IL MATTINO
La Basilicata vista dall'Istat
03.04.2026 - 15:34
Il silenzio che avvolge i calanchi nelle ore meridiane non è più quello della controra, quel tempo sospeso che preludeva al risveglio. È un silenzio più denso, che somiglia pericolosamente a un congedo. Gli indicatori demografici Istat 2026 non sono semplici numeri, ma i rintocchi di una campana che suona a morto per una terra che sembra aver smarrito la capacità di trattenere il proprio respiro. La Basilicata sta scivolando sotto la soglia critica dei 526.000 residenti, perdendo oltre 4.600 persone in un solo anno. È un’emorragia che non si ferma e che trasforma la regione nel laboratorio a cielo aperto del declino nazionale. Siamo di fronte a un collasso strutturale che colpisce i polmoni di questo corpo fragile. Potenza perde 436 residenti, Matera 218. Ma è il dato di Policoro a dover far tremare i polsi: la città dello Jonio, per decenni enclave dello sviluppo agricolo e turistico in perenne crescita, oggi segna per la prima volta un segno meno. Se anche il "giardino della Basilicata" smette di fiorire, significa che il veleno dell’abbandono ha raggiunto le radici più profonde del sistema.
La politica del "laissez-faire" e l’errore della narrazione
Per anni, la politica regionale ha gestito questa crisi con la miopia di chi scambia un’ulcera per un graffio. Le scelte strategiche sono state piegate a una narrazione che ha oscillato tra il vittimismo atavico e l’esaltazione museale. Si è scelto di investire in infrastrutture rimaste cattedrali nel deserto, mentre la programmazione mancava, sostituita da una gestione delle risorse che ha creato dipendenza assistenziale invece di un ecosistema produttivo. L’errore più grave risiede nella costruzione di un racconto della Basilicata come rifugio bucolico. Questa visione "paesologica", pur nobile nelle intenzioni intellettuali, ha fornito un alibi alla politica. Se il borgo è un tempio della lentezza, allora l'assenza di servizi essenziali — dalla banda larga alla sanità — diventa quasi una scelta estetica. Ma non si vive di solo rosmarino bruciato. Ad Aliano, mentre si elaboravano raffinate strategie teologiche sullo spopolamento, la realtà presentava il conto: meno 4,1% di residenti. La retorica del "restare" cade di fronte all’impossibilità fisica di costruire un futuro che vada oltre la prossima sagra.
Il paradosso del benessere in una terra che si spegne
I dati BesT (Benessere Equo e Sostenibile Territoriale) offrono un paradosso crudele. La Basilicata appare "meno sfavorita" in alcuni indicatori di salute: la mortalità per tumore tra i 20 e i 64 anni è inferiore alla media nazionale (7,2 decessi su 10.000) e la salute mentale degli over 65 resiste meglio che altrove. Siamo, insomma, una regione che sa invecchiare bene, ma che non sa più nascere. Con un tasso di natalità tra i più bassi d'Italia (5,8‰) e una mortalità al 12,4‰, il saldo naturale è un precipizio. L'invecchiamento (47 anni l'età media) si incrocia con una criticità sociale sommersa: il gap di genere. Le donne lucane sono spesso più istruite degli uomini, eppure l’occupazione femminile resta una ferita aperta, fatta di salari bassi e precarietà. È qui che risiede il fallimento politico più grande: aver ignorato che senza le donne e senza la loro autonomia economica, nessuna politica demografica può avere successo. Se la regione non è un luogo per giovani madri lavoratrici, è destinata a diventare una residenza assistita a cielo aperto.
La parabola di Marsicovetere e il limite dello spazio
Nemmeno l'energia sembra bastare più. Marsicovetere, quella Villa d’Agri chiamata l’Austin italiana per via dell’oro nero, si ferma: solo tre abitanti in più in un anno. È il segnale plastico di come l'economia delle royalties non sia riuscita a generare un indotto sociale stabile. Il petrolio ha alimentato i bilanci, ma non ha generato radici. San Paolo Albanese, scendendo a 197 residenti, ci ricorda che esiste un punto di non ritorno oltre il quale la comunità cessa di essere tale. Eppure, la Basilicata possiede punti di forza che attendono solo di essere sottratti alla retorica. Esiste una qualità della vita che potrebbe attrarre i nuovi nomadi digitali, ma questo richiede una rivoluzione: non più sussidi al restare, ma investimenti per l'attrarre. La frammentazione in 131 piccoli comuni, di cui oltre la metà sotto i 5.000 abitanti, non deve essere un peso, ma una rete di nodi iper-connessi.
Verso una strategia di emergenza nazionale
Le proiezioni al 2080, che vedono la regione ridursi a 330mila abitanti, non sono un destino, ma un avvertimento. Servono misure draconiane: una fiscalità di vantaggio reale per chi apre impresa, il potenziamento dei presidi sanitari minimi in ogni valle, l'obbligo di connettività ultra-veloce ovunque. Occorre smetterla di pensare alla Basilicata come a un parco tematico della memoria. La regione ha bisogno di essere trattata come un organismo vivo che necessita di trasfusioni di competenze e di coraggio. La narrazione deve cambiare, da terra del passato a laboratorio della sostenibilità possibile. Se non si agisce, tra qualche decennio la Basilicata sarà solo una splendida cartolina inviata da un luogo che non esiste più. E non sarà stata colpa della demografia, ma di una classe dirigente che ha preferito gestire l'agonia anziché osare la rinascita.
edizione digitale
I più letti
Il Mattino di foggia