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La toga, lo scudo e il cerchio che si chiude

Il ritorno a casa di Giusi Bartolozzi

Il ritorno a casa di Giusi Bartolozzi

Tra conflitti di attribuzione e commissioni del CSM, si consuma il paradosso di un potere che protegge se stesso nell'atto stesso di cambiare pelle. Una riflessione sulla casta, sulla forma e sulla sostanza di un privilegio che non conosce declino.

C’è qualcosa di profondamente geometrico, eppure squisitamente asimmetrico, nella vicenda che vede protagonista Giusi Bartolozzi. Non è solo la cronaca di un rientro nei ranghi, né il semplice resoconto di una votazione parlamentare; è la rappresentazione plastica della "quadratura del cerchio" del potere italiano. Un gioco di incastri dove il diritto si flette alla politica e la politica si rifugia nel diritto, in un abbraccio così stretto da togliere il respiro alla logica comune. Mentre la Camera dei Deputati erige un vallo difensivo chiamando in causa la Consulta, la Terza Commissione del CSM apre il cancello per il ritorno in magistratura. Un tempismo che, a voler essere benevoli, definiremo "armonico", ma che a uno sguardo più graffiante appare come il perfezionamento di un sistema di sicurezza a doppia mandata. L’attacco della politica non è un atto di coraggio, ma un riflesso condizionato. Sollevare un conflitto di attribuzioni contro la Procura di Roma per proteggere l'ex capa di gabinetto di via Arenula è un segnale inviato al Paese: esistono zone d’ombra dove l’indagine penale deve arrestarsi davanti al "sacro" perimetro delle prerogative parlamentari. Ma qui il sacro scivola nel profano. La Bartolozzi non è più in Parlamento, eppure lo scudo la segue come un’ombra fedele, un’estensione postuma di un’immunità che sembra non scadere mai, trasformando il ruolo istituzionale in un salvacondotto eterno. È la sociologia del privilegio che si fa norma: l’idea che chi ha servito lo Stato nelle sue articolazioni più alte acquisisca una sorta di intangibilità biologica, una corazza che non si dismette insieme alla carica.

Il labirinto delle competenze e la tattica del faldone

Mentre a Montecitorio si discute di massimi sistemi costituzionali, al CSM si lavora di cesello. Il via libera al rientro alla Corte d’Appello di Roma non è solo un atto dovuto di gestione del personale togato; è un movimento sulla scacchiera che rischia di mandare in fumo mesi di lavoro investigativo. Lo sanno bene gli addetti ai lavori: spostare la competenza territoriale in un processo è il modo più elegante per anestetizzare un caso, per diluirlo nei tempi lunghi della giustizia romana o per farlo ricominciare da zero altrove. È la giustizia che si morde la coda. La magistrata che torna giudicante proprio lì dove pende l’indagine su di lei crea un cortocircuito procedurale che è la gioia degli avvocati e la disperazione di chi crede ancora nell'uguaglianza della legge davanti al cittadino. Non è "salva-casta" per slogan elettorale, è "salva-casta" per evidenza strutturale. La destra che oggi difende la Bartolozzi è la stessa che spesso invoca la separazione delle carriere e l’indipendenza assoluta della toga dalla politica. Ma quando la toga è "una di noi", la musica cambia. Il conflitto di attribuzione diventa allora un'arma impropria, un uso politico della Costituzione per disinnescare una Procura scomoda. È la negazione della separazione dei poteri in nome di una solidarietà di ceto che scavalca i partiti e le ideologie.

La magistratura anfibio: un'analisi del potere fluido

Sociologicamente, la figura del magistrato prestato alla politica — e poi restituito con gli onori delle armi e gli scudi levati — rappresenta l'anomalia italiana per eccellenza. Si entra nel palazzo con la bilancia e se ne esce con la spada, salvo poi pretendere di riprendere la bilancia senza che nessuno noti le macchie sulla giubba. Bartolozzi è il simbolo di questa "fluidità" che disorienta. Come potrà sedersi in un collegio giudicante, emettendo sentenze "in nome del popolo italiano", chi ha appena ricevuto dal "palazzo" un trattamento di favore che a nessun altro cittadino sarebbe concesso?L’analisi etica è severa perché la posta in gioco è alta: la credibilità delle istituzioni. Se il Parlamento si trasforma in uno studio legale associato per i propri ex membri, e se il CSM non percepisce l’inopportunità di un rientro così tempestivo e geograficamente sensibile, allora il contratto sociale tra Stato e cittadini subisce una lesione irreparabile. Si percepisce un’ironia amara in questa vicenda, una sottile derisione del principio di responsabilità.

Il velo di Maia del tecnicismo

Ci racconteranno che è tutto a norma, che le procedure sono state rispettate, che il conflitto di attribuzione è un atto dovuto a tutela della funzione. Ma dietro il paravento del tecnicismo giuridico, pulsa la realtà cruda di un potere che non accetta di essere giudicato. La Bartolozzi torna magistrata, ma lo fa protetta da una cupola di vetro soffiato dalla politica. In questo scenario, il "caso Almasri" rischia di diventare l'ennesima nota a piè di pagina di una storia italiana scritta con l’inchiostro della convenienza. La quadratura del cerchio è servita: la politica ha salvato la toga, la toga ha riavuto il suo scranno, e il diritto, quello vero, quello che dovrebbe essere uguale per tutti, resta a guardare dalla finestra, sbigottito e, ancora una volta, profondamente sconfitto.

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