IL MATTINO
Esteri
28.02.2026 - 21:59
Nelle ore in cui il cielo sopra l'Iran si è tinto del rosso dei missili a lungo raggio e del grigio denso delle macerie, il Medio Oriente è scivolato in una dimensione metafisica prima ancora che militare.
Non è più solo una questione di testate nucleari o di egemonia regionale; è diventata la guerra fredda del cadavere.
Al centro del cratere che un tempo era il compound fortificato di Ali Khamenei, nel cuore pulsante di Teheran, non si cerca più solo una conferma tattica, ma un simbolo.
Da una parte, l'annuncio chirurgico di Israele e degli Stati Uniti: la Guida Suprema è morta, colpita nel santuario del suo potere. Dall'altra, la smentita ostinata dell'Iran: il leader è vivo, trasferito in un luogo sicuro, pronto a guidare la riscossa.
In questo scenario, la verità biologica di un uomo di 86 anni è diventata un dettaglio trascurabile rispetto alla verità politica.
Per Gerusalemme, dichiarare Khamenei morto è l’atto finale di una decapitazione strategica: significa dire ai pasdaran che il tempo della teocrazia è scaduto e al popolo iraniano che il "Grande Satana" ha finalmente abbattuto il muro dell'invulnerabilità.
È un invito al collasso interno, una scommessa sul caos.
Per Teheran, invece, negare il decesso è l'unica diga contro lo sfaldamento dello Stato.
Finché Khamenei "esiste", anche solo come voce in un file audio o come ombra in un video sgranato, il regime mantiene la sua coesione formale.
Un martire morto è un'icona, ma un leader vivo, ancorché invisibile, è un comando.
La negazione serve a impedire che la successione diventi una guerra civile immediata tra le diverse fazioni del potere.
L'attacco congiunto non è stato un gesto d'impeto.
L'amministrazione americana, con il supporto logistico e d'intelligence israeliano, ha scelto il momento in cui le trattative sul nucleare erano ormai ridotte a un simulacro.
Colpire il cuore del sistema significa puntare al regime change senza l'onere di un'invasione di terra, utilizzando l'incertezza come arma di distruzione di massa.
Gli interessi in gioco sono stratificati e cinici: Israele cerca di azzerare la minaccia esistenziale, consapevole che la scomparsa di Khamenei paralizzerebbe i proxy come Hezbollah e le milizie irachene, privati del loro centro di gravità permanente.
Gli Stati Uniti puntano a una vittoria d'immagine totale, riaffermando un'egemonia che molti davano per sbiadita.
Russia e Cina osservano con un silenzio che sa di calcolo, sapendo che un Iran nel caos interrompe vie energetiche vitali e alleanze tattiche necessarie sul fronte ucraino.
C'è una severa analisi etica da fare, e cioè che la politica è ridotta a necroscopia.
Se la Guida Suprema è davvero morta, il suo silenzio è la prova del fallimento di un sistema che non ha saputo proteggere il proprio Dio in terra.
Se è viva, la sua assenza è la prova di una codardia strategica che lo allontana definitivamente dalle masse che ha preteso di guidare.
In questa guerra di nervi, il cadavere non serve per essere sepolto, ma per essere esibito o nascosto a seconda della convenienza del momento.
È una partita a scacchi dove il Re è forse già caduto, ma i giocatori continuano a muovere le torri come se nulla fosse avvenuto.
Il trauma ontologico si sposta ora nelle stanze segrete del potere religioso.
Il Consiglio degli Esperti, l'organo di 88 chierici incaricato di scegliere il successore, si trova davanti a un bivio senza ritorno.
L'opzione dinastica che porterebbe Mojtaba Khamenei sul trono del padre rappresenterebbe la continuità del pugno di ferro, ma trasformerebbe definitivamente la Repubblica Islamica in una monarchia teocratica, tradendo lo spirito della rivoluzione del '79.
Al contrario, i Guardiani della Rivoluzione potrebbero decidere di fare a meno di una Guida carismatica, preferendo un "Consiglio di Guida" debole e manovrabile, scivolando verso una dittatura militare pura.
Senza l'arbitro supremo, ogni fazione prepara la propria mossa e ogni ora di silenzio è un'ora in cui un generale o un ayatollah affila le armi per una possibile scissione.
Questa instabilità riverbera immediatamente sui nervi scoperti delle piazze e sugli equilibri diplomatici.
All'interno dell'Iran, il dubbio sulla sopravvivenza del leader agisce come un catalizzatore elettrico: i movimenti di protesta vedono in questo vuoto l'occasione per tornare a respirare.
Le strade di Mashhad e Isfahan sussurrano un nome che non è più quello della Guida, ma quello della libertà, mentre l'apparato repressivo esita, orfano di un ordine supremo univoco. Parallelamente, le cancellerie del Golfo ricalibrano freneticamente le loro alleanze.
Se per decenni l'asse sunnita ha cercato il contenimento dell'Iran, oggi teme l'imprevedibilità di un gigante acefalo.
Gli Accordi di Abramo affrontano la prova del fuoco: la normalizzazione tra Israele e il mondo arabo, nata in chiave anti-iraniana, rischia di essere travolta, se il collasso di Teheran dovesse generare un'onda d'urto di radicalismo incontrollato che superi i confini persiani.
In questo vuoto pneumatico di comando, il rischio di una "fuga in avanti" dei proxy è concreto.
Hezbollah, privato della bussola teologica e logistica di Teheran, potrebbe reagire con un massiccio attacco preventivo contro Israele per giustificare la propria esistenza, o al contrario implodere in lotte fratricide per il controllo del Libano meridionale.
È qui che si inserisce la diplomazia felpata di Pechino.
La Cina, primo acquirente del greggio iraniano, non può permettersi il collasso del fornitore.
Si sta già muovendo come mediatore "neutrale", offrendo una sponda diplomatica ai pragmatici di Teheran e rassicurando i sauditi, nel tentativo di stabilizzare il mercato energetico e porsi come l'unico attore capace di parlare con tutti quando le armi taceranno.
La Russia, nel frattempo, si prepara a muovere le proprie pedine in Siria.
Un Iran distratto dalla propria successione lascerebbe a Mosca il controllo totale sul Levante, un'occasione d'oro per consolidare basi e influenza in un momento in cui l'attenzione globale è rivolta altrove.
Il petrolio, dal canto suo, non aspetta le smentite.
Al primo missile su Teheran, il greggio ha reagito con un sussulto isterico.
Il timore che l'Iran possa tentare di chiudere lo Stretto di Hormuz ha già spinto i trader a prezzare il "rischio vuoto".
Un blocco, anche parziale, porterebbe il barile sopra i 120 dollari in poche sessioni, innescando una spirale inflattiva globale.
Senza una catena di comando chiara a Teheran, chi controlla i droni e i sottomarini che minacciano le petroliere?
L'incertezza sul cadavere è, paradossalmente, più costosa di una morte accertata, perché impedisce di calcolare la razionalità della risposta iraniana.
Il paradosso finale è che il mondo intero guarda a un uomo scomparso per capire se avremo il riscaldamento in inverno o se il sistema bancario reggerà.
La morte di un leader diventa così un coefficiente matematico nelle equazioni dei fondi d'investimento.
La guerra del cadavere non si combatte solo tra le rovine di Teheran, ma sui monitor di Singapore e New York, dove la vita umana è stata da tempo tradotta in volatilità.
Il Medio Oriente oggi non attende notizie dal fronte, ma un segno di vita o una prova di morte, perché in questa regione, a volte, un fantasma può governare più a lungo di un uomo in carne e ossa.
Nel mentre il governo iraniano invita, con un SMS, i residenti di Teheran a lasciare il paese.
E si, è davvero morto.
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