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Vittorio Messori: l'enigma del credente che si accontentò del mistero

Vittorio Messori: l'enigma del credente che si accontentò del mistero

Non c’è stato nulla di più lontano dal misticismo della fede di Vittorio Messori. Se ne va un uomo che ha passato l’esistenza a trattare Dio come un imputato di cui bisognava, per onestà intellettuale, dimostrare l’innocenza o, perlomeno, l’esistenza storica. Lo ha fatto con la flemma del cronista e la precisione del perito balistico, convinto che il cristianesimo, se non era un fatto, era solo una sventura. Con lui scompare l’ultimo dei grandi apologeti, una figura che pareva uscita da un altro secolo e che invece ha abitato la modernità col piglio di chi si sente l’unico sveglio in una stanza di sonnambuli. Il percorso era cominciato nel modo più canonico per un intellettuale del dopoguerra: una formazione laica, anzi laicissima, in quella Torino che era il laboratorio del pensiero razionale. Si era laureato con l’equipe di storici di Galante Garrone, respirando l’aria dei Lumi e la severità di una storiografia che non faceva sconti ai miti. Poi, nel 1964, quella che lui stesso definì una «caduta da cavallo» senza cavalli, nella quiete di una biblioteca. Non un’estasi, ma una sottomissione dell'intelligenza. Da quel momento, la sua penna non ha più smesso di inseguire il «Caso Gesù». La sua forza è stata la chiarezza. Messori scriveva per il lettore del Corriere, non per i circoli accademici. Sapeva che per convincere un uomo del Novecento non servivano i sermoni, ma i documenti. Ha preso i Vangeli e li ha rivoltati come un guanto, cercandovi non la poesia ma le impronte digitali della verità storica. Se i discepoli avessero voluto mentire, argomentava, avrebbero scritto un testo molto più coerente e meno imbarazzante. Quella sua capacità di rendere la teologia una questione di cronaca nera o di analisi politica lo ha reso un caso editoriale mondiale. Non cercava il consenso dei vertici ecclesiastici, anzi. Molti teologi progressisti lo guardavano con sospetto, lo consideravano un passatista, un uomo che voleva chiudere Dio dentro una teca di marmo. Eppure, è stato lui l’uomo che ha varcato la soglia degli appartamenti pontifici per trasformare i Papi in interlocutori da intervista. Con Rapporto sulla fede, scritto insieme all'allora cardinale Joseph Ratzinger, ha scoperchiato il vaso di Pandora di una Chiesa in crisi di identità. Fu un terremoto. Per la prima volta, il custode dell’ortodossia parlava a cuore aperto di una «decadenza» che molti preferivano ignorare. Poi venne il turno di Giovanni Paolo II. Varcare la soglia della speranza fu l'apoteosi del suo metodo: il giornalista che interroga il Vicario di Cristo con la stessa curiosità con cui si interroga un capo di Stato. Messori non faceva il cortigiano; faceva il tramite. Sapeva che dietro la figura imponente di Wojtyła c’era una visione del mondo che andava tradotta per le masse, e lui possedeva il vocabolario giusto. Negli ultimi anni si era ritirato in un silenzio operoso, rotto solo da interventi che conservavano la loro consueta spigolosità. Era diventato più scettico sulle sorti dell’istituzione, ma mai sulla sostanza di ciò in cui credeva. Viveva circondato dai suoi libri, in un colloquio costante con i morti che per lui erano più vivi dei contemporanei. Analizzava le apparizioni mariane, da Lourdes a Fatima, con la stessa lente d'ingrandimento del detective, cercando la prova del nove tra le pieghe della povera gente e dei fatti inspiegabili. Non amava l'enfasi, diceva che la verità non ha bisogno di aggettivi. La sua scrittura era come lui: elegante, sobria, priva di quelle compiacenze letterarie che spesso nascondono il vuoto di pensiero. Sapeva usare l'ironia per smontare le certezze dei "professionisti dell'incredulità", ma non era mai un'ironia gratuita. C’era sempre, sotto la superficie, una severità etica che non gli permetteva di scendere a patti con lo spirito del tempo. Messori lascia un’eredità scomoda. In un’epoca di spiritualità liquida e di credenze "fai da te", ha ricordato che il cristianesimo o è un evento che accade nello spazio e nel tempo, oppure è un’illusione utile solo a passare la serata. Non si è mai accontentato del mistero come scusa per non indagare. Al contrario, ha indagato proprio perché credeva che il mistero avesse un volto e dei lineamenti precisi. Oggi che il dibattito si è spostato su altri lidi, che la Chiesa parla spesso il linguaggio della sociologia e la laicità quello del risentimento, la sua assenza segna la fine di un modo di intendere il giornalismo culturale. Quello che non ha paura di schierarsi, ma che lo fa con le armi della logica. Se n’è andato con la discrezione di chi sa che l’ultima parola non spetta a chi scrive, ma a chi legge. E lui, probabilmente, ora sta solo verificando se le fonti che ha citato per tutta la vita corrispondono davvero all'Originale.

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