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RECENSIONE

Morfeo, un noir sospeso tra atmosfere oniriche e surreali

Antiche maledizioni, un lacerante tormento interiore sono gli ingredienti di questo romanzo di Francesco Gitto

Morfeo, un noir sospeso tra atmosfere oniriche e surreali

F. Gitto, Morfeo, Bastogi, Foggia 2004 (176 pp.) – Questo primo romanzo di Francesco Gitto non è facilmente classificabile: inizialmente si presenta come un thriller dal sapore gotico, intriso di elementi che rimandano alle novelle di Edgar Allan Poe; man mano che ci addentriamo nella storia l’intreccio del racconto è sempre più cosparso di elementi simbolici che si configurano come anticipazioni o chiavi di lettura implicite fornite al lettore. Morfeo, il protagonista, rinvia già nel nome ad un’atmosfera di ‘sogno’ (nomen-omen avrebbero detto i latini) e di sospensione, ad una dimensione in cui reale e surreale si mescolano, così come ego e Morfeo. Oltre alle suggestioni della narrativa noir americana – più o meno volute – forti sono anche i rimandi biblici, sebbene la sfera religiosa sia poco presente salvo alcune eccezioni (frate Vincenzo, il priore del Convento), che però nulla possono verso forze più ‘alte’, più occulte e arcane. Quella di Morfeo Maria IV Totig (anagramma del cognome Gitto) è la sua personale battaglia contro gli Inferi che pervadono la storia della sua stirpe.

L’incipit del racconto («Ma sotto quella montagna di cenere una fiamma bruciava. Gli abitanti del paese si sbagliarono: avevano bruciato il suo corpo ma la sua anima era ancora viva. […] Qualcuno, prima o poi, avrebbe riaperto quel varco. Qualcuno un giorno avrebbe spalancato la porta» pag. 13) rinvia fortemente alla scena iniziale del film La città dei mostri (1963) di Roger Corman (che si rifà a sua volta all’omonima poesia di Poe e al racconto Il caso di Charles Dexter Ward di H.P. Lowecraft); così come la casa, intesa come ‘prigione’ dell’anima, richiama alla mente La caduta della casa degli Usher; una volta entrato Morfeo non ne uscirà più. Il presagio di sventura è contenuto già nella casistica di elementi noir del viaggio: una “notte d’autunno”, “le 4.00 di notte”, la “luna piena”, il “17 novembre”, la presenza di una civetta che sembra seguirlo (elemento che nelle credenze popolari è associato all’idea di una morte prossima); cattivi presagi sia nella simbologia antica (il poeta latino Giovenale ammoniva a non intraprendere mai un viaggio di notte!) sia moderna (si pensi al numero 17!). Inoltre il viaggio dura sei ore, precisamente dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio; tutti numeri multipli di tre, che rinviano al lungo calvario – dall’ora terza all’ora nona – di Cristo, che a sua volta si configura come un’anticipazione del lungo calvario che Morfeo affronterà nei prossimi trentasei giorni (ancora un multiplo di tre!): dal 17 novembre al 22 dicembre.

Vincente la scelta di condurre il racconto in forma diaristica, documentando giorno per giorno le attività, le visioni, le sensazioni di Morfeo. Il diario si rivela, infatti (al di là della funzione narrativa), uno strumento atto ad impedire al protagonista di impazzire, consentendogli di cercare di discernere ciò che solo lui vede e ciò che vedono anche gli altri. Come per la Casa degli Usher gli avi di Morfeo furono folli assassini e torturatori del XVI secolo; il loro sangue scorre nelle vene di Morfeo, del sangue delle loro vittime è intrisa invece la casa. Sotto questo aspetto casa Totig è ‘viva’, le sue fondamenta sono fatte di grida, lamenti, lacrime.

Dietro il mistero che avvolge villa e paese corre in parallelo la vicenda personale di Morfeo: la sua ‘malattia’ sconosciuta, la sua paura di non essere capito, il suo bisogno disperato d’amore; un amore che troverà solo tra le braccia di un essere ultraterreno, come un destino racchiuso nel nome. Morfeo non è di questo mondo; vive in questo mondo ma il suo spirito è altrove.

Quello di Gitto è dunque un libro che parla di anime: «Anima che oscilla nel Limbo. Anime che vacillano tra la Vita e la Morte. Ma che cosa sarà mai la Vita? Ma che cosa sarà mai la Morte?» (pag. 103). Non sveliamo il finale ma possiamo dire che anche le scene che preludono alla conclusione sono dense di simboli: la particolare festa pagano-cristiana dove Morfeo incontra una strana ‘maschera’ (quasi, ancora una volta, un rinvio/omaggio a Poe: La maschera della morte rossa), così come il duello tra cavalieri, che ha un sapore vagamente apocalittico (si pensi ai quattro cavalieri di Apocalisse 6), tra i quali si fa strada anche qui una “donna vestita di sole” (ben diversa tuttavia da quella di Ap. 12 che pure riecheggia), l’unica figura chiara e luminosa di tutto il racconto. Chi è questa donna? Cosa rappresenta? Soprattutto, cosa scoprirà Morfeo nelle segrete della villa? Buona lettura!

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