IL MATTINO
Cinema
16.04.2026 - 07:31
Il riflesso della pioggia sull’asfalto di una Milano che non dorme mai, ma che finge di sognare, ha lo stesso sapore metallico del sangue. Inizi a leggere e lo senti subito: quell'odore di polvere da sparo e profumo costoso che Giorgio Faletti, con la preveggenza dei dilettanti baciati dal genio, aveva spalmato tra le pagine di un bestseller imperfetto. Io uccido era un gioco scoperto dopo cinque righe, un peccato mortale per la liturgia del giallo che esige il segreto fino al rantolo finale. Eppure funzionava. Funzionava perché non cercava il colpevole, ma l’abisso; non costruiva il mistero per accumulo, ma per inevitabilità. Oggi, guardando l'adattamento di Appunti di un venditore di donne su RaiPlay, ci si accorge che il vero noir non è più sulla pellicola, ma fuori dalla finestra. È la cronaca che ha deciso di imitare l'arte, o forse di vendicarsi di lei attraverso la realtà. Il mondo di Faletti, con la sua scrittura farraginosa e i suoi titoli che respingono come un invito a cena in un vicolo cieco, è esploso sotto i nostri piedi. Quello che allora sembrava un eccesso romanzesco, una narrazione di nicchia ambientata nella Milano livida del 1978, oggi è il pane quotidiano di una società che ha rottamato la figura del Pigmalione per consegnarci quella, ben più affilata e contemporanea, del magnaccia d’alto bordo. Faletti ci portava nel cuore degli Anni di Piombo, tra il rapimento di Aldo Moro e le bische clandestine, mettendoci davanti alla figura del "Bravo", un procacciatore di donne senza volto e senza tempo, incastrato in un intrigo dove malavita e Servizi Segreti si scambiano i ruoli con una naturalezza oscena. Non chiamatelo oggi sfruttamento grossolano: oggi lo chiamano "gestione del talento", lo chiamano "networking spinto", lo chiamano potere. La metamorfosi è tanto sottile quanto crudele. Un tempo il Pigmalione era colui che scolpiva la materia grezza per amore di una bellezza ideale; oggi il nuovo padrone blinda la sveltezza di donne che hanno studiato, che hanno divorato libri, che parlano le lingue della finanza e sanno muoversi nei salotti che contano. Proprio come nel romanzo, dove l'arrivo di Carla rompe l'equilibrio precario di un uomo braccato da terroristi e apparati deviati dello Stato, la cultura e l'intelligenza di queste donne, invece di essere armi di liberazione, diventano il lucchetto dorato della loro stessa cella. Il potere le seduce non con la promessa di una libertà intellettuale, ma con l’illusione dell’onnipotenza tattica, per poi usarle come chip di scambio su tavoli dove la posta in gioco non è mai il sentimento, ma il controllo assoluto delle dinamiche umane. E qui scatta la trappola noir definitiva, quella da cui non si esce vivi senza lasciarci l'anima. Queste donne, una volta entrate nel cono d’ombra del loro "protettore", scoprono che fuori dalla gabbia di velluto non esiste più un luogo abitabile. Non saprebbero dove andare perché il mondo "normale" appare loro sbiadito, orizzontale, privo di quel brivido elettrico e marcio che solo la prossimità al vertice sa dare. La sveltezza che hanno appreso diventa la loro condanna: capiscono che per non essere schiacciate tra gli ingranaggi di una polizia corrotta o di una malavita organizzata — che nel 1978 come nel 2026 cambia solo maschera — devono farsi esse stesse ingranaggio. Così, per pura inerzia di sopravvivenza, avviene l'ultima, spaventosa mutazione: diventano più spietate dei loro stessi aguzzini. Superano il maestro in cinismo, in gelida efficienza, in quella capacità di guardare l’altro — uomo o donna che sia — come una mera funzione del proprio utile o di una protezione che è diventata prigione. Il carnefice ha vinto nel momento in cui la vittima smette di sognare la fuga e inizia a sognare il suo posto. È una costruzione a scatole cinesi dove, a differenza dei gialli classici, l’ultima scatola è sempre tragicamente vuota. Il film che scorre su RaiPlay, malgrado i suoi limiti e la fatica di tradurre quella scrittura densa di ombre, è solo lo specchio opaco di una realtà dove l'etica è diventata un reperto archeologico e dove la "preveggenza" di un uomo di spettacolo prestato alla letteratura ci ricorda che l'assassino lo conoscevamo già dal primo paragrafo. Solo che, a differenza del libro di Faletti, non abbiamo avuto il coraggio di chiudere il volume dopo le prime cinque righe. Siamo rimasti a guardare, attratti dal gorgo, mentre il noir smetteva di essere un genere per diventare la nostra unica biografia possibile.
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