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Il passo rapido di Lorenza Licenziati tra le pieghe di una città incompiuta

Il passo rapido di Lorenza Licenziati tra le pieghe di una città incompiuta

Non era tipo da cerimonie, Lorenza Licenziati. Lo capivi da come entrava negli uffici o nelle redazioni: un'energia che non chiedeva permesso, spesso accompagnata da quel sentore di tabacco che restava nell'aria anche dopo che se n'era andata. Fumava. E non era un dettaglio di contorno, era parte della sua punteggiatura. La sigaretta per lei non era un accessorio, ma un mezzo di riflessione, un modo per marcare il tempo tra una domanda e l'altra o per dare ritmo a quelle sue conversazioni che non finivano mai. Era quel gesto tipico di una certa scuola giornalistica che ormai sta scomparendo: quella che consumava i polmoni e le suole delle scarpe nello stesso modo, con la stessa voracità.Cinquantotto anni trascorsi a cercare di capire dove finisse la messa in scena e dove iniziasse la verità, in una città, Napoli, che della sovrapposizione tra le due ha fatto un'arte e, spesso, una condanna.Il suo non era un giornalismo di scrivania. Era un mestiere fatto di sguardi rapidi, di connessioni immediate, di una capacità quasi istintiva di leggere il sottotesto delle situazioni. Non si limitava a raccontare l'evento; cercava di smontarlo per vederne gli ingranaggi. C’era in lei una severità analitica che non faceva sconti, mitigata solo da un’ironia che era prima di tutto un’arma di difesa contro la banalità. Se un fatto non aveva radici, per lei non era un fatto, era solo rumore di fondo.E poi c'era quella sua estetica del rigore. Anche nel modo di porsi davanti alla telecamera o nel condurre un’intervista, non cercava mai di rubare la scena al contenuto. La sua autorevolezza non derivava dal tono di voce, ma dalla precisione della domanda. Sapeva che l’informazione è un atto etico, e che ogni parola pesa. La fine, arrivata troppo presto, ha interrotto un discorso che lei stava ancora articolando. Non c'è eroismo nella sua assenza, solo il vuoto di una sedia rimasta vacante mentre c'era ancora tanto da scrivere. Resta l'esempio di una professionista che ha scelto di non farsi mai addomesticare dai circuiti del consenso facile, preferendo restare, fino all'ultimo, quella voce che non si accontentava della prima risposta. Per lei, la superficie era solo un ostacolo da superare per arrivare al cuore del problema. E lo faceva con la determinazione di chi sa che il tempo non è infinito, e che ogni riga, proprio come ogni sigaretta, va consumata fino in fondo.

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