IL MATTINO
Economia
11.03.2026 - 19:12
Il carreĺlo scorre rapido, ma non è quello della spesa settimanale classica. Non c'è il pane fresco, né il banco gastronomia. C'è una fila di oggetti eterogenei: un set di cacciaviti, una confezione di caramelle gommose, un detergente per il bagno, un set di pennelli da pittura e un giocattolo per il cane. Benvenuti nel mondo di Action, il discount olandese del "non-food" che sta ridisegnando le mappe del consumo europeo, Italia compresa.
Action non è un negozio di quartiere, né un grande magazzino tradizionale. È un'organizzazione internazionale nata nel 1993 in un piccolo locale di Enkhuizen, nei Paesi Bassi. In poco più di trenta anni, ha saputo trasformare un concetto semplice, offrire prodotti di uso quotidiano a prezzi estremamente competitivi, in una macchina da guerra logistica. Oggi conta oltre 3300 punti vendita distribuiti in 14 Paesi europei, con una forza lavoro che supera gli 84000 dipendenti e un fatturato che per il 2025 ha toccato i 16 miliardi di euro.
La strategia aziendale è un compendio di efficienza quasi maniacale: assortimento vasto (circa 6000 referenze), rotazione continua (150 nuovi prodotti a settimana) e una standardizzazione estrema dei processi. Non c'è pubblicità tradizionale: il motore è il passaparola, alimentato dai social media e dal rassicurante senso di "scoperta" che si prova entrando in store dove la disposizione della merce cambia costantemente.
Per capire il successo di Action, dobbiamo guardare alla storia del consumo in Italia. Il supermercato, così come lo conosciamo, ha fatto il suo ingresso ufficiale nel nostro Paese nel novembre del 1957, quando la"Supermarkets Italiana" (la futura Esselunga) aprì il suo primo punto vendita a Milano. Fu una rottura epocale con la bottega rionale: il cliente non chiedeva più al commesso, ma sceglieva autonomamente dagli scaffali. Quell'abitudine si è sperimentata per decenni, trasformandosi gradualmente nel rito del fine settimana nei centri commerciali. Il centro commerciale è diventato, sociologicamente, una piazza moderna, climatizzata e sicura, dove l'atto dell'acquisto si fonde con lo svago. Action si inserisce in questo solco, ma lo scardina: non richiede l'investimento emotivo o economico di un pomeriggio di shopping di abbigliamento, ma offre la gratificazioni immediata del "piccolo affare". È la democratizzazione dello stupore a basso costo.
Tuttavia il successo di un format così aggressivo ha un costo sociale e territoriale non trascurabile. L'espansione capillare di Action, spesso posizionato in parchi commerciali periferici o in ex capannoni riqualificazione, agisce come una forza centrifuga che svuota ulteriormente i centri storici e le zone residenziali. Per le piccole botteghe di quartiere, la ferramenta, il negozio di casalinghi, la cartoleria, il confronto con questi giganti è impari. Non si tratta solo di differenze di prezzo, ma di una diversa concezione dell'abitare lo spazio urbano. Laddove il piccolo commercio offre una mediazione umana, una consulenza e un presidio di sicurezza e vitalità per la strada, Action propone un modello di consumo automatizzato e impersonale.
Il successo di Action solleva inevitabilmente questioni di etica del consumo. Scegliere il prezzo più basso significa, implicitamente, accettare una catena del valore dove la compressione dei margini si riflette su tutta la filiera. Il consumatore moderno vive una scissione. Da un lato, una crescente sensibilità verso la sostenibilità e l'impatto ambientale; dall'altro, la necessità, spesso dettata da contingenze economiche, di massimizzare il potere d'acquisto attraverso il "fast-retail". Questa dicotomia etica è però assorbita dalla gratificazione immediata. In un contesto di incertezza, il risparmio percepito agisce e come una forma di protezione psicologica, rendendo secondarie le considerazioni sulla provenienza dei prodotti o sui costi sociali della produzione.
A questo si aggiunge l'effetto moltiplicatore dei social media. Piattaforme come Tik Tok o Instagram hanno trasformato la spesa da Action in una vera e propria attività di intrattenimento digitale. Gli utenti condividono i propri "haul"( le riprese dei prodotti appena acquistati), creando un senso di comunità basato sulla scoperta dell'occasione imperdibile. La strategia di Action, basata sulla rotazione incessante di prodotti, alimenta costantemente questo meccanismo. L'urgenza di acquistare " prima che finisca" trasforma il negozio in un palcoscenico in cui l'utente diventa influencer. Il consumo non è più un atto privato, ma un evento sociale condiviso, rendendo il marchio capace di intercettare le tendenze molto più rapidamente di quanto faccia la grande distribuzione tradizionale.
Action ha capito che, nell'era digitale, il consumatore cerca l'esperienza fisica, purché sia rapida, conveniente, sorprendente. La standardizzazione dei suoi negozi permette di replicare il modello ovunque. Mentre il retail tradizionale soffre l'e-commerce, il discount non-food ha trovato una nicchia che l'algoritmo non può replicare: il piacere tattile dell'occasione. La sfida per i prossimi anni sarà capire se questa corsa frenetica manterrà la stessa efficienza, o se il settore inizierà a consolidarsi, lasciando spazio a una nuova fase di stabilità tra colossi globali e ciò che resta del commercio di prossimità.
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