e la sua direzione. Aveva strappato le ultime foglie e le aveva raccolte in un mucchio umido in un angolo del marciapiede. I vetri erano sporchi di pioggia sabbiosa, quella polvere sottile che arriva da sud ovest. Dopo tre giorni di venti insolenti era arrivata la nebbia. Nel bar che poi era una osteria che poi era una casa, quattro uomini giocavano a stoppa. Le sedie di legno scuro, sbilenche e graffiate dall’uso e dal tempo, il tavolo impregnato di odori e di mani; le carte consumate, docili e scivolose. Ognuna una storia di vittoria o di avvilita sconfitta, ognuna il suo nome e la sua vendetta. Due dei quattro uomini giocavano tenendo il cappello sulla testa ed il cappotto addosso, la concentrazione sul gioco e sul danaro allontanava i corpi dalla percezione climatica della stanza, e in realtà non si capiva bene se a porta aperta facesse freddissimo o a porta chiusa fosse caldissimo. Sul tavolino quattro bicchieri, di quelli tozzi e grossolani, il vetro spesso e opaco. Nel corso del tempo avevano avuto una sola ed assidua frequentazione, quella del vino, ed erano così tanto educati ad essere abitati dal vino che nel vetro si scorgeva, anche da vuoti, l’ombra viola dell’aglianico del padrone dell’osteria. Quattro bicchieri, una bottiglia, due cappelli, due cappotti, quaranta carte e centinaia di mozziconi di sigarette sparsi in portaceneri di fortuna. In questi luoghi si usava così, il fumo come parola, o come silenzio, ma inevitabilmente il fumo come costante testimone di celebrazioni comunitarie, complici e ludiche. Portaceneri usati con la stessa familiarità con cui oggi noi usiamo gli smartphone, portati ovunque, quasi addosso. Strapieni, colmi di polvere e di fiati, di impronte e di vizi. Nei luoghi delle consuetudini elettive dei maschi, più si respira fumo denso più si manifestano progetti e si consolida il valore del corporativismo. In un angolo della stanza della casa-osteria, dopo il bancone con il marmo scheggiato dagli urti e in parte corroso dall’abitudine al vino, un camino. Grande, imponente, quasi una caverna per animali antichi. Su una griglia affumicata una manciata di castagne ormai carbonizzate e rinsecchite. Il fuoco acceso allontanava i fantasmi delle solitudini, dava conforto ai bicchieri vuoti, scaldava la mani ruvide e umanizzava le carte unte, proprio come un amico venuto da lontano a portare la generosità di un abbraccio caldo per tutti. Fuori, dopo il vento da sud ovest, la nebbia. Fitta, pesante, densa. E a pensarci bene, era tutto un nebuloso filo continuo fra il dentro ed il fuori, fra il fumo di un camino con la bocca grande e quello delle sigarette rollate a mano, fra l’aria malsana, satura di umori selvatici e l’opacità ostinata di un cielo caduto a terra e diventato grigio. Grigio fumo, appunto. Eppure, era tutto stranamente e incredibilmente innocuo, antico, naturale. Rurale e comunitario, consueto. Era tutto sospeso e quasi intimamente dolce, come i miei anni e le mie visioni, le mie domeniche senza la scuola e le mie devote malinconie. Era l’odore delle cose dei grandi, la nebbia dei segreti del futuro. Era il tempo delle prime rabbie nascoste bene sotto i cappotti, i primi incontri solo con gli occhi e i passi leggeri con le scarpine blu. Era novembre. 

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Mariantonietta Ippolito

Mariantonietta Ippolito

Il pensiero è la forma più inviolabile e libera che un individuo possa avere. Il pensiero è espressione di verità, di crudezza, di amore. Quando il pensiero diventa parola il rischio della contaminazione della sua autenticità è alto. La scrittura, invece, lo assottiglia, ma non lo violenta. Io amo la scrittura, quella asciutta, un po’ spigolosa, quella che va per sottrazioni e non per addizioni. Quella che mi rappresenta e mi assomiglia, quella che proverò a proporre qui. Dal mondo di “Kabul” al vasto mondo dei pensieri dell’”altrove”.

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