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Controverso

Foggia, Viale Giotto 120

Quella notte, il giorno seguente, e l’altro ancora non ero mai riuscita a guardare con i miei occhi la voragine che s’era aperta, il cumulo di macerie, le mani che scavavano, le fotoelettriche, il caos.

Viale Giotto, la paura e la follia

Le macerie del crollo in Viale Giotto

Il nome, i nomi, dicevano tanto e niente finché non misi insieme, non ricostruii l’origine, la famiglia, l’insieme.

Quell’agenda grigia, con i nomi delle vittime segnati in tutta fretta in ordine cronologico - cioè così come arrivate all’obitorio - l’ho strappata solo quattro anni fa.  Accanto ad ogni nome era segnata l’età ed una sorta di mappa della famiglia, delle famiglie. Ogni volta che la riaprivo, s’affacciava una sola immagine. Non dirò mai quale. Per rispetto, addirittura per amore di chi non ho, non avevo conosciuto. Quella notte, il giorno seguente, e l’altro ancora  non ero mai riuscita a guardare con i miei occhi la voragine che s’era aperta, il cumulo di macerie, le mani che scavavano, le fotoelettriche, il caos. Viale Giotto, civico 120, era un luogo che non potevo, non riuscivo ad immaginare. Ero, così si dice, di servizio in ospedale, per me - purtroppo - all’obitorio.  Si aspettava quell’ambulanza a sirene spiegate che, però, non arrivava mai. Erano tutte silenziose. Se avessero potuto anche a fari spenti di notte. Così capivi che quel viaggio era finito, nessuna speranza, solo un marmo. Così decine e decine di volte.  Ero già stata in un obitorio, ma quel che ho visto in quei giorni è qualcosa che non rivedrò mai più.  Una speranza, questa.  Entrai, intrufolandomi pudica, seguendo, inseguendo Salvatore Distaso. Era il Presidente della Regione.  Nessuna parola, nessuno sguardo di troppo. Non si sapeva dove guardare, soprattutto perché.  Ma, quell’immagine è ben fissa nella memoria. Per me viale Giotto 120 è tutto lì.  Capii, solo dopo, chi avevo avuto l’onore di conoscere, indifeso su un marmo, spoglio di ogni dignità, anche se quei corpi allineati sembrava la stessero urlando. Il nome, i nomi, dicevano tanto e niente finché non misi insieme, non ricostruii l’origine, la famiglia, l’insieme. E la cosa bella, in tanto dolore e silenzio, è che per quella famiglia la vita sarebbe continuata, non sarebbe finita. Qualcuno si era salvato.  Inutile dire chi, serve davvero a poco. Era la vita che vinceva sulla morte. Non ricordo bene quanti giorni sia stata lì, ricordo tanto dolore ma anche compostezza,  la forza che ha l’incredulità di zittire e ovattare anche il pianto più disperato. Non si riesce a dire quel che si prova oggi scavando nei ricordi, che si è provato 18 anni fa mentre si era al lavoro e si tentava di farlo in punta di piedi.  Poi l’ultima immagine…il corteo dei carri funebri in viaggio verso la fiera. La città spenta, tramortita, messa a nudo di fronte alla tragedia. Il resto parla di indagini, di colpe, di responsabilità, di tutto quel che segue. È cronaca. 67 vittime. 

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Daniela Eronia

Daniela Eronia

Di me hanno detto che sono stata una giornalista molto scomoda, poi un'imprenditrice troppo intraprendente. È così: quando una donna si dedica con passione alla città che ama, per renderla migliore, finisce con il creare inquietudini. Per aggiungerne qualcuna in più, torno a scrivere, nel solito mondo. A volte sarà irriverente, altre dissacrante. Sicuramente "controverso". Comunque, se vi fa piacere deciderete voi.

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