IL MATTINO
Il Passo di Lato di Cesare Parodi
25.03.2026 - 20:57
Di fronte alla cronaca che corre, c’è sempre una tentazione irresistibile: unire i puntini, sovrapporre le ombre, cercare il nesso logico che trasformi un fatto nudo in un complotto o, almeno, in una tragedia lineare. Ma la realtà, spesso, preferisce la sgrammaticatura del caso. Cesare Parodi, l’uomo che fino a ieri incarnava il volto severo e pensoso dell’Associazione Nazionale Magistrati, ha scelto il lunedì mattina più elettrico dell’anno per rassegnare le dimissioni. Lo ha fatto mentre le urne del referendum sulla giustizia ancora sputavano numeri e proiezioni, in quel limbo sospeso dove il potere si trasforma in verdetto. Poteva essere il giorno del suo ultimo corpo a corpo politico. È diventato quello del silenzio.
L'ombra di Torino e il silenzio del privato
Tutto sembrava apparecchiato per una narrazione da noir istituzionale. Nella notte tra venerdì e sabato, un finestrino in frantumi sotto casa, a Torino, ha squarciato la quiete di un quartiere che non è abituato al rumore dei vetri rotti. Un atto vandalico, si dice. Un’intimidazione, si sussurra. Eppure, con una fermezza che sa di antico rigore sabaudo, Parodi ha sbarrato la porta a ogni speculazione. Quelle dimissioni, arrivate quarantotto ore dopo, non sono la resa di un uomo spaventato, ma l’epilogo di una riflessione "meditata da tempo". Citare i "gravi motivi personali e familiari" nel lessico della magistratura italiana è come tracciare un confine invalicabile. È un richiamo al pudore che strozza sul nascere il chiacchiericcio dei palazzi romani. Parodi ha voluto slegare il suo addio dall'esito della consultazione elettorale con una precisione chirurgica: andarsene prima dei risultati definitivi significa non voler essere né il capro espiatorio di una sconfitta, né il trionfatore di una vittoria che non sente più sua.
Uno stile oltre la superficie
Chi ha seguito la parabola di Cesare Parodi sa che la sua cifra non è mai stata l’urlo, ma l’analisi etica, quasi severa, di un sistema che scricchiola. C’è in lui quella capacità, rara nei palcoscenici mediatici odierni, di non fermarsi alla superficie dei fatti. Ogni sua uscita pubblica sembrava voler indagare le radici storiche e sociali della crisi della giustizia, rifuggendo il riassunto banale per abbracciare la complessità della riflessione profonda. Non è un mistero che il suo sguardo sulla magistratura fosse venato da una sottile ironia, lo strumento di chi osserva le miserie umane con il distacco di chi conosce troppo bene i codici e, forse, anche le debolezze di chi li applica. La sua è stata una leadership di pensiero, più che di pura gestione del potere correntizio.
Il peso della toga e la scelta dell'uomo
Visto da lontano, il ritratto di Parodi oggi appare come quello di un uomo che ha compreso la differenza tra l'istituzione e l'individuo. In un’epoca in cui le cariche si difendono con le unghie anche di fronte all’evidenza del proprio logoramento, il suo passo di lato acquista una statura quasi anacronistica. Non c’è vittimismo nel suo congedo, nonostante il vetro rotto a Torino. C’è, invece, la rivendicazione di una libertà interiore: quella di poter dire che la propria serenità personale vale più di una presidenza, anche nel giorno in cui la giustizia italiana cambia pelle sotto i colpi del voto popolare. Rimane l'interrogativo su cosa perderà l'ANM senza la sua bussola. Ma resta soprattutto l'immagine di un magistrato che, nell'ora della massima pressione, ha preferito la verità del proprio privato alla maschera del ruolo pubblico. Un'uscita di scena che non spiega tutto, ma che dice molto sull'etica di chi ha deciso di non farsi trascinare dagli eventi, preferendo governare, almeno, il proprio destino.
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