IL MATTINO
Analisi
25.03.2026 - 20:56
Facendo un’analisi dell’ultimo referendum, emerge un’affluenza pari al 58,93%, dato particolarmente elevato per questa tipologia di consultazione. Toscana ed Emilia-Romagna si attestano come le regioni con la maggiore partecipazione, rispettivamente con il 66,27% e il 66,67%. Tuttavia, l’elemento più significativo riguarda la distribuzione del voto per classi di età. In particolare, si registra un dato rilevante: il 61,1% degli elettori tra i 18 e i 34 anni si è espresso per il “No”. Questo dato merita attenzione. La fascia 18–34 anni comprende infatti sia i giovanissimi (18–24), tradizionalmente più inclini all’astensione, sia una platea generalmente considerata più aperta al cambiamento, meno ideologica e più orientata a logiche pragmatiche di modernizzazione. In altri termini, si tratta di una fascia spesso associata a posizioni riformiste, sensibile a temi quali innovazione, apertura istituzionale ed europeismo. Alla luce di ciò, il risultato appare controintuitivo: proprio il segmento demografico ritenuto più favorevole al cambiamento ha espresso, in misura significativa, una preferenza per il “No”, che nel contesto referendario assume una valenza tendenzialmente conservativa dell’assetto esistente. Questo non implica necessariamente un rigetto del riformismo in quanto tale, ma piuttosto segnala una possibile frattura tra domanda di cambiamento e offerta politica di riforma. In altri termini, i giovani potrebbero non aver respinto il cambiamento, bensì quella specifica proposta di cambiamento. Il dato apre dunque interrogativi rilevanti. I partiti – di governo e di opposizione – sono chiamati a interrogarsi su cosa stia evolvendo all’interno di questa fascia di età: se si tratti di una crescente diffidenza verso riforme percepite come calate dall’alto;
se incida il contesto politico internazionale, caratterizzato dalla presenza di governi a trazione conservatrice;
oppure se abbiano un ruolo determinante i nuovi ecosistemi comunicativi, in particolare i social media, nella formazione dell’opinione pubblica giovanile. In ogni caso, il dato suggerisce che la categoria dei “giovani riformisti” non può più essere considerata in modo automatico e lineare. Piuttosto, emerge una generazione più selettiva, meno ideologica e meno prevedibile, che valuta caso per caso le proposte di cambiamento. Su questo terreno si giocherà una parte importante della futura dinamica politica.
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