IL MATTINO
Cultura
11.03.2026 - 15:38
C'è un'immagine che, a distanza di oltre cinquanta anni, non ha perso un grammo del suo smalto: un motoscafo Riva che taglia le acque della Costa Azzurra, il riflesso del sole sulle cromature di una Aston Martin DBS (la vettura era targata "BS1", giocava sulle iniziali del personaggio che la possedeva: Lord Brett Sinclair), di una Dino 246 GT, e di due uomini che incarnavano, ciascuno a suo modo, l'apice del carisma transatlantico. "The Persuaders!", da noi, più amichevolmente, "Attenti a quei due", non era solo una serie televisiva, era un monumento allo spreco consapevole, un azzardo produttivo che oggi farebbe tramare i polsi a qualsiasi piattaforma di streaming.
La trama era quasi unpretesto: un Lord inglese dai modi impeccabili e un self-made man americano dai modi sbrigativi, costretti a collaborare con un giudice in pensione. Ma era la sostanza a fare la differenza. Roger Moore e Tony Curtis non recitavano semplicemente; duellavano a colpi di improvvisazione e stile, immersi in scenari che non erano ricostruzioni in cartongesso nei dintorni di Londra, ma le vere strade di Nizza, i veri hotel di Montecarlo, la vera polvere delle Alpi. Ogni puntata costava una fortuna, una cifra astronomica per l'inizio degli anni '70.
Una scommessa vinta sul piano estetico, ma persa su quello della continuità. Tra budget fuori controllo e gli impegni cinematografici dei due protagonisti (con Moore ormai proiettato verso l'immortalità di James Bond), la serie si chiuse dopo una sola, leggendaria, stagione. Oggi guardiamo a quell'unica stagione come a un reperto di una civiltà perduta. Il panorama è dominato da una serializzazione bulimica, dove il successo di un'idea è spesso punito con un accanimento terapeutico fatto di spin-off e stagioni diluite fino all'evanescenza. È il trionfo del mercato sulla narrazione: bisogna fare girare il catalogo, nutrire l'abbonato, anche a costo di sacrificare la compattezza della trama o la profondità del cast.
In questo scenario le fiction contemporanee sembrano catene di montaggio: prodotti dignitosi, certo, ma raramente memorabili, privi di quella cura artigianale che permetteva a un racconto di diventare parte integrante della memoria collettiva. Perché, allora, continuiamo a rivedere quei ventiquattro episodi senza stancarci? Forse perché in "Attenti a quei due" c'era una qualità che la produzione industriale ha dimenticato: il senso del limite. Sapevano di avere poco tempo e lo hanno riempito tutto: ironia, cura del dettaglio e una fotografia cinematografica. Quella serie è rimasta una gemma solitaria perché non ha avuto il tempo di invecchiare male, di diventare la parodia di se stessa. In un mondo che ci chiede di consumare tutto e subito, Lord Sinclair e Danny Wilde ci ricordano che la qualità non ha bisogno di mille sequel per essere eterna. A volte, basta una sola stagione, fatta come Dio comanda, per non uscire mai di scena.
Nota in margine: L'architettura sonora di John Barry
Se l'atmosfera della serie appare ancora oggi inscalfibile, lo si deve a un'intuizione sonora che John Barry costruì con la precisione di un orologiaio. Il tema musicale non è semplice accompagnamento, ma un audace esperimento di contrasti: il suono metallico e "antico" del cembalo, che evoca l'aristocrazia europea di Sinclair, si scontra e si fonde con le pulsazioni sintetiche dei primi Moog e i riff di chitarra elettrica che richiamano l'anima urbana e sfacciata di Wilde. Barry evitò la trappola del motivetto facile, preferendo una melodia malinconica e discendente che conferisce alla serie una profondità cinematografica. È una partitura che respira con le immagini della Costa Azzurra, dove glu archi tipici della scuola bondiana non servono a riempire il silenzio, ma a definire un'identità stilistica così forte da rendere superflua qualsiasi sovraesposizione di effetti sonori moderni. In un'epoca di colonne sonore spesso generate per accumulo di "library music", il lavoro di Barry rimane un esempio di narrazione pura attraverso il pentagramma.
edizione digitale
I più letti
Il Mattino di foggia