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Analisi

Il No alla riforma della giustizia è un Sì all’antipolitica

Il No alla riforma della giustizia è un Sì all’antipolitica

Se dovessimo dare un titolo alla campagna referendaria a favore del No, l’unico possibile sarebbe: campagna per il trionfo dell’antipolitica.
Dalla fine della Prima Repubblica, ciò che resta dei partiti ha operato sotto la spinta dell’antipolitica. Una spinta che si è tradotta in revisioni della Carta costituzionale volte a superare – o quantomeno ridimensionare – i principi democratico-sociali che l’hanno ispirata.
È noto che la Costituzione nasce dall’incontro tra culture politiche diverse, spesso alternative: cattolico-democratica, comunista, socialista, azionista e liberale. Nel corso della sua storia è stata modificata 46 volte, attraverso circa 20 interventi legislativi che ne hanno inciso il testo.
La prima modifica risale al 1962 e riguardò il numero dei deputati e dei senatori e la durata del mandato. Il testo originario prevedeva un numero variabile di parlamentari: un deputato ogni 80.000 abitanti e un senatore ogni 200.000. La durata del mandato era rispettivamente di cinque e sei anni. Con la riforma del 1962 il numero dei parlamentari venne fissato a 630 deputati e 315 senatori. Un numero rimasto invariato fino alla recente riforma che lo ha ridotto a 400 deputati e 200 senatori.
Altre modifiche hanno riguardato la Corte costituzionale, l’istituzione della Regione Molise e altri aspetti ordinamentali che non mettevano in discussione l’impianto valoriale di fondo.
Esiste però un prima e un dopo.
Il passaggio è segnato dalla fine della Prima Repubblica e dall’inizio della cosiddetta Seconda. La Prima Repubblica era guidata dai partiti che avevano scritto la Costituzione. Con la crisi dei partiti politici – ridotti progressivamente a meri cartelli elettorali – e con i profondi cambiamenti intervenuti a livello internazionale, le revisioni costituzionali hanno assunto una direzione diversa.
A invocare cambiamenti strutturali erano anche soggetti esterni alla politica nazionale, come Standard & Poor's, che sostenevano come le Costituzioni nate dalla lotta al nazismo fossero caratterizzate da un’impostazione socialdemocratica, ritenuta non più adeguata alla finanziarizzazione dell’economia e alla globalizzazione.
Il principio dell’interesse sociale, sancito in più articoli della Costituzione, ha iniziato a essere reinterpretato come interesse degli azionisti e dei soci delle imprese.
Le trasformazioni internazionali hanno prodotto in Italia la crisi del sistema politico fondato sui partiti. Il vuoto lasciato è stato occupato da movimenti definiti “populisti”. Le classi dirigenti eredi dei partiti della Prima Repubblica, sotto la pressione di vincoli esterni e di una narrazione mediatica che tendeva a delegittimare la politica – e con essa le istituzioni democratiche – hanno avviato riforme che hanno inciso sull’impianto originario della Carta.
La riforma che segna il passaggio decisivo è la revisione dell’articolo 81 della Costituzione, che ha introdotto il principio del pareggio di bilancio. Con quella modifica si è avviato un processo di rilettura della Costituzione in chiave neoliberale, ridimensionando l’impostazione economico-sociale che aveva caratterizzato la stagione dei governi della Prima Repubblica.
Ulteriori riforme hanno riguardato il Titolo V e la riduzione del numero dei parlamentari. Parallelamente, il sistema si è evoluto verso una forma di fatto semipresidenziale, con un rafforzamento del ruolo del Presidente della Repubblica anche come garante degli obblighi derivanti dai trattati dell’Unione Europea.
Sotto la pressione del contesto internazionale – in primis dei vincoli UE – e attraverso una narrazione mediatica orientata alla svalutazione della politica, si è progressivamente affermato un trasferimento di potere verso istituzioni tecnocratiche prive di legittimazione diretta.
Tra le istituzioni che hanno assunto un ruolo centrale vi è anche la magistratura. Alcune inchieste, spesso amplificate mediaticamente prima della loro conclusione definitiva, hanno contribuito a consolidare nell’opinione pubblica l’equazione tra avviso di garanzia e colpevolezza accertata. Il termine “classe politica” è stato sostituito da “casta”.
Parallelamente, la tecnocrazia economica ha assunto un ruolo determinante nelle scelte di finanza pubblica e di programmazione economica. Le autorità indipendenti hanno esercitato poteri di fatto normativi, mentre alcune decisioni giudiziarie hanno inciso direttamente sull’indirizzo politico.
Tutto questo – secondo questa lettura – trova un punto di svolta nella modifica dell’articolo 81, che ha rafforzato il vincolo esterno. Un articolo originariamente pensato da Luigi Einaudi in senso liberale, ma ritenuto non sufficientemente aderente alle nuove logiche della governance finanziaria.
Le revisioni costituzionali degli ultimi decenni possono quindi essere interpretate come avvenute sotto la pressione dell’antipolitica: una cultura che tende a sostituire la decisione politica con la decisione tecnica.
La narrazione mediatica dominante contribuisce a demonizzare la politica e, implicitamente, la democrazia rappresentativa, promuovendo figure tecniche – banchieri, economisti, manager – come garanti di razionalità e competenza. Anche alcuni magistrati, grazie alla loro esposizione mediatica, vengono contrapposti alla politica elettiva.
La politica, selezionata attraverso il voto, finisce così subordinata a poteri tecnocratici, svuotando di significato la stessa democrazia.
In questa prospettiva, votare Sì alla separazione delle carriere significa riaffermare l’autonomia della politica e rafforzare la democrazia rappresentativa contro la deriva tecnocratica.

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