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La riflessione

La libertà dal crimine dobbiamo conquistarcela

La crisi morale ed economica in cui versiamo ha radici più profonde e lontane; la nostra comunità ha progressivamente perso i propri riferimenti identitari, finendo con il disgregarsi fino a perdere la possibilità di autodeterminarsi.

La libertà dal crimine dobbiamo conquistarcela

La morale che oggi ci viene fatta da monsignor Pelvi a me suona come una presa di distanza, un’estraneità di fondo a quello che dovrebbe essere il suo gregge pastorale. La carenza di classe dirigente è lampante, ma queste non piovono dal cielo, sono sempre figlie del territorio: se questo è povero e privo di una visione, la classe dirigente non può essere diversa. Basta invettive e distinguo. Le opportunità non mancano a questa che era e rimane potenzialmente la “California d’Europa”, tornando ad essere una comunità coesa, con una propria identità ed una propria visione del futuro. La libertà, dal crimine e dalla povertà, non ce la regalerà nessuno.

Caro Direttore,

ho letto con grande interesse l’articolo di Davide Grittani sulla catena di episodi criminali che investe Foggia e la tua lucida risposta, che ha il merito di richiamare l’attenzione su quanto di buono invece si trovi e di indicare una possibile via di uscita. Grittani è giornalista colto per il quale nutro profonda e sincera stima, ma questa volta non condivido la sua analisi; la sua amarezza lo porta ad una condanna senza appello di questa città, descritta però attraverso logori stereotipi di classe. Una condanna senza proporre una qualche soluzione, una condanna dalla quale sembra autoescludersi per il sol fatto di aver denunciato le colpe “della gente perbene”. Foggia e la Capitanata con tutta evidenza stanno vivendo uno dei momenti più scuri della loro millenaria storia e nessuno di noi può chiamarsi fuori. Io sarò in strada per la manifestazione indetta da Libera a testimoniare con forza la richiesta di sicurezza e di legalità (dire ordine sembrerebbe troppo reazionario) e soprattutto per riappropriarmi della mia città, ma non basta. Avrei sperato che partiti e pesciolini vari si astenessero da una partecipazione chiaramente strumentale e non per quel diffuso e giustificato sentimento di antipolitica, ma perché i partiti – soprattutto quelli governativi – hanno il dovere di dare risposte ai cittadini e non possono mischiarsi a chi eleva sacrosante richieste e proteste; altrimenti si confondono i ruoli e si rende sterile la manifestazione. La crisi morale ed economica in cui versiamo ha radici più profonde e lontane; la nostra comunità ha progressivamente perso i propri riferimenti identitari, finendo con il disgregarsi fino a perdere la possibilità di autodeterminarsi. Si iniziò distruggendo la zootecnia, pagando per abbattere i capi di bestiame, con il risultato di spopolare pascoli e paesi del Subappennino e di cancellare la Fiera, nostro orgoglio e vanto; oggi importiamo carne e latte.  E’ stato chiuso lo zuccherificio, cancellando le residue speranze di costruire una filiera agro-alimentare eterna chimera del Tavoliere: oggi importiamo zucchero. Sono state chiuse e trasferite le Grandi Officine delle Ferrovie dello Stato ed oggi si realizza un “baffo” per saltare quello che è sempre stato il più grande snodo ferroviario del Meridione. E’ stata depotenziata la Cartiera, perfino la gestione dei rifiuti ci è stata tolta e paghiamo Bari senza che una sola delle promesse di modernizzazione sia stata mantenuta. Sono state bloccate le assunzioni del pubblico impiego, in nome del famigerato “Patto di stabilità”.  Le politiche europee negli ultimi decenni ci hanno devastato a tutto vantaggio dei paesi del centro-nord del continente; oggi ci accusano di non saper utilizzare le risorse dei vari Fondi, come dire che dopo aver ucciso il cavallo lo si rimprovera di non mangiare più la biada! Per non parlare di come sia stato cancellato l’impero di Casillo, con un’operazione che dire preparata a tavolino è forse più di un sospetto, gettando in un coma quasi irreversibile la fragile economia di Capitanata. E come tacere l’atteggiamento dei vertici religiosi, vagamente spocchioso e sprezzante, nei confronti del genuino sentimento religioso della città che si esprime nella processione del Venerdì Santo. La morale che oggi ci viene fatta da monsignor Pelvi a me suona come una presa di distanza, un’estraneità di fondo a quello che dovrebbe essere il suo gregge pastorale. E che dire dell’Università i cui “docenti non vivono qui”,  motivo per cui non è diventata lievito civile e culturale e rimane ancora come un corpo estraneo alla città. Il comun denominatore di tutte queste condizioni è l’esproprio della nostra ricchezza e della nostra identità. Un processo accentuato dal passaggio dalla mega circoscrizione camerale Foggia-Bari, che pur ci vedeva penalizzati, alle autonomie locali  regionali dove contiamo sempre più spesso meno di niente. Io prendo ad esempio il Salento, terra speculare alla nostra, che deve la sua fortuna ad aver saputo fare squadra oltre ogni distinzione di colore, impedendo ad “estranei” di arrivare  a comandarli. Noi, invece, siamo quasi ovunque eterodiretti da chi ovviamente non ha a cuore le sorti di questa comunità, nonostante qualche lodevole eccezione. Questa debolezza, la facilità con cui ci siamo lasciati conquistare è la nostra colpa: del resto, il foggiano non è per definizione “amico dei forestieri”?  La carenza di classe dirigente è lampante, ma queste non piovono dal cielo, sono sempre figlie del territorio: se questo è povero e privo di una visione, la classe dirigente non può essere diversa. Non sono turbato dalle offese gratuite di un guitto da avanspettacolo, assurto a moderno demiurgo di una sociologia da discount, né da quelle di un bolso signorotto benvestito e dall’italiano forbito, nonostante sia un valligiano bergamasco. Questi figuri semplicemente non esistono, ma non posso accettare l’attacco alla mia identità che devo salvaguardare e recuperare. A partire dai tanti esempi positivi che tu, Direttore, hai ricordato. Agli uomini e alle donne di intelletto di questa nostra terra chiedo di non rifugiarsi in uno sterile nihilismo, ma di riaprire il dibattito sullo sviluppo inceppato della Capitanata, di ricostruire le ragioni dello stare insieme, di riappropriarci del diritto di raccontarci e di dirigerci da soli. La prima risposta alla criminalità non può che venire dallo Stato e dobbiamo reclamarla con forza; ma noi siamo chiamati a ricreare il senso civico, la cui carenza è l’altra drammatica emergenza della nostra comunità. Siamo tutti chiamati a lottare, al duro impegno personale quotidiano, da te Direttore giustamente richiamato; ma dobbiamo farlo insieme, da squadra, con fantasia e coraggio. Basta invettive e distinguo. Le opportunità non mancano a questa che era e rimane potenzialmente la “California d’Europa”, tornando ad essere una comunità coesa, con una propria identità ed una propria visione del futuro. La libertà, dal crimine e dalla povertà, non ce la regalerà nessuno.

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