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Analisi

La guerra contro l’Iran come “vincolo esterno”

manovra, via libera in commissione tra tensioni: il maxi del governo, pensioni e il nodo condono

I sondaggi che vengono pubblicati quasi quotidianamente, a voler essere seri, presentano rapporti di forza tra le due coalizioni sostanzialmente identici ai risultati delle ultime elezioni politiche. Non è lo 0, qualcosa per cento a poter influenzare il risultato finale. Come giorni fa ha spiegato sull’Huffington Post il professore di Statistica economica Giuseppe Arbia esiste una forbice di circa tre punti percentuali, in più o in meno, entro la quale ricadono variazioni minime. Per cui, essendo – aggiungo io – lo scarto tra le due coalizioni ben oltre il 3%, il dato che emerge dai sondaggi non si differenzia molto da quello delle elezioni politiche del 2022, a meno che non cambi significativamente l’affluenza alle urne. Il risultato delle elezioni politiche ed europee è stato determinato, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, dal cosiddetto “vincolo esterno”. Sono le politiche economiche derivanti dalla sottoscrizione del Patto di Stabilità e Crescita, con i vincoli di bilancio e di spesa pubblica, ad avere inciso sui risultati elettorali ma non sempre sulla formazione dei governi. Questi ultimi, a loro volta, hanno comunque dovuto tenere presente il “vincolo esterno”, del quale i Presidenti della Repubblica – prima Giorgio Napolitano ed oggi Sergio Mattarella – sono i garanti. Sostanzialmente l’attuale maggioranza fa leva sulle abilità tattiche del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e sulla capacità di mantenere i conti in ordine da parte del Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il resto della compagine di governo appare spesso piuttosto debole. Le opposizioni avevano sperato che il Governo Meloni mantenesse il profilo anti-europeista sbandierato durante gli anni di opposizione tra il 2018 e il 2022. Se avesse mantenuto tale profilo sarebbe stato facilmente attaccato. In realtà, pur criticato per una certa incoerenza, ciò non ha trovato riscontro né in sede UE né a livello di agenzie di rating. Lo provano alcuni dati significativi: la revisione in positivo fatta dall’agenzia di rating Fitch, che ha portato il giudizio sull’Italia a BBB+ con outlook stabile; un deficit che si attesta intorno al 3,1% del PIL, vicino quindi alla soglia del 3% prevista dalle regole europee; e uno spread BTP-Bund che si mantiene su livelli relativamente bassi, attorno agli 80 punti base. Dati che indicano come il governo stia adottando una politica economica e finanziaria sostanzialmente compatibile con il “vincolo esterno” rappresentato dai Trattati dell’Unione europea. Una procedura di infrazione non aiuta l’azione di governo, per il semplice fatto che essa impone una serie di vincoli che rendono ancora più limitata l’azione politica. Essere sottoposti a procedura di infrazione significa infatti doversi attenere a un percorso di correzione dei conti pubblici con limiti alla cosiddetta spesa netta, ossia la spesa totale delle amministrazioni pubbliche al netto della spesa per interessi, della componente ciclica della spesa per disoccupazione, della spesa per programmi dell’UE interamente finanziata da fondi europei e di altre misure temporanee, oltre al rispetto di obiettivi di deficit concordati. Sotto procedura di infrazione lo spread tende ad aumentare e risultano più elevati i tassi per il collocamento del debito pubblico, che in Italia supera i 3.000 miliardi di euro, pari a circa il 135-138% del PIL. Finché il vincolo persiste, l’azione del governo rimane limitata: sono necessarie correzioni strutturali e rendicontazioni periodiche e si riducono i margini di utilizzo della politica fiscale. Rimanendo sotto procedura l’azione del governo è limitata in materia fiscale, cioè nell’utilizzo di strumenti quali tasse, spesa pubblica e deficit pubblico per raggiungere gli obiettivi prefissati. Sono strumenti da utilizzare con grande cautela per evitare inflazione, stagnazione o entrambe. Non è un caso che l’ultima manovra finanziaria abbia avuto un valore di circa 22 miliardi di euro. Tra le misure più significative figurano la riforma IRPEF con il taglio dell’aliquota del secondo scaglione; per le imprese il nuovo iperammortamento sugli investimenti produttivi; per il lavoro nuove forme di tassazione agevolata; e, in materia di pensioni, la proroga della sola APE Sociale, l’aumento graduale dei requisiti tra il 2027 e il 2028 e un rafforzamento della previdenza complementare. Infine è stata introdotta una nuova rottamazione delle cartelle esattoriali. Interventi con un occhio attento al lavoro e alle imprese. Tuttavia i dati ISTAT indicano che la crescita dell’occupazione riguarda soprattutto settori a basso valore aggiunto e con salari relativamente bassi. In sostanza molte imprese continuano a occupare facendo leva sul basso costo del lavoro dovuto alla moderazione salariale e alla proliferazione di contratti che privilegiano flessibilità e precarizzazione. Per inciso, a partire dall’accordo sottoscritto negli anni Novanta tra le organizzazioni sindacali e il governo Ciampi, una parte crescente della contrattazione salariale è stata rinviata al secondo livello – territoriale o aziendale. Poiché tali accordi riguardano circa il 30% dei lavoratori, è evidente che nel corso degli anni il potere di acquisto dei salari si è progressivamente ridotto. In questo contesto già fragile, l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran rischia di complicare ulteriormente le prospettive dell’azione di governo. Se Meloni e Giorgetti speravano nella riduzione del deficit sotto la soglia del 3% con i benefici che ne sarebbero derivati in vista della manovra finanziaria per il 2027, la situazione internazionale potrebbe rendere l’obiettivo molto più difficile. Secondo alcune stime di analisti energetici, con il petrolio che potrebbe avvicinarsi ai 130 dollari al barile, il rischio è quello della stagflazione, ossia il combinato disposto di inflazione – crescita dei prezzi – e stagnazione economica. Non bisogna dimenticare che la crescita dell’economia italiana si attesta oggi tra lo 0,5% e lo 0,7%, un ritmo estremamente debole. Se il conflitto con l’Iran dovesse prolungarsi, le speranze che il governo riponeva in una manovra capace di dare slancio alla campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027 diventerebbero molto più ridotte. L’esecutivo deve infatti fare i conti con gli impegni assunti in sede europea e nell’ambito delle discussioni NATO che prevedono l’obiettivo, per i paesi alleati, di portare progressivamente la spesa militare fino a livelli compresi tra il 3 e il 3,5% del PIL entro il 2030. Gli effetti moltiplicatori di una tale spesa sono tuttavia tutti da valutare. Secondo alcuni studi una parte significativa di questa spesa pubblica potrebbe finire per sostenere la domanda dell’economia statunitense, dato il peso dell’industria militare americana nelle forniture ai paesi europei. A questo si aggiunge l’aumento della spesa energetica che peserà sui bilanci di famiglie e imprese. Per una famiglia tipo la stima, secondo varie fonti, potrebbe arrivare fino a circa 2.800 euro l’anno. Gli aumenti contrattuali derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi rischiano quindi di essere in larga parte assorbiti dal costo della bolletta energetica. In conclusione, lo scenario da qui alle elezioni politiche del 2027 per il governo – e soprattutto per gli italiani – non appare particolarmente roseo. Le opposizioni, pur non avendo ancora una linea politica pienamente definita, potrebbero trarne beneficio in termini elettorali. In sostanza, dalla Schlein a Conte passando per Fratoianni e Bonelli, se dovessero vincere le prossime elezioni politiche più che per merito loro dovranno probabilmente dire grazie a Trump e Netanyahu.

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