IL MATTINO
Sanremo giorno 3
27.02.2026 - 11:37
«Siamo qui per celebrare l'amore, la musica, l'unità, l'energia positiva che noi creiamo»
È Irina Shayk nella conferenza stampa di ieri mattina a pronunciare queste parole per non pronunciarne altre, che visto il Festival e visto il contesto tutto sarebbero suonate ancora più false.
La terza serata del Festival di Sanremo scorre via senza scosse telluriche ma con un’energia più compatta rispetto alle prime due.
È la serata delle conferme e di qualche resa dei conti sottotraccia.
Se la seconda serata è stata la conferma di un meccanismo che si avvita su se stesso, la terza si presenta come l’apoteosi della "funzione ospite".
Con l’ingresso di Irina Shayk e la vetrina di Eros Ramazzotti e Alicia Keys, il Festival sposta l’attenzione dal concorso alla celebrazione. Ma il rischio, in questa ricerca del "prestigio" esterno, è quello di sottolineare, ancora una volta, quanto la gara principale faccia fatica a camminare con le proprie gambe.
L’Ariston è pieno, disciplinato, meno incline all’ovazione facile.
Si ascolta di più, si perdona di meno.
Il conduttore tiene il ritmo con mestiere, evita i monologhi-santuario e punta su una scaletta serrata.
La gara entra nel vivo.
Non è la notte delle sorprese assolute, ma delle gerarchie che prendono forma.
L’evento annunciato arriva a metà serata ed è in quel momento che il Festival decolla.
Sul palco salgono Eros Ramazzotti e Alicia Keys.
L’operazione è dichiaratamente internazionale, con quell’aria da ponte tra melodramma italiano e soul d’oltreoceano.
Ramazzotti attacca con “Adesso tu”, scelta che è anche un tributo al Festival vinto e lei parte con un tributo a Sanremo che pur un attimo diventa New York.
È l'unico guizzo perché Alicia Keys riempie il palco e non si risparmia. Proseguono con il duetto del "L' Aurora". Lui rimane nella comfort zone del timbro nasale che ha fatto scuola, lei parte in punta di piedi, poi allarga il fraseggio e porta il brano su un terreno più caldo, meno scolastico.
Il risultato è elegante, a tratti persino commovente, ma non privo di attriti.
Le due emissioni non sempre si fondono; si sfiorano, si studiano, si rispettano.
È un duetto di diplomazia musicale più che di abbandono.
Quando Ramazzotti vinse Sanremo con "Adesso tu", a Forcella, ero lì, per la strada c'era solo il suono della sua voce, nessun umano, solo la TV che diffondeva questo "nato ai bordi di periferia".
La periferia è diventa espansa nel mentre e c'è voluta New York per allargarla.
Il pubblico apprezza, la platea si alza, i social, inevitabili,si dividono tra chi parla di momento storico e chi avrebbe voluto più rischio.
La verità sta nel mezzo.
L'operazione è riuscita, ma con il freno a mano leggermente tirato.
In gara, i favoriti confermano lo status.
C’è chi sceglie la via della sottrazione e porta a casa un’interpretazione asciutta, quasi televisiva, che funziona perché non cerca il titolo del giorno dopo.
C’è chi invece esagera.
Arrangiamenti sovraccarichi, cori inutilmente epici, luci che gridano vendetta.
Il Festival, si sa, amplifica pregi e difetti; stasera li mette in fila.
Arisa è al momento la cantante più "spinta" anche sui social, ma è anche l'unica che abbia un suo stile sul paco, non ondivago, e quindi accettato e riconoscibile per il pubblico del Festival.
Però quando l’ospite prende il sopravvento, il concorrente arretra; quando prova a riprendersi la scena, l’insieme si sfilaccia.
Applausi cortesi, nulla più.
La serata vive anche di dettagli: un fuori programma tecnico gestito con sangue freddo, una gag che non decolla, un ringraziamento che suona più come una strategia.
L’orchestra rimane il vero collante, precisa e paziente.
È lei a salvare un paio di performance in bilico, cucendo strappi e smussando spigoli.
Sul piano della classifica provvisoria, la sensazione è che il podio stia consolidando le proprie posizioni.
Non ci sono rivoluzioni, ma piccoli scarti che contano.
Il televoto, sempre più ago della bilancia, premia l’immediatezza; la sala stampa tende a proteggere la scrittura, anche se i testi sono modesti, quasi raggrinziti e in linea con la sempre più difficile frequentazione per gli italiani con la comprensione e l'utilizzo esatto della propria lingua madre.
È il solito braccio di ferro, con il pubblico a chiedere emozione e i giurati a pretendere struttura.
Il momento Ramazzotti-Keys rimane comunque la fotografia della serata: Sanremo che guarda fuori senza smettere di specchiarsi.
C’è ambizione, c’è mestiere, c’è anche un filo di autocompiacimento. Ma l’operazione funziona perché non tradisce l’idea di canzone.
In un Festival spesso tentato dall’effetto speciale, sentire due artisti che si affidano alla voce, pur con tutte le cautele del caso, è quasi una dichiarazione d’intenti.
Chiusura oltre la mezzanotte, con i tempi che si allungano e la stanchezza che affiora.
Eppure la terza serata lascia una traccia più netta delle precedenti: meno chiacchiere, più musica; meno proclami, più gerarchie.
Se qualcuno aspettava la scossa, dovrà pazientare. Ma da stasera la corsa è tracciata. E per qualcuno, dietro le quinte, il Festival comincia davvero adesso.
Nota a piè di pagina
Da evidenziare, in chiave di lettura, almeno tre elementi:
Il peso simbolico del duetto tra Eros Ramazzotti e Alicia Keys, non tanto per l’effetto internazionale in sé, quanto per ciò che dice sul bisogno del Festival di Sanremo di legittimarsi oltre confine;
ll consolidamento delle gerarchie in classifica, con l’assenza di scosse come dato politico prima ancora che musicale;
la crescente divaricazione tra gusto popolare (televoto) e filtro critico (sala stampa), vero nodo strutturale di questa edizione.
Se si vuole essere urticanti fino in fondo, va sottolineato anche questo: quando l’evento più commentato è un duetto fuori gara, significa che la competizione, pur solida, non ha ancora trovato il suo momento davvero memorabile.
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