IL MATTINO
Sanremo, giorno 4
28.02.2026 - 15:11
Questa è stata la prova del nove. La serata delle cover non è più un omaggio alla storia della musica, ma una gigantesca operazione di chirurgia plastica su un corpo che non accetta di invecchiare. Trenta duetti come trenta tentativi di rianimazione, dove il passato viene usato come scudo spaziale per proteggere un presente che fatica a stare in piedi. Se il Festival fosse un oggetto d'antiquariato, la serata delle cover sarebbe il momento del restauro aggressivo. E invece abbiamo assistito a una maratona di trenta esibizioni dove la parola d'ordine è stata "rassicurazione". Non si è cercata l’innovazione, ma il rifugio sicuro in un canone che il pubblico può canticchiare dal divano, possibilmente mentre scorrono le immagini di Bianca Balti, chiamata sul palco a incarnare quella bellezza che deve, per contratto, "raccontare la vita", e che è anche l'unica in grado di farlo con eleganza e autenticità: ha sfidano la morte e ha vinto.
La fiera delle icone: tra sacro e profano
Il viaggio è iniziato con Arisa, che insieme al Coro del Teatro Regio di Parma ha trasformato Quello che le donne non dicono in un’orazione solenne.Un'operazione impeccabile, ma forse troppo carica di riverenza da risultare un'occasione mancata.
Al polo opposto, il corto circuito generazionale delle Bambole di Pezza con Cristina D’Avena: Occhi di gatto in versione punk-rock è stata un momento in cui l'estetica del coordinato ha incontrato il gioco puro, senza l'ansia di dover sembrare "profondi" a tutti i costi, ma nemmeno autenticamente pop.
Il "fattore Pupo"
In questo scenario di perfezione artificiale, l'ingresso di Pupo accanto a Dargen D’Amico e alla tromba di Fabrizio Bosso per Su di noi, sembrava quasi potere essere l'unico vero momento di onestà intellettuale della serata. Mentre i ventenni sul palco si sforzavano di apparire veterani stanchi, Enzo Ghinazzi ha voluto strafare ed è salito sul palco dell' Ariston con la leggerezza(stanca) di chi il sistema lo ha già vinto, perso e poi ricomprato e cioè in versione Rock e Armata rossa, Dargen, e il botto non c'è stato. Sarebbe potuta essere la vittoria dell'autenticità del kitsch contro la noia della perfezione studiata e invece il nulla.
I pesi massimi e la nostalgia di plastica
Il momento della verità è arrivato con i duetti che cercavano il "colpaccio" emotivo. Fedez e Marco Masini con Stjepan Hauser su Meravigliosa creatura hanno messo in scena il manuale del pop contemporaneo: l'aggressività del rapper stemperata dal cinismo melodico di Masini, il tutto nobilitato dal violoncello di Hauser. Un prodotto perfetto per Spotify, ma privo di quell'anima che la Nannini originale metteva in ogni singola sillaba.
Allo stesso modo, Francesco Renga e Giusy Ferreri hanno affrontato Bowie con Ragazzo solo, ragazza sola. Un rischio enorme, ma l'impresa è improba.
I ritorni e i maestri
C’era molta attesa per il ritorno di Gianluca Grignani, stasera al fianco di Luchè per Falco a metà.
Qui, finalmente, si è vista una crepa. La performance non era "giusta", non era "da depliant", ma era viva.
Grignani porta sul palco quella disperazione autentica che il resto del cast cerca di simulare dopo ore di trucco e parrucco. È stata una collisione tra mondi, l'hip hop di Luchè e il rock maledetto di Gianluca, che ha ricordato a tutti che la musica, ogni tanto, deve ancora fare un po' male. È stata una rimpatriata per Grignani, tutto qui.
Dall'altra parte, la nobiltà di Patty Pravo con Timofej Andrijashenko. Patty non canta più, officia. La sua Ti lascio una canzone è stata un momento di sospensione temporale, un’estetica della sparizione dove il look (sempre oltre, sempre altrove) contava più dell'intonazione.
L’algoritmo della cover
Molti dei duetti "giovani" sono sembrati, purtroppo, generati da un algoritmo del consenso.
Enrico Nigiotti con Alfa (En e Xanax), Ermal Meta con Dardust (Golden Hour) e Mara Sattei con Mecna (L’ultimo bacio) hanno proposto versioni pulitissime, eleganti, vestite con quel gusto indie-chic che non spettina nessuno.
Sono cover che "stanno bene ovunque", ma che non aggiungono nulla all'originale se non una patina di contemporaneità che scadrà tra sei mesi. E poi Fulminacci con Francesca Fagnani in Parole parole. Un momento di teatro-canzone dove l'acume ha prevalso sulla ricerca della nota alta.
L'algoritmo del consenso e i suoi interpreti
Oltre ai casi già analizzati, la lista mette a nudo la strategia di questa edizione: accostare il nuovo che avanza a pilastri sicuri per blindare l'ascolto. Operazioni come Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas su Il mondo o Nayt con Joan Thiele su La canzone dell’amore perduto tentano di nobilitare la serata, cercando la profondità storica.
Raf con i The Kolors (The Riddle) e Tommaso Paradiso con gli Stadio (L’ultima luna) rappresentano il passaggio di testimone indolore, dove il passato non viene sfidato ma semplicemente "indossato" come un abito di buona fattura, anche se il tutto è troppo sovraesposto.
Elettra Lamborghini con le Las Ketchup (Aserejé) e Samurai Jay con Belén Rodríguez (Baila Morena) servono a ricordare che il Festival deve anche essere "festa", anche se si tratta di una festa dove i coriandoli sembrano già usati.
La tecnica sopra l'urgenza
Duetti come quelli di Serena Brancale con Gregory Porter o Malika Ayane con Claudio Santamaria avrebbero dovuto alzare l'asticella in questo contesto di "vetrina di cristallo", e invece sono apparsi come l'ennesimo esercizio di stile in un'edizione che ha bandito la vita.
Il bilancio: una vetrina di cristallo
La serata si chiude con la sensazione di aver assistito a una gigantesca sfilata di moda prestata alla musica. Vince Ditonellapiaga scontentando il pubblico dell' Ariston.
I look sono stati, ancora una volta, le vere "canzoni".
Dalle scelte retro e poetiche di Fulminacci alla sicurezza di Angelica Bove in Armani, fino all'estetica da "lago dei cigni" che continua a tormentare le co-conduttrici.
Il Festival ha celebrato se stesso attraverso le canzoni degli altri, confermando di essere una macchina da guerra della comunicazione capace di rimpacchettare qualsiasi cosa. Abbiamo visto la storia della musica ridotta a una serie di "momenti" da condividere, una parata di stelle che si sono prestate a un rito che, sotto le luci di Piazza Colombo con Francesco Gabbani e la nave di Max Pezzali, sembra ormai aver occupato ogni spazio fisico e mentale.
Rimane una domanda: tolte le cover, tolte le icone del passato, cosa rimarrà di questo Sanremo 2026?
Gianni Morandi.
Restate con noi: domani la finale, dove scopriremo chi erediterà le chiavi di questo regno di cartapesta.
Nota a piè di pagina:
Il caso Sal Da Vinci, tra messianesimo e tenerezza professionale
In una serata che dovrebbe celebrare l'interpretazione, il passaggio di Sal Da Vinci accanto a Michele Zarrillo ha offerto uno spettacolo che trascende la musica per sfociare nella fenomenologia del "personaggio". C’è qualcosa di profondamente malinconico nel vedere un artista così pervicacemente auto convinto del proprio ruolo messianico. Sal non canta per il pubblico, ma sembra celebrare un rito solipsistico davanti a uno specchio che gli restituisce l'immagine di un salvatore della melodia.
Questa sua inscalfibile certezza, quel modo di abitare il palco come se ogni nota fosse una reliquia da baciare, genera una strana forma di tenerezza, ma è una tenerezza che stride violentemente con il concetto di professionalità moderna. La professionalità richiede distacco, controllo, la capacità di servire il brano senza soffocarlo con il proprio ego interpretativo. Sal, invece, si è autoconvinto di essere l'ultimo baluardo di una sacralità popolare che, nei fatti, è ormai un’auto-parodia. Poi è innegabile che canti davvero e che la sua voce sia talento puro ma a quanto punto della sua carriera potrebbe e dovrebbe anche averlo capito.
In questo Sanremo 2026 che già fatica a trovare un briciolo di verità, e di serietà professionale, la sua santificazione forzata appare come l'ultimo rifugio di chi ha confuso il carisma con la ripetizione ossessiva di se stesso. È il trionfo di un’estetica che non comunica più, ma si limita a pretendere un’adorazione che non ha più basi razionali. Una deriva che trasforma il palco in un confessionale e la canzone in un’indulgenza plenaria, lasciando lo spettatore critico con una domanda amara: dove finisce l’omaggio e dove inizia la patologia del successo?
«Per me è sempre una novità, non do mai niente per scontato nella vita, perché nulla ci è dovuto. Mi sorprende ancora tutto, mi sorprende l’accoglienza che la vita mi dona, nel bene e nel male. La famiglia e la musica mi hanno salvato dal dolore. È un successo partito dal basso… vengo da una famiglia umile… mio padre, per lui la famiglia era il centro del mondo. Prendo energia dalla mia famiglia».
Sal Da Vinci
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