IL MATTINO
L'INTERVISTA
15.04.2026 - 18:58
Il garante Tiziana Silletti
Che cosa significa per lei, a livello umano, essere “Garante”?
"Essere Garante, per me, significa assumere una responsabilità che va ben oltre la dimensione istituzionale e normativa. È un ruolo che entra profondamente nella sfera umana, perché ha a che fare con le persone, con le loro fragilità, con le loro storie spesso segnate da dolore, marginalità, errori ma anche possibilità di riscatto. Significa soprattutto imparare ogni giorno a mettersi in ascolto autentico, un ascolto che non giudica e che non si ferma alla superficie, ma che prova a comprendere ciò che sta dietro le parole, i silenzi, le richieste talvolta implicite. Essere Garante vuol dire anche assumersi la responsabilità di trasformare quell’ascolto in azione concreta, in interlocuzione istituzionale, in costruzione di ponti tra mondi che spesso non si parlano abbastanza. È un ruolo che ti segna profondamente, perché ti mette costantemente a contatto con il limite, con la sofferenza, ma anche con la straordinaria capacità delle persone di resistere e di provare a cambiare la propria vita".
Qual è la situazione attuale delle carceri in Basilicata?
"Le carceri in Basilicata rappresentano una realtà articolata e complessa che riflette le criticità del sistema penitenziario nazionale ma che, allo stesso tempo, esprime elementi di grande valore umano, professionale e progettuale. Ci troviamo di fronte a istituti che operano spesso in condizioni non semplici – tra esigenze organizzative, pressione sulla capienza e necessità di garantire continuità ai percorsi trattamentali – ma che riescono comunque a mantenere una dimensione di attenzione alla persona che merita di essere riconosciuta e valorizzata. In questo quadro è fondamentale sottolineare il lavoro straordinario dei direttori degli istituti penitenziari lucani che svolgono una funzione di equilibrio estremamente delicata. Il loro ruolo va ben oltre la gestione amministrativa: si tratta di guidare comunità complesse, in cui si intrecciano sicurezza, bisogni individuali, fragilità e percorsi di cambiamento. È un lavoro che richiede competenza, senso dello Stato e una profonda sensibilità umana. Accanto a loro, il contributo delle aree educative è assolutamente centrale. Educatori, psicologi e operatori del trattamento rappresentano il cuore pulsante della funzione rieducativa della pena. Attraverso un lavoro quotidiano, spesso silenzioso ma di straordinaria importanza, costruiscono percorsi individuali che restituiscono senso al tempo detentivo e aprono possibilità concrete di reinserimento. In questo contesto, è importante evidenziare come le carceri di Matera, Potenza e Melfi abbiano attivato attività significative, sia lavorative che formative e culturali, che incidono concretamente sul benessere psico-fisico delle persone detenute. Questi percorsi non rappresentano semplicemente un modo per occupare il tempo, ma sono strumenti fondamentali per restituire dignità, costruire competenze e favorire un reale reinserimento nella società. A questo sistema si affiancano realtà particolarmente delicate, che richiedono un’attenzione ancora più specifica. Penso alla REMS di Tinchi di Pisticci, che rappresenta un presidio fondamentale nel percorso di cura e presa in carico delle persone con fragilità psichiatriche autrici di reato. In questo contesto, le attività interne ed esterne assumono un valore essenziale: non sono semplici strumenti riabilitativi, ma veri e propri percorsi di ricostruzione della persona. Le attività terapeutiche, riabilitative e sociali consentono agli ospiti di mantenere un legame con la realtà, di sviluppare competenze relazionali e di lavorare su un percorso di consapevolezza e autonomia. Il rapporto con l’esterno, quando possibile, diventa parte integrante del processo di cura, contribuendo a ridurre l’isolamento e a costruire prospettive di reinserimento graduale. Allo stesso modo, merita una particolare attenzione l’Istituto Penale per i Minorenni di Potenza, che rappresenta una realtà estremamente delicata, perché riguarda giovani in una fase della vita in cui tutto è ancora in formazione. Si tratta di un contesto in cui la fragilità è amplificata dall’età, dalle storie personali e dai contesti di provenienza. Tuttavia, è importante sottolineare come questa realtà sia gestita con grande delicatezza, professionalità e attenzione educativa. Qui il lavoro degli operatori assume un significato ancora più profondo: non si tratta solo di contenere, ma di accompagnare, di educare, di offrire strumenti per comprendere e rielaborare il proprio percorso. L’obiettivo non è solo quello di intervenire sul presente, ma di incidere sul futuro, offrendo a questi ragazzi una reale possibilità di cambiamento. In tutto questo, il tema del diritto alla salute attraversa trasversalmente ogni ambito: dal carcere per adulti, alla REMS, fino all’IPM. La salute non è solo accesso alle cure, ma presa in carico globale della persona, attenzione alla dimensione psicologica, relazionale ed emotiva".
Quali criticità riscontra più frequentemente nelle strutture penitenziarie?
"Le criticità più frequenti nelle strutture penitenziarie riguardano diversi livelli, tra loro profondamente interconnessi, e non possono essere lette in modo isolato, perché ciascuna incide sull’altra, contribuendo a determinare la qualità complessiva della vita detentiva e delle possibilità di reinserimento. In primo luogo, si rileva una carenza significativa di personale, soprattutto nell’area sanitaria e in quella trattamentale. Questo aspetto incide in modo diretto sulla possibilità di garantire una presa in carico realmente individualizzata della persona detenuta. Senza continuità e presenza adeguata di figure professionali, diventa più difficile costruire percorsi rieducativi efficaci, capaci di accompagnare la persona verso un cambiamento concreto. Un ulteriore nodo riguarda la difficoltà di attivare e, soprattutto, di rendere continuative le opportunità lavorative e formative. Il lavoro in carcere non è un elemento accessorio: è uno strumento fondamentale di dignità, responsabilizzazione e costruzione di futuro. Quando queste attività sono frammentate o discontinue, si rischia di svuotare di significato il tempo detentivo, che dovrebbe invece essere orientato alla crescita e al reinserimento. A ciò si aggiunge una problematica sempre più rilevante legata al diritto alla salute, in particolare alla salute mentale. Molte persone detenute presentano fragilità psicologiche o psichiatriche che richiederebbero interventi strutturati, continui e integrati tra sistema sanitario e sistema penitenziario. È una sfida complessa, che richiede risposte sempre più coordinate e attente alla persona nella sua interezza. Permangono, inoltre, in alcune realtà, criticità legate agli spazi e alle infrastrutture, che incidono sulla qualità della vita quotidiana e sulla possibilità di realizzare pienamente la funzione rieducativa della pena. Di fronte a questo quadro, è importante sottolineare che l’Ufficio del Garante è in costante contatto con le direzioni degli istituti penitenziari e con la magistratura di sorveglianza, proprio per affrontare in modo condiviso le criticità e individuare soluzioni concrete. Questo dialogo continuo rappresenta uno strumento fondamentale, perché consente di intervenire non solo sulle emergenze, ma anche di costruire percorsi strutturati di miglioramento. In questa direzione, si inserisce anche il lavoro avviato a partire dal mese di settembre per l’istituzione di una sezione di semilibertà nella provincia di Matera, che attualmente ne è sprovvista. Si tratta di un passaggio estremamente importante, perché la semilibertà rappresenta uno strumento essenziale nel percorso di reinserimento sociale. Consentire alle persone detenute di avviare gradualmente un rapporto con l’esterno, attraverso il lavoro e le relazioni, significa costruire un ponte concreto tra il tempo della detenzione e il ritorno nella società. L’assenza di questa possibilità in un territorio rappresenta una lacuna significativa, ed è proprio per questo che si sta lavorando con impegno per colmarla".
Le capita mai di sentirsi impotente? E come affronta quei momenti?
"Sì, ci sono momenti in cui il senso del limite è inevitabile e si percepisce con particolare intensità. Accade soprattutto quando ci si confronta con situazioni complesse, stratificate, o con criticità che richiederebbero interventi sistemici e non immediatamente risolvibili a livello individuale. In quei momenti si avverte una forma di impotenza che però non è paralizzante, ma piuttosto consapevole. È la consapevolezza che il proprio ruolo non è quello di risolvere tutto, ma di non sottrarsi alla responsabilità di ciò che, invece, può essere cambiato o migliorato. Spesso è proprio nei margini di possibilità che si misura il senso più autentico del lavoro istituzionale: nella capacità di non distogliere lo sguardo, di mantenere attenzione anche quando le soluzioni non sono immediate, di restare presenti. È questo che aiuta a trasformare il limite in motivazione, e la fatica in determinazione. Perché anche quando non si può cambiare tutto, si può comunque incidere sulla vita di qualcuno, e questo continua a dare senso all’impegno quotidiano. In questo percorso, un ruolo fondamentale è svolto anche dal lavoro di squadra. Nulla di ciò che si realizza è mai davvero frutto di un impegno individuale isolato. Una parte importante di ciò che si riesce a costruire si deve ai collaboratori, alle persone che ogni giorno lavorano con dedizione, competenza e spirito di servizio accanto a me. È proprio grazie al loro sostegno, alla loro presenza costante e alla loro capacità di affrontare con professionalità situazioni spesso complesse e delicate, che è possibile dare continuità all’azione istituzionale e non sentirsi mai soli di fronte alle difficoltà. Il valore di un ufficio, infatti, non risiede soltanto nelle funzioni che esercita, ma nella qualità umana e professionale delle persone che lo compongono. E in questo senso, il contributo dei collaboratori rappresenta non solo un supporto operativo, ma una vera e propria forza collettiva che consente di affrontare anche i momenti di maggiore complessità con maggiore lucidità e solidità".
Quando si parla di diritto alla salute, qual è l’aspetto più “invisibile” che spesso trascuriamo?
Quando si parla di diritto alla salute, l’attenzione si concentra spesso sugli elementi più immediatamente misurabili e visibili: l’efficienza delle strutture, i tempi di attesa, la disponibilità dei servizi, la dotazione tecnologica. Tutti aspetti fondamentali e certamente decisivi per la qualità complessiva del sistema sanitario. Eppure esiste una dimensione meno evidente, più silenziosa, che attraversa ogni percorso di cura e che spesso fa la differenza nella percezione stessa della salute: la dimensione umana della relazione. Il diritto alla salute non coincide soltanto con l’accesso alle cure, ma comprende anche il modo in cui la persona viene accolta, ascoltata e accompagnata nel proprio percorso di fragilità. Essere malati, o anche semplicemente essere in condizione di bisogno sanitario, significa trovarsi in una fase di particolare vulnerabilità, nella quale lo sguardo, le parole e l’atteggiamento di chi si prende cura assumono un valore profondamente terapeutico. Sentirsi riconosciuti nella propria dignità, non ridotti a una diagnosi o a un codice, ma considerati nella complessità della propria storia personale, è parte integrante del processo di cura. È un elemento invisibile, ma decisivo, che incide sulla fiducia, sull’aderenza alle terapie e sulla possibilità stessa di affrontare la malattia con maggiore serenità. In questo quadro è importante sottolineare con convinzione il ruolo fondamentale che svolgono le Aziende Sanitarie della Basilicata, insieme a tutto il personale sanitario. Nel nostro territorio, medici, infermieri, OSS e operatori sanitari rappresentano una risorsa straordinaria e un vero punto di forza del sistema. Ogni giorno, spesso in condizioni organizzative non semplici e con carichi di lavoro significativi, talvolta anche con turni particolarmente gravosi e debilitanti, questi professionisti garantiscono non solo competenza tecnica, ma anche umanità, ascolto e presenza costante accanto alle persone. È proprio questa combinazione di professionalità e dedizione umana che rende il sistema sanitario lucano un presidio essenziale di tutela del diritto alla salute. Troppo spesso il loro impegno resta silenzioso, quasi dato per scontato, mentre rappresenta in realtà il cuore pulsante dell’intero sistema. Riconoscere questo valore significa anche ribadire che la tenuta della sanità non dipende solo dalle strutture o dalle risorse, ma soprattutto dalle persone che ogni giorno, con senso del dovere e spirito di servizio, si prendono cura degli altri. In questo senso, il personale sanitario della Basilicata non è soltanto un elemento del sistema: è la sua forza più autentica, la sua garanzia più concreta e la testimonianza più alta di cosa significhi, nella pratica quotidiana, dare attuazione al diritto alla salute.
Quali sono oggi le principali problematiche che riguardano la popolazione anziana in Basilicata?
"La condizione della popolazione anziana in Basilicata riflette in modo molto chiaro alcune fragilità strutturali del territorio, che si sommano al progressivo invecchiamento demografico. Una delle difficoltà più profonde è la solitudine, che non è soltanto una condizione emotiva, ma spesso diventa una vera e propria forma di vulnerabilità sociale. In molti casi gli anziani vivono in contesti isolati, soprattutto nelle aree interne, dove la distanza dai servizi, la riduzione della mobilità e lo spopolamento rendono più difficile mantenere una rete di relazioni e di assistenza continua. Accanto a questo, emergono fragilità legate all’accesso ai servizi sanitari e sociali, che non sempre riescono a garantire prossimità, continuità e tempestività. Ma forse l’aspetto più delicato è quello relazionale: il rischio che la persona anziana venga percepita solo attraverso i suoi bisogni assistenziali e non nella sua interezza, fatta di storia, dignità e memoria. È una condizione che interpella profondamente le istituzioni, perché riguarda non solo la cura, ma la qualità della vita e il diritto a invecchiare in modo dignitoso e non invisibile".
Il sistema di assistenza agli anziani è adeguato ai bisogni attuali?
"Nel territorio lucano esistono certamente esperienze positive, professionisti competenti e realtà che operano con grande senso di responsabilità e umanità. Tuttavia, nel suo complesso, il sistema di assistenza agli anziani necessita di un rafforzamento strutturale e di una visione più integrata. Oggi la sfida principale è quella di superare la frammentazione tra interventi sanitari e sociali, costruendo percorsi di cura che siano realmente continui e personalizzati. L’assistenza domiciliare, ad esempio, rappresenta uno strumento fondamentale non solo per rispondere ai bisogni sanitari, ma per preservare il legame della persona con il proprio ambiente di vita. Accanto a questo, è necessario sostenere concretamente le famiglie, che spesso si fanno carico in modo silenzioso e gravoso dell’assistenza quotidiana. Il rischio, altrimenti, è che la cura diventi un peso privato più che una responsabilità condivisa dalla comunità. L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un sistema che non si limiti a “rispondere ai bisogni”, ma che sappia accompagnare le persone anziane nella loro quotidianità, garantendo non solo assistenza, ma presenza, ascolto e dignità".
Allora garante un bilancio su questo primo anno?
"Questo primo anno di attività è stato un anno denso, attraversato da una presenza costante e quotidiana nei luoghi in cui la fragilità umana si manifesta in modo più evidente e, proprio per questo, più autentico. Le visite continue nelle case circondariali della regione hanno rappresentato non soltanto un adempimento istituzionale, ma un’esperienza profondamente umana, fatta di ascolto, di incontro e di responsabilità condivisa. Entrare in un istituto penitenziario significa entrare in una dimensione sospesa, dove il tempo sembra avere un altro peso e dove ogni volto racconta una storia che non può essere semplificata. Dietro ogni persona detenuta si intrecciano percorsi di vita complessi, segnati spesso da ferite antiche, traumi non elaborati, fragilità familiari, povertà educative e marginalità sociali. Sono storie che non possono essere lette solo attraverso il reato, perché quel gesto rappresenta quasi sempre l’esito finale di un cammino già profondamente segnato. Eppure, dentro questa complessità, ciò che colpisce in modo costante è la presenza, anche quando sembra silenziosa o nascosta, di una domanda di cambiamento. In molti di loro si percepisce come una tensione interiore, fragile ma reale, simile a un fuoco che non si è mai spento del tutto, ma che attende soltanto condizioni adeguate per poter tornare a vivere: ascolto, percorsi trattamentali seri, opportunità formative, relazioni significative e la possibilità concreta di reinserimento. Questo lavoro continuo nei luoghi della detenzione è stato accompagnato da un dialogo costante con le direzioni degli istituti, con il personale penitenziario e con tutte le professionalità che ogni giorno tengono in equilibrio realtà complesse e spesso segnate da criticità strutturali. Un impegno che ho potuto vedere da vicino e che merita riconoscimento, perché senza la dedizione di chi lavora all’interno del sistema penitenziario ogni giorno, con senso del dovere e spirito di servizio, nulla sarebbe possibile. Accanto al mondo penitenziario, un impegno altrettanto intenso e sentito ha riguardato le vittime di reato, incontrate e seguite in un percorso istituzionale che richiede non solo competenza, ma soprattutto delicatezza, ascolto e rispetto profondo. Le vittime portano con sé un dolore che non si esaurisce nell’evento subito, ma che si espande nella vita quotidiana, nei rapporti familiari, nella percezione della sicurezza e talvolta nella fiducia stessa nelle istituzioni. In particolare, nelle situazioni più gravi, come quelle riconducibili ai cosiddetti reati da codice rosso, emerge con ancora maggiore evidenza la necessità di una rete di protezione che non sia solo giuridica, ma anche umana. Troppe volte queste persone vivono un secondo isolamento, fatto di silenzi, incomprensioni o solitudini non volute, ed è proprio qui che il ruolo istituzionale deve trasformarsi in presenza, ascolto e accompagnamento, affinché nessuno si senta lasciato solo nel proprio percorso di ricostruzione. Parallelamente, la presenza costante negli ospedali e nei luoghi di cura ha permesso di entrare in contatto diretto con il significato più profondo del diritto alla salute. La salute non è soltanto accesso a prestazioni sanitarie, ma è soprattutto relazione di cura, capacità di accoglienza e riconoscimento della persona nella sua interezza proprio nel momento della fragilità. In questi luoghi ho potuto constatare quanto il sistema sanitario lucano sia sorretto da una straordinaria umanità professionale. Le Aziende Sanitarie della Basilicata, insieme a medici, infermieri, OSS e operatori sanitari, rappresentano un patrimonio fondamentale del nostro sistema pubblico. Ogni giorno, spesso in condizioni organizzative difficili e con turni che possono essere estremamente gravosi, questi professionisti garantiscono non solo prestazioni sanitarie, ma presenza costante, ascolto, umanità e cura autentica. È anche grazie a loro se il diritto alla salute diventa concreto e non resta un principio astratto. Un’attenzione particolare è stata dedicata anche alla popolazione anziana, incontrata attraverso visite, interlocuzioni e momenti di confronto con realtà territoriali e servizi. In molti contesti emerge una condizione di solitudine che non è soltanto assenza di compagnia, ma progressiva rarefazione delle relazioni, delle reti familiari e sociali, e talvolta anche della possibilità di accesso ai servizi. Gli anziani rappresentano una parte fondamentale della nostra comunità, portano con sé la memoria collettiva dei territori e delle famiglie, ma troppo spesso vivono una quotidianità silenziosa, nella quale la fragilità fisica si intreccia con quella emotiva e relazionale. Per questo, il lavoro istituzionale deve orientarsi sempre più verso una logica di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenza e di restituire centralità e dignità a chi ha costruito, nel tempo, le basi delle nostre comunità. Nel complesso, ciò che emerge con forza da questo primo anno è la consapevolezza che tutti questi ambiti – persone detenute, vittime di reato, diritto alla salute e popolazione anziana – sono attraversati da un elemento comune: la centralità della persona e della sua dignità. Ogni visita, ogni incontro, ogni ascolto ha contribuito a rafforzare questa consapevolezza, mostrando quanto il lavoro del Garante non si esaurisca in una funzione formale, ma si costruisca soprattutto attraverso la presenza diretta nei luoghi della fragilità umana. È stato un anno che ha richiesto impegno costante, equilibrio e capacità di tenere insieme dimensioni diverse, ma che ha restituito anche una convinzione profonda: dietro ogni diritto ci sono persone, e dietro ogni persona c’è una storia che merita di essere riconosciuta, ascoltata e rispettata nella sua interezza".
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