IL MATTINO
Analisi: Il decoro del silenzio e il rumore del nulla
04.04.2026 - 16:26
C'è un’arte antica, quasi ancestrale, nel depistaggio dello sguardo. Funziona come il trucco di un prestigiatore mediocre: agitare la mano destra con gesti ampi e colorati affinché nessuno si accorga di cosa stia nascondendo la sinistra. Nel teatro della politica attuale, dove il gossip è diventato l’unica vera grammatica del potere, il gioco si è fatto però grossolano. Per tentare di arginare le secche in cui è incagliato il Ministro degli Interni — vittima non di sprovvedutezza, ma di quella fragilità atavica di un Potere che si ostina a declinarsi solo al maschile — si è scomodato il passato. È apparso, nelle cronache distratte di questi giorni, il fantasma di un amore che fece tremare le fondamenta di Botteghe Oscure: quello tra Palmiro Togliatti e Nilde Iotti. Tuttavia, tentare un parallelismo tra le vicende odierne e quel legame non è solo un errore prospettico; è un’offesa alla memoria storica e, soprattutto, un’evidente ammissione di povertà culturale. Mettere nello stesso piano sequenza la "situazione spinosa" di un ministro contemporaneo e l’epopea sentimentale e politica del Migliore con la prima donna Presidente della Camera significa ignorare che stiamo parlando di pianeti situati in galassie inconciliabili.
L’etica del cappotto bottonato
Palmiro Togliatti non era un uomo da "restyling". Il suo decoro, che partiva dall’abbigliamento rigoroso e arrivava alla punteggiatura dei suoi discorsi, non era un’operazione di marketing d'immagine, ma una necessità morale. In un’Italia che usciva dalle macerie, il segretario del PCI sapeva che la forma era sostanza: il decoro dell’abito rifletteva la serietà di un progetto che puntava a ricostruire una nazione. I comunisti di allora — è bene ricordarlo — erano puritani di una severità che oggi definiremmo asfissiante. Il partito era una chiesa laica, con i suoi dogmi e i suoi tribunali interni. Quando scoppiò l'amore per Nilde Iotti, ventun anni più giovane, la reazione del mondo politico non fu un pruriginoso rincorrersi di messaggi sui social, ma un terremoto etico. La Iotti non era una comparsa nel teatro del potere, né una beneficiaria di favori contingenti. Era una partigiana, una costituente, una donna che aveva combattuto nel fango e nelle aule per dare al Paese le regole del vivere civile. La loro storia non "esondava" nel pubblico come un vizio privato da giustificare, ma diventava un peso politico perché incrinava l'immagine di un gruppo dirigente che si voleva impeccabile.
Il vuoto incolmabile della sera
Nelle pochissime confessioni che Nilde Iotti si concesse anni dopo la morte del compagno, emerge un dettaglio che polverizza ogni possibile paragone con l’oggi: il valore dello spazio privato. Raccontava della solitudine che l’avvolgeva la sera, quel momento in cui, chiusa la porta di casa, i due giganti della politica potevano finalmente deporre le armi e parlare di tutto. Quel vuoto, diceva la Iotti, non sarebbe mai stato colmato. C’era, in quel legame, una dimensione di mutuo soccorso intellettuale. La Iotti non viveva di luce riflessa; splendeva di una forza propria, dedicata al servizio dello Stato e alla crescita di quella figlia adottata insieme a Togliatti, simbolo di una famiglia che il diritto di allora non sapeva ancora come catalogare. Il loro era un potere vero, inteso come capacità di incidere sulla realtà storica, non come occupazione di poltrone attraverso la gestione di piccole vanità personali.
La differenza è nel peso specifico
Oggi assistiamo a una mutazione genetica del potere e della sua gestione del danno. Se Togliatti e la Iotti rappresentavano un’aristocrazia del pensiero e dell’azione, le cronache attuali ci restituiscono l’immagine di una classe dirigente che scambia il prestigio con l’esposizione, la politica con la coreografia. Il Ministro degli Interni si trova oggi al centro di una tempesta che non ha nulla di epico, ma molto di sociologico: è la crisi dell'uomo di potere che non sa gestire i propri confini, convinto che la propria posizione sia uno scudo contro ogni responsabilità formale. Il tentativo di nobilitare la cronaca rosa di oggi citando la Storia con la "S" maiuscola è un’operazione fuorviante. Politicamente, il divario è incolmabile: da un lato la costruzione di un mondo, dall’altro la gestione dei sondaggi. Socialmente, il confronto è impietoso: la Iotti era l'avanguardia di un'emancipazione faticosa; le figure che oggi gravitano attorno ai palazzi sono spesso pedine di un gioco di specchi che non produce leggi, ma solo rumore di fondo. Morale ed economia chiudono il cerchio. Togliatti e Iotti vivevano in un’austerità che era un vanto, una distanza siderale dallo sfarzo o dall'esibizione del privilegio che oggi sembra essere il corredo inevitabile di ogni carica pubblica. La loro eredità non è fatta di post rimossi o di dichiarazioni smentite, ma di istituzioni che ancora reggono l'urto del tempo. Spostare l'attenzione sul passato per salvare il presente è un gioco che non regge. Non serve rispolverare vecchi amori per giustificare debolezze moderne. La differenza è tutta qui: nel vuoto di Nilde Iotti c'era la mancanza di un pensiero alto; nel gossip di oggi c'è solo il silenzio di chi non ha nulla da dire, se non cercare una scusa per restare dove si trova. E forse, a ben guardare, il vero problema è che abbiamo smesso di distinguere il decoro della Storia dalla messinscena del Ministero.
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