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25.03.2026 - 15:00
C’è un limite oltre il quale la narrazione diventa poco credibile. E sostenere che il voto al referendum sulla giustizia non sia un voto politico, ma soltanto una valutazione “tecnica” nel merito della riforma, supera ampiamente quel limite. Non è solo discutibile: è un’assurdità. Un referendum, per sua natura, è un atto politico. Lo è sempre. Lo è quando si vota su temi etici, su questioni istituzionali, su riforme complesse. Figuriamoci quando si entra nel cuore del sistema giudiziario, uno dei pilastri dello Stato. Sicuramente tra i più discussi. Fingere che tutto questo possa essere ridotto ad una scelta neutra, quasi notarile, significa prendere in giro i cittadini. Chi, nella sfera del centrodestra nei salotti tv sostiene questa tesi, prova a costruire una comoda zona grigia: da una parte si evita di assumersi fino in fondo la responsabilità politica della scelta, dall’altra si prova a depotenziare il significato dirompente del voto. Ma il risultato è solo uno: svuotare il dibattito pubblico, trasformandolo in una finzione. Il merito della riforma conta, certo. Ma è inseparabile dalla visione politica che la sostiene. Dalla maggioranza politica che l'ha partorita, proposta, difesa e spiegata nelle piazze. Dietro ogni norma ci sono equilibri politici e partitici, idee di giustizia, rapporti tra istituzioni. Dire il contrario significa ignorare l’evidenza o, peggio, volerla nascondere. E allora basta con questa retorica dell’“apoliticità”. È una scorciatoia che non regge e che finisce per offendere proprio quegli elettori che si vorrebbero convincere. I cittadini sanno benissimo che quando entrano in cabina elettorale non stanno compilando un test tecnico o etico, ma stanno esprimendo una scelta che ha conseguenze politiche ben precise. Che stanno, come nel caso di Matteo Renzi, promuovendo o bocciando un premier. Perché i fatti parlano chiaro. Il day after lo ha dimostrato senza bisogno di complesse interpretazioni: dentro Fratelli d’Italia il clima è stato tutt’altro che tecnico. Tensioni, prese di posizione, distinguo pubblici, dimissioni. Altro che voto “nel merito”. Se davvero fosse stato solo questo, non si spiegherebbe un contraccolpo politico così evidente. E la domanda, dunque, è una sola: nel pieno di venti di guerra, tensioni geopolitiche e crisi sociali e industriali, cosa resterà di questo anno residuale di legislatura a trazione centrodestra?
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