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Il Grande Equivoco

Perché il Referendum ha certificato il divorzio tra click e realtà

Immaginate una stanza iper-tecnologica, affollata di giovani consulenti curatissimi, intenti a monitorare il "sentiment" su uno schermo, mentre fuori dalla finestra, nella piazza reale, passa una vita di cui non avvertono nemmeno il rumore di fondo. Il risultato delle urne non è stato solo un verdetto su un quesito; è stato il certificato di morte di un’illusione: quella che la realtà sia una sottocategoria dei social media. L’informazione ne esce sconfitta, è vero. Ma a perdere non è stata la notizia in sé, quanto la sua "confezione" industriale. Per anni ci siamo fatti cullare dal dogma secondo cui la politica dovesse "intercettare" il cittadino lì dove trascorre il suo tempo libero. Gli uffici stampa, trasformati in centrali di produzione di contenuti snackable, hanno inseguito algoritmi capricciosi con la foga di chi insegue una chimera. Il risultato? Una saturazione che ha generato il più naturale dei rigetti: l'indifferenza.

Il cortocircuito generazionale e il dogma del "post"

Il cuore del problema risiede in un paradosso sociologico profondo, quasi crudele. Da una parte abbiamo una classe dirigente, i "capi", che naviga in una fascia d'età compresa tra i sessanta e gli ottant’anni. Uomini e donne cresciuti con il rito del caffè e del giornale cartaceo, formati in una dialettica fatta di piazze fisiche, sezioni di partito e analisi lunghe. Dall’altra parte, per comunicare se stessi, hanno assoldato piccoli eserciti di ventenni, trentenni, quarantenni, nativi digitali preparatissimi sui software di editing, ma spesso privi di quel "vissuto" che permette di distinguere un’onda emotiva passseggera da una tendenza sociale radicata. Questi giovani professionisti, chiusi nelle loro bolle metropolitane, leggono i giornali solo quando questi ultimi inseguono a loro volta i social. Si è creato così un circolo vizioso: il politico chiede di "andare sui social", lo staff produce contenuti per i social, e i giornali, nel tentativo disperato di non restare indietro, riprendono i contenuti social. In questo gioco di specchi, la realtà, quella fatta di file alle ASL, di bollette che pesano, di una sfiducia che non si esprime con un commento rabbioso ma con un silenzioso astensionismo, è rimasta fuori dalla porta.

La mutazione del consenso: oltre la superficie

L'errore fatale è stato considerare il social media come un territorio di conquista permanente, ignorando che la risposta del cittadino a queste sollecitazioni muta con una velocità che nessun ufficio stampa può codificare. Se cinque anni fa un video "spontaneo" poteva generare empatia, oggi viene percepito come un artificio scenico. Il cittadino ha sviluppato degli anticorpi. Quando la comunicazione politica diventa una "confezione" identica per ogni notizia, la distinzione tra un post su un referendum e la pubblicità di un bagnoschiuma sfuma. Il problema non è la gioventù degli addetti ai lavori, ma la loro mancanza di "attraversamento" della vita vera. Se non hai mai letto un editoriale che scava nelle radici storiche di un conflitto sociale, se non hai mai passato ore a parlare con chi il giornale non lo compra ma lo subisce come eco lontana, la tua analisi sarà sempre parziale. Ti mancherà quella severa analisi etica che trasforma un semplice riassunto di fatti in una riflessione profonda.

La deriva del giornalismo "ancillare"

In questo scenario, il ruolo dei giornali è diventato tragicamente ancillare. Invece di porsi come filtro critico, come termometro della temperatura sociale reale, molte testate si sono trasformate in amplificatori del brusio digitale. Se una dichiarazione su TikTok diventa la "notizia del giorno", il quotidiano abdica alla sua funzione civile di gerarchizzazione dei fatti. Si rincorre l'engagement a scapito dell'approfondimento, dimenticando che l'elettore che va alle urne (o che decide di restare a casa) non lo fa perché ha messo un "like", ma perché ha maturato un convincimento che spesso nasce lontano dagli schermi. Il giornale orientato alla condivisione finisce per produrre un'informazione fotocopia, priva di quell'ironia sottile o di quella severa analisi che sono necessarie per interpretare i mutamenti di un Paese stanco e disilluso.

L’astensionismo come silenzio assordante

L’effetto collaterale di questa sovraesposizione comunicativa è il rigonfiamento dell'astensionismo, che non è più solo disinteresse, ma una forma di resistenza passiva. Se la politica parla il linguaggio dei social, chi non si riconosce in quel circo mediatico si sente escluso dal dibattito. La comunicazione "giovanilista" attuata da leader ottuagenari tramite staff di millenial produce un effetto grottesco: un linguaggio che cerca di essere fresco ma che risulta posticcio, un tentativo di intercettare il cittadino che finisce per respingerlo. L'astensionismo è il fallimento di un ufficio stampa che sa come "piazzare" una card su Instagram ma non sa come spiegare la genesi sociale di una riforma.

La sconfitta della "Politica-Packaging"

Ogni sconfitta politica è, intrinsecamente, un problema di comunicazione. Ma oggi il problema è che la comunicazione è diventata troppo. È diventata un rumore bianco che impedisce l'ascolto. Mentre gli uffici stampa si affannavano a ottimizzare le stories di Instagram, il corpo elettorale si muoveva su binari analogici, mossi da logiche che non hanno un hashtag di riferimento. La realtà corre lontanissima dal digitale. La realtà è lenta, sporca, contraddittoria. Il social è veloce, filtrato, binario (mi piace / non mi piace). Pretendere di tradurre la complessità di una scelta referendaria nel linguaggio della condivisione compulsiva ha portato allo sfacelo che abbiamo visto. I giornali, anziché fare da argine, si sono spesso piegati a questa logica del "clicca e condividi", perdendo quella funzione di guida e interpretazione che è l'unica ragione della loro esistenza.

Come ci si salva? La via del ritorno alla terra

Come si "fora" questa cortina di fumo? Non certo con più tecnologia, ma con più umanità e, paradossalmente, con più studio. La sconfitta dell'informazione in questa tornata è un monito: bisogna tornare a studiare i fatti nelle loro radici sociali e storiche. Serve una narrazione che non si fermi alla superficie, che abbia il coraggio di essere scomoda, persino noiosa se necessario, pur di essere vera. Servirebbe, forse, che chi gestisce la comunicazione dei leader tornasse a frequentare i mercati rionali, le sale d'aspetto dei treni regionali. Bisognerebbe smettere di guardare lo schermo e ricominciare a guardare fuori. Perché finché la politica continuerà a parlare a se stessa attraverso lo specchio deformante dei social, la realtà continuerà a correre in un'altra direzione, lasciando uffici stampa e leader soli, in una stanza bellissima, a celebrare vittorie virtuali che non si trasformano mai in voti reali. La lezione di questo referendum è amara ma necessaria: la comunicazione è uno strumento, non il fine. E quando il packaging diventa più importante del prodotto, il consumatore, o in questo caso, il cittadino, smette di comprare. E chiude la porta, lasciando la politica a discutere dei suoi stessi "like" in un vuoto pneumatico sempre più vasto.

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