IL MATTINO
Mario Schifano in Mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma
18.03.2026 - 15:25
Non si può entrare al Palazzo delle Esposizioni pensando di visitare la mostra di un pittore. Si entra, piuttosto, nel quartier generale di un sismografo umano. Mario Schifano non dipingeva oggetti, dipingeva la frequenza su cui quegli oggetti viaggiavano. Se la Scuola di Piazza del Popolo è stata il big bang dell'arte italiana contemporanea, Schifano ne è stato il nucleo radioattivo, colui che ha trasformato il Caffè Rosati nel centro di un mondo che non guardava più a Parigi, ma puntava dritto ai pixel di New York, filtrandoli con un’ironia tutta romana. Mentre Tano Festa si misurava con la solennità del passato, citando Michelangelo con una malinconia monumentale, e Franco Angeli serigrafava i simboli del potere, le aquile, le svastiche, le falci e martelli, come reperti di una Storia che schiaccia l’individuo, Schifano sceglieva la fuga in avanti. Il suo era un corpo a corpo con il presente assoluto. Dove gli altri cercavano la permanenza, lui inseguiva l'effimero. I suoi primi monocromi non erano spazi vuoti, ma schermi pronti a ricevere il mondo: il giallo della Esso o il rosso della Coca-Cola non erano omaggi al consumo, ma segnali stradali di un’Italia che cambiava pelle, icone svuotate della loro funzione commerciale per diventare pura energia visiva.
L'occhio cinepresa e la condanna del presente
Questa retrospettiva ha il merito di non separare il pittore dal regista, perché in Schifano la distinzione è puramente accademica. La sua pittura era già montaggio cinematografico. Mentre i suoi compagni di strada restavano, pur nell'avanguardia, legati alla staticità del quadro, lui aggrediva la tela come se fosse un fotogramma in movimento. C’è una severa analisi etica in questo suo rifiuto della "bella forma": Schifano capì, prima di chiunque altro, che la realtà stava diventando un flusso ininterrotto di immagini televisive e che l'unico modo per non esserne travolti era diventarne i registi. Il confronto con la Pop Art americana è qui che si spezza. Se Warhol era la fredda ripetizione della merce, Schifano era il calore nervoso del gesto. C’è una sottile ironia, quasi una sprezzatura aristocratica, nel modo in cui rielaborava i futuristi o i paesaggi "anemici". Non c’era celebrazione del moderno, ma la constatazione di una perdita: la natura non esiste più se non come ricordo mediatico, filtrata da uno schermo, resa pallida e tremolante dalla tecnologia.
Il battito Beat e la prigione del monitor
In questa tensione verso l'istantaneo, Schifano divenne il ponte naturale con la Beat Generation italiana. La sua pittura non era solo immagine, era performance, era "sulla strada". Frequentava poeti e sognatori che, come lui, cercavano una liberazione dai canoni borghesi attraverso l'eccesso e la velocità. Questa urgenza esistenziale lo portò, negli ultimi decenni, a una vera ossessione per la televisione: viveva circondato da decine di schermi accesi, catturando il flusso globale per poi "correggerlo" con il pennello. Non era un feticismo per l'oggetto tecnologico, ma il tentativo di esorcizzare il fantasma della mediocrità televisiva, restituendo dignità artistica al caos quotidiano.
La Polaroid come bozzetto e l'eredità digitale
Proprio in questo caos, la fotografia, e la Polaroid in particolare, fungeva da taccuino d'appunti elettrico. Migliaia di scatti che non servivano a documentare, ma a "fermare il colpo". Scattava alla TV, alla strada, agli amici, usando la foto come un reagente chimico per la pittura successiva. Questa frenesia ha tracciato la strada per le generazioni successive: senza il suo coraggio di sporcarsi con il video e il reportage immediato, non avremmo avuto quella sensibilità transmediale che oggi domina l'arte contemporanea. Schifano ha insegnato ai posteri che l'artista non è chi crea l'immagine perfetta, ma chi sa abitare il rumore di fondo della società senza farsi silenziare.
Un'eredità elettrica
Attraversando le sale del Palazzo delle Esposizioni, si percepisce come Schifano sia stato l'unico capace di restare "sporco" in un'epoca che tendeva alla pulizia del design. Tra i suoi capolavori, non cercate l'ordine, cercate l'urto: dai monocromi tattili ai marchi commerciali (la Coca-Cola non è più bibita, è icona liquida), fino ai paesaggi "anemici" dove la natura si dissolve in pura luce artificiale. Il suo lungometraggio Umano non umano è forse la sintesi suprema di questo percorso: una pellicola che non si guarda, si abita, come si farebbe con una tela invasa dal colore. Oggi, tra i suoi video e le sue tele computerizzate, Schifano ci appare come un profeta che ha smesso di gridare per mettersi a trasmettere. La sua non è stata solo un'avventura estetica, ma un tentativo disperato e bellissimo di restare umani dentro il frullatore delle immagini. Non cercate il quadro perfetto; cercate il battito cardiaco di un uomo che correva più veloce della realtà per provare, almeno per un istante, a fermarla.
Nota a piè di pagina per la visione della mostra
Per cogliere appieno l'opera di Schifano in questa sede, si consiglia al visitatore di non soffermarsi sulla singola tela come oggetto isolato, ma di osservare la mostra come un'unica installazione ambientale. L'uso dei video e dei filmati non è accessorio: è la prova del nove di un'arte che non si ferma alla superficie dei fatti, ma cerca di spiegarne le radici storiche e sociali attraverso il movimento. Guardate i film non come cinema, ma come pittura espansa; solo così si comprende la severa analisi etica di un autore che ha usato l'ironia per sopravvivere alla dittatura dell'immagine moderna.
Postilla sull'uomo e sul mito
È opportuno ricordare, camminando tra queste sale, che Schifano fu anche un uomo di profonde e tormentate passioni, capace di bruciare la vita con la stessa velocità con cui stendeva il colore. La sua "maledizione" non era un vezzo da artista bohémien, ma il prezzo pagato per una sensibilità che non conosceva filtri. Chi scrive ne riconosce la statura non solo nel gesto pittorico, ma nella capacità di aver dato un volto, per quanto frammentato e mobile, all'anima inquieta dell'Italia del secondo Novecento.
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