IL MATTINO
Sanremo 2026
01.03.2026 - 15:05
La parabola si è compiuta: Sal Da Vinci ha vinto il Festival di Sanremo. Quella che avevo definito una "santificazione professionale" si è trasformata in un plebiscito, il punto di arrivo di un’auto-convinzione messianica che ha trovato nel Paese il suo specchio perfetto. Sal non ha vinto per una canzone, ha vinto per un’ostinazione; la sua è la vittoria di chi ha confuso il carisma con la patologia del successo, convincendo un pubblico affamato di certezze che l’enfasi sia l’unica forma possibile di verità. È la tenerezza di un uomo diventato personaggio prima ancora di essere se stesso, in un’edizione dove l'essere "giusti" ha contato più dell'essere vivi.
Il Canto come Impiego
Dietro il paravento del "Bel Canto", Sanremo 2026 ha svelato il suo vero volto: quello del canto come impiego statale. Il trionfo dei giovani professionisti nelle Nuove Proposte è il manifesto di una musica che non nasce più dall'urgenza, ma dal vivaio.
Il Festival è diventato il traino per i lavoratori dello spettacolo, una vetrina dove il talento è certificato ISO 9001, pronto per l’uso e privo di sbavature.
È una musica che serve a mantenere il posto, a occupare lo slot, a garantire il fatturato. Non è un caso che la musica di Sanremo sia crollata sulle piattaforme: l'algoritmo non perdona l'assenza di anima.
Quando la canzone è un modulo da compilare, l'ascoltatore, semplicemente, smette di cliccare.
La nomina di De Martino: La pubblicità mangia l'arte
L'annuncio in diretta nazionale di Stefano De Martino come prossimo conduttore e direttore artistico ha squarciato l'ultimo velo di ipocrisia. È la conferma definitiva che la raccolta pubblicitaria ha preso il sopravvento su ogni logica editoriale o artistica.
Il mercato sa che la pubblicità si vende meglio, e più a lungo, se riesce a vendere emozioni; diversamente, l'investimento si brucia nello spazio di un mattino. De Martino non è una scelta musicale, è una scelta di target: il volto perfetto per rassicurare gli investitori, soprattutto dopo un Festival così scadente e in caduta libera, e traghettare il "prodotto Sanremo" verso una monetizzazione sempre più spietata e meno poetica.
Le icone e il mercato: tra fetish e bulloni
In questo scenario di grigiore programmato, spiccano i tentativi di "dare un tono" all'operazione. Abbiamo visto Laura Pausini giocare con il fetish, trasformandosi, per esigenze di mercato, e piegare la sua professionalità alle liturgie di una serata cover, che l'ha usata come collante per un palinsesto che temeva il vuoto. Al polo opposto, Alicia Keys in Ferrari, con gli orecchini a bullone, è stata l'unica a ricordarci cosa significhi essere una vera ospite internazionale.
Un'aliena approdata per sbaglio in una sagra di paese che cercava disperatamente di sembrare un Gran Premio.
Bellezza, Mestiere e Padri
Se Bianca Balti è rimasta l'unica icona di una bellezza che non può essere studiata a tavolino, il vero vincitore morale rimane Gianni Morandi. Il suo è "mestiere da vendere", la dimostrazione che la professione è una cosa seria, mentre LDA è l'unico figlio d'arte capace di camminare da solo, o almeno di non farsi accompagnare.
I premi: la distribuzione delle indulgenze
Il resto è stata una distribuzione di medaglie al valore per tenere tutti buoni:
Il premio della critica a Fulminacci e quello della Sala Stampa a Serena Brancale sono i confini entro cui la qualità è tollerata, purché non disturbi il vincitore.
Il miglior testo a Fedez & Masini sa di compromesso storico, mentre il premio simpatia a Elettra Lamborghini, da parte del pubblico, è il riconoscimento definitivo della musica come puro intrattenimento da villaggio vacanze.
Menzione speciale per l'Orchestra, unico polmone reale di un teatro che ha rischiato l'asfissia.
Epilogo di un Paese piccolo piccolo
Le centinaia di pagine scritte su questo Sanremo fotografano un Paese sempre più provinciale, rintanato nel suo "regno di cartapesta" gestito da un Carlo Conti impeccabile custode di un museo che non apre nuove ali. Abbiamo visto il trionfo della forma sul contenuto, della "funzione ospite" sul rischio artistico.
Sanremo 2026 si chiude come una pratica archiviata: con un vincitore che si sente un Santo, una musica che non decolla e la consapevolezza che, in Italia, il palcoscenico più importante non serve più a lanciare sogni, ma a confermare carriere. Siamo diventati il Paese del canto come timbro del cartellino. Ed è questa, purtroppo, la notizia più amara di tutte.
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