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Georges Simenon e il peso materiale della scrittura

Georges Simenon e il peso materiale della scrittura

Georges Simenon, a differenza di Patricia Highsmith, le riflessioni su se stesso, e sulla sua vita, non le ha lasciate nei diari ma ha scritto un’autobiografia, pubblicata in Italia da Adelphi con il titolo “Memorie intime”, un libro che scartavetra la sua opera mettendola sullo sfondo, dando risalto alla vita e agli affetti tormentati dello scrittore. Il pretesto per la scrittura del libro è la lettera che la figlia gli scrive poco prima di usare contro di sé una calibro 22, tanto che insieme alle memorie intime, il titolo è suo, c'è posto anche per le “Livre di Marie-Jo”, un diario della ragazza, riportato per la prima volta in versione integrale, dopo che l’ex moglie di Georges Simenon aveva ottenuto dai giudici che venissero eliminate delle pagine.
Quello che ne viene fuori è un carteggio tra finzione e realtà, carteggio che ribalta totalmente i piani interpretativi su Georges Simenon, al punto che diventa più utile partire dalla lettura di questo carteggio per poi attraversare, in maniera più consapevole, tutto il resto della sua produzione letteraria, perché il carteggio ci dà la misura della complessità umana della sua opera.
Era un viaggiatore Georges Simenon, non c’era luogo da lui narrato che non avesse visitato.
Un uomo esuberante e compulsivo che trovava nelle sue matite tutte appuntite e nelle sue storie un verso raziocinante. Questa sua compulsione, compulsione che gli rendeva facile scrivere, era la sua condanna, come se non fosse possibile per un autore di valore produrre anche in quantità industriali.
Una perplessità che fa sorridere e che dimostra come la scrittura e la bravura siano sconosciute non solo al grande pubblico ma anche a chi di mestiere se ne occupa.
E sì perché la bravura di Georges Simenon, la sua perfetta aderenza alla scrittura e a una vita non da emarginato, lo rendevano meno interessante da un punto di vista letterario, tanto da farlo sembrare semplice, come se la semplicità non fosse il più grande e complesso artificio del vivere e quindi della scrittura stessa.
Avere l’elenco del telefono come punto di partenza per dare vita a personaggi letterari ci dice già che Georges Simenon metteva l'uomo al centro di ogni sua opera, ed è all'uomo che consegna le chiavi di tutte le porte dell'agire, uomo che ha in Jules Maigret il suo prototipo.
Jules Maigret, personaggio, nasce novanta anni fa, nel 1929, a Delfzijl, in Olanda.
Georges Simenon era bloccato lì, l’Ostrogoth, l'imbarcazione su cui stava compiendo un lungo viaggio attraverso i canali della Francia, si era rotta, quando a causa del torpore causato da un bicchiere di troppo - è lui a narrarlo - intravide la sagoma imponente di un uomo. Le cose furono più complicate, e Georges Simenon molto dovette faticare per plasmare questa figura, tanto da dedicare un libro alla nascita di Jules Maigret.
« Alle otto meno dieci Maigret si fermò davanti al bureau dell'albergo, dove il proprietario, appena arrivato, stava esaminando insieme al portiere di notte il registro degli ospiti. Un secchio di acqua sporca ingombrava il passaggio, e appoggiata al muro c'era la scopa. Con la massima serietà, il commissario la prese e ne esaminò il manico
“Permette che la usi?” Chiese il proprietario
“Prego…” balbettò quello.
Poi, dopo averci pensato su un momento, domandò preoccupato:
“La sua stanza è per caso sporca?”
Maigret si era appena acceso la prima pipa della giornata, e la stava fumando con aria soddisfatta.
“No, non mi pare” rispose tranquillamente.
“Non è la scopa che mi interessa. Mi serve solo un pezzetto del manico” »
Il commissario appare per quattro volte, in quattro romanzi della sua produzione sotto pseudonimo, prima di diventare parte della sua attività letteraria.
La prima volta il suo ruolo è marginale anche se nel finale diventa una sorta di angelo del bene, pronto a rammendare i destini altrui, la seconda volta, più che il commissario e le sue inchieste, a Georges Simenon interessa raccontare il contesto sociale, quello della provincia ricca e agiata.
Dalla terza inchiesta in poi iniziano a prendere forma il commissario e le sue inquietudini, e da lì nasceranno le inchieste a venire, cosa che comporterà una rivoluzione nel genere e nella struttura stessa del romanzo poliziesco.
Jules Maigret è un uomo ordinario ma fortemente intuitivo.
È quindi l’intuito la chiave di volta per la comprensione di Maigret, la sua capacità di “sentire”, di essere immerso nelle storie che è chiamato a dipanare. Simenon  riduce all'osso gli elementi che distolgono dai protagonisti e dalla loro psiche, psiche che prende il sopravvento in maniera concreta, precisa, e che permette al lettore di immergersi allo stesso modo di Georges Simenon nella realtà che lui costruisce a suo e a loro beneficio.
Questo fatto, l'esigenza di scrivere per immersione e per atmosfere, dando valore alle percezioni oltre che ai fatti, dava adito a ulteriori polemiche.
Era il 1955 e lo intervistava André Perinaud. « ... Non c’è nulla che mi irriti di più della parola "atmosfera". Il romanziere d'atmosfera! Ma, Cristo, se non ci fosse atmosfera il romanzo sarebbe un fallimento - protestava in quella sede lo scrittore - È un po' come se parlandomi di un uomo, mi diceste: "Sapete, respira". Certo che respira, altrimenti sarebbe morto, no? Un romanzo senza atmosfera è nato morto ».
Ed è proprio questa abilità, che gli permette di attraversare grazie a Jules Maigret qualsiasi genere, e di dare poi forma all’oceano in cui si bagnava e da cui era bagnato, alla luce dell'opera continua di riscrittura e di rifinitura che proprio le inchieste del commissario gli permettevano di fare, e che gli consentivano poi di potersi aprire ed allargare ulteriormente, perché dai personaggi che modellava per Jules Maigret poi tratteneva ancora altro.
André Gide accostò “La vedova Courdec” a “Lo straniero” di Albert Camus, aggiungendo, in una lettera:
«Trovo che il suo libro si spinga molto oltre, pur senza averne l’aria, e quasi inavvertitamente, il che coincide con il livello più alto dell’arte. »
E proprio questo semplicità che lo ha allontanato dal Nobel, cose che oggi sarebbero superate in virtù della lettura più attenta delle sue opere, che in Italia trovarono in Arnoldo Mondadori il primo estimatore, grazie anche alle copertine di Ferenc Pintér, e successivamente all’Adelphi di Roberto Calasso.
La prima fase della scrittura, quella che gli aveva permesso di vivere appena arrivato a Parigi, e che gli dava la possibilità di fare tre pasti al giorno, di abitare in una casa decorosa, era una fase in cui il parametro più importante da soddisfare era la velocità di scrittura. Arrivava a scrivere ottanta pagine al giorno, entrando e uscendo dai generi letterari più disparati, con lo scopo di rivolgersi a persone differenti, per riuscire a comprendere bene quale fosse lo stile che meglio gli permettesse di arrivare a tutti, ma questo non gli impediva di inserire di qua e di là un paragrafo, un capitolo meglio strutturato, qualcosa di più squisitamente letterario che lo portasse oltre i generi e oltre il mercato.
«Invece di limitarmi a scrivere la storia - spiega lo stesso Simenon - in quel capitolo tentavo di dare una terza dimensione, non necessariamente a tutto il capitolo, magari a una stanza, a una sedia, a qualche oggetto».
In questa seconda fase la scrittura si fece più asciutta, essenziale e i dialoghi iniziano a prendere un peso specifico differente.
Il passaggio alla terza fase è così semplice, rapido. È questa la fase dei “romans durs”, fase in cui sono saltati tutti i paletti di genere e non c'è più spazio per la letteratura seriale, ma per la grande avventura di Georges Simenon nella Letteratura.
La sua scrittura diventa una sorta di paradigma, frasi brevi, lineari, piane, termini semplici, concreti, il famoso “mot- matière” per intenderci.
«Cerco di realizzare frasi più semplici possibili con le parole più semplici. Io scrivo con delle parole-materia, la parola vento, la parola caldo, la parola freddo. Le parole-materia sono l'equivalente dei colori puri [...]. La parola amore la utilizzo assai poco. Ha talmente tanti significati che non si sa mai quale scegliere. Cerco una verità più semplice, più naturale, una verità materiale, biologica. Prendete ad esempio la parola concime. È una formidabile parola-materia. C'è nell'odore del concime tutta la fermentazione della materia animale che è la base della biologia. Qui odora con piacere il concime, non ha paura della morte[...] Con una parola-materia abbiamo completato un percorso biologico e filosofico».
Jules Maigret e le sue inchieste e i romans durs diventano un tutt’uno, come lo erano l'autore e il suo commissario, proiezione possente della stessa scrittura, scrittura che Georges Simenon amava considerare un'attività artigianale, attività che prevedeva uno sforzo fisico, tanto da fare pesare gli indumenti che indossava prima e dopo la seduta di lavoro, proprio perché la scrittura stessa era materia.
E infatti la materia - scrittura pesava, dopo ogni seduta gli indumenti erano 500 grammi in più, che moltiplicati per i giorni di lavoro danno la misura di come davvero la semplificazione della parola fosse molto più che una necessità per contenere tutta la fatica del lavoro di Georges Simenon, e di come Jules Maigret dovesse compensare tutto questo, compreso quel successo che gli permetteva di essere affrancato dal bisogno ma non da quella difficoltà di vivere e del suo farsi materia come uomo e anche come scrittore.

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