IL MATTINO
Televisione
02.03.2026 - 19:49
C’è qualcosa di inevitabilmente incompiuto in ogni racconto dedicato a Franco Battiato.
Non perché manchino i materiali,anzi, l’archivio è sterminato, ma perché la sua figura, sospesa tra avanguardia e devozione popolare, tra elettronica sperimentale e misticismo sufi, sembra sempre sfuggire al formato televisivo.
Il film di Renato De Maria trasmesso in rima serata su Rai Uno, ora su Raiplay, affronta questo paradosso con rispetto e misura, scegliendo la via della sottrazione più che quella dell’enfasi celebrativa.
Non è un biopic tradizionale, né un semplice documentario musicale.
È piuttosto un itinerario interiore, scandito da immagini d’archivio, testimonianze e, soprattutto, dalle canzoni.
Ed è proprio qui che l’operazione riesce: nel lasciare che siano brani come “La cura” o “Centro di gravità permanente” a parlare, evitando la tentazione didascalica di spiegare l’inspiegabile. Battiato non viene ridotto a icona pop né santificato come guru laico; viene restituito nella sua tensione costante verso l’oltre.
Il film insiste giustamente sugli anni della ricerca radicale, quelli delle sperimentazioni elettroniche e delle contaminazioni colte, spesso dimenticati dal grande pubblico che lo ha conosciuto soprattutto nella stagione del successo mainstream.
È una scelta che nobilita il racconto: ricordare che dietro il cantautore capace di riempire i palazzetti c’era l’allievo ideale di Stockhausen, l’artista che guardava a Gurdjieff e alla tradizione orientale con la stessa curiosità con cui frequentava la canzone d’autore italiana.
La regia adotta uno stile sobrio, quasi ascetico. Le inquadrature indugiano sui silenzi, sui paesaggi siciliani, sulle pause del volto.
Non c’è frenesia nel montaggio, ma una scansione meditativa che rispecchia la cifra dell’artista.
Questa scelta può apparire, a tratti, eccessivamente composta, quasi timorosa di entrare nelle zone d’ombra.
Manca forse un affondo più critico sulle contraddizioni, sulle polemiche, politiche e culturali,che hanno accompagnato alcune sue prese di posizione pubbliche. Ma è evidente che il progetto preferisce custodire più che scandagliare.
Di grande efficacia risultano le testimonianze di collaboratori e amici, mai sopra le righe.
Non c’è l’agiografia gridata, ma un coro sommesso che restituisce la dimensione umana di un artista spesso percepito come distante.
Si scopre così un Battiato ironico, curioso, capace di leggerezza, qualità che talvolta il mito tende a rimuovere.
Il punto più alto del film, tuttavia, sta nel modo in cui riesce a collocare Battiato dentro la memoria collettiva italiana.
Le sue canzoni non sono solo opere individuali: sono diventate colonna sonora di passaggi generazionali, di inquietudini condivise, di una ricerca di senso che attraversa decenni.
In questo senso, il film non racconta soltanto un artista, ma un pezzo di Paese. La Sicilia non è cartolina, ma radice; l’Italia non è sfondo, ma interlocutrice.
Certo, qualche ridondanza narrativa si avverte. Alcuni snodi biografici vengono sfiorati più che approfonditi, e lo spettatore più esigente potrebbe desiderare un maggiore coraggio interpretativo. Ma la scelta di non “chiudere” Battiato in una definizione univoca appare coerente con la sua natura elusiva.
Raccontarlo significa accettare di restare in bilico tra pop e metafisica, tra hit parade e contemplazione.
Alla fine, ciò che resta è una sensazione di gratitudine.
Per l’artista, prima di tutto, e per un servizio pubblico che, almeno in questa occasione, ha saputo evitare il tributo frettoloso, costruendo invece un ritratto rispettoso e meditato.
Non definitivo, e non potrebbe esserlo, ma capace di riaccendere quella domanda che attraversa tutta l’opera di Battiato: dove si trova, davvero, il nostro centro di gravità?
Il film non offre una risposta. Ma, come accade con le sue canzoni migliori, suggerisce che la ricerca, più che l’approdo, sia l’unica forma possibile di fedeltà.
Franco Battiato. Il lungo viaggio (2026), film biografico diretto da Renato De Maria e scritto da Monica Rametta. Il cast vede Dario Aita nel ruolo del Maestro, affiancato da Elena Radonicich (nel ruolo della musa Fleur Jaeggy). La narrazione si articola in episodi che ripercorrono le tappe fondamentali della sua vita: l'infanzia in Sicilia, il trasferimento misticamente inquieto a Milano, lo sperimentalismo degli anni '70 e il successo travolgente di La voce del padrone. I significati profondi dell’opera risiedono nella tensione costante verso il trascendente e nella ricerca di un "centro di gravità permanente", elevando la biografia d’artista a percorso di evoluzione spirituale e umana. Il film si affianca alla produzione da regista dello stesso Battiato, autore di pellicole d'essai come Perdutoamor (2003) e Musikanten (2005).
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