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Io e lui, ovvero la tirannia del corpo: anatomia crudele della virilità fallita e dell'uomo che crede di comandare

Io e lui, ovvero la tirannia del corpo: anatomia crudele della virilità fallita e dell'uomo che crede di comandare

"Io e lui" di Alberto Moravia non è soltanto un romanzo è una dissezione a freddo. Un'autopsia dell'uomo occidentale che si illude di essere libero mentre obbedisce, con devozione servile, alla più antica e meno nobile di sé. Pubblicato nel 1971, questo libro è stato frainteso, derubricato a provocazione oscena, respinto come eccesso. In realtà è uno dei testi più spietati e feroci della letteratura italiana del Novecento,  erché non concede al lettore nessuna via di fuga morale. Moravia non assolve, non consola, non giustifica: mostra. E ciò che mostra è ancora oggi intollerabile. La struttura di "Io e lui" è di una semplicità disarmante e per questo devastante. Un uomo parla con il proprio organo genitale, che risponde, argomenta, pretende. Non è un gioco surrealista né una trovata grottesca. È una messa in scena radicale della menzogna fondativa dell'io moderno: l'idea che la coscienza governi il corpo. Il dialogo tra "io" e "lui" è in realtà un interrogatorio senza possibilità di assoluzione. L'io è colto, razionale, borghese, convinto di avere valori e principi. "Lui" è rozzo, insistente , infantile, ma terribilmente efficace. Vince sempre. Non perché sia più forte, ma perché l'io è già corrotto, già disposto a tradirsi pur di non perdere la propria illusione di virilità. Qui Moravia è crudele: l'uomo non è diviso tra ragione e istinto, ma complice del proprio istinto. La scissione è una messinscena, un alibi. Il vero centro del romanzo è la dipendenza.  Non il desiderio,  non il piacere, ma la schiavitù. L'organo genitale non è simbolo di vitalità: è un tiranno capriccioso che chiede continue prove di fedeltà. Il protagonista vive in funzione di "lui", organizza la propria esistenza attorno alle sue esigenze,  accetta l'umiliazione come mezzo inevitabile.  Moravia è implacabile nel mostrare come questa dipendenza svuoti l'uomo dall'interno. Ogni concessione fatta al corpo è una rinuncia alla dignità. Ogni soddisfazione è temporanea, ogni appagamento genera un bisogno nuovo, più degradante del precedente. Il sesso non libera: incatena. Non unisce: isola. Non rafforza l'identità: la consuma. È una schiavitù invisibile perché socialmente legittimata. Nessuno la chiama dipendenza, nessuno la considera una patologia. E proprio per questo è totale.

Nel mondo di "Io e lui" le donne non sono soggetti, ma strumenti. Non persone, ma prove. Prove che l'uomo esiste, che funziona,  che vale. Il bisogno di conferma virile è così feroce da annullare qualsiasi possibilità di relazione autentica. Il protagonista cerca donne adulte ma giovani, marginali, spesso legate alla prostituzione,  non per desiderio, ma per sicurezza. Sono figure che non mettono in crisi, non chiedono reciprocità, non mascherano il vuoto. Sono corpi disponibili per confermare una superiorità maschile che esiste solo nella testa dell'uomo che la compra. Moravia non indulge, non romanticizza, non moralizza: mostra il meccanismo nella sua nudità. L'uomo che ha bisogno di donne sempre più giovani e più disponibili non è potente, è terrorizzato. Teme il confronto, teme l'età, teme il rifiuto, teme soprattutto il silenzio che rivelerebbe la sua inconsistenza. La prostituzione, in questo romanzo, non è tanto un tema sociale quanto uno specchio: è il luogo in cui la virilità si compra perché non è più in grado di esistere da sola.

La ferocia di "Io e lui" diventa oggi quasi insopportabile per quanto è attuale. Moravia aveva compreso che il sesso sarebbe diventato una valuta simbolica del successo. Che la conferma virile sarebbe stata esibita come status, come prova di riuscita sociale. Che il corpo, anziché essere liberato, sarebbe stato messo a lavoro. Oggi più di ieri, l'uomo misura il proprio valore attraverso il desiderio che riesce a suscitare, l'età che riesce a dominare. Il romanzo anticipa l'economia dell'immagine, la pornografia diffusa, la mercificazione totale dell'intimità. "Lui"è il precursore di ogni algoritmo che promette soddisfazione immediata e produce dipendenza.  Moravia aveva visto con chiarezza ciò che noi viviamo immersi fino al collo: una civiltà in cui il corpo non è un'esperienza, ma una prestazione, e la virilità un dovere estenuante. Lo scrittore romano è stato spesso letto male perché non concede al lettore il piacere dell'identificazione. I suoi personaggi sono sgradevoli,  deboli, moralmente esposti. "Io e lui" è forse il suo gesto più radicale. Non salva neppure l'intellettuale, non salva la cultura, non salva la coscienza. Moravia mostra che l'uomo moderno può citare filosofi, scrivere libri, analizzare se stesso all'infinito, e tuttavia rimanere schiavo dei propri impulsi più banali. La cultura non redime se non è accompagnata da una vera assunzione di responsabilità. E questa responsabilità, nel romanzo non arriva mai. Per questo Moravia meriterebbe finalmente di essere riletto: perché non offre modelli positivi, ma strumenti di smascheramento. Non migliora il lettore, lo mette a disagio. E il disagio è l'unico punto di partenza possibile per una presa di coscienza. In conclusione il suo è un libro necessario perché non perdona, è onesto. Non denuncia dall'esterno, ma dall'interno. Non accusa una società astratta, ma un individuo preciso,  riconoscibile, contemporaneo. È un libro che dice, senza attenuanti: l'uomo che delega la propria identità al sesso è già sconfitto. Che la virilità cercata come conferma è sempre una virilità in perdita. Insomma ci consegna una verità scomoda: non siamo dominati dal corpo perché siamo deboli,  ma perché non vogliamo rinunciare ai privilegi che la nostra dipendenza ci concede. E finché questo patto non sarà spezzato "lui" continuerà  a parlare e a comandare. 

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