IL MATTINO
Sanremo giorno 2
26.02.2026 - 16:59
Se la prima serata ci ha presentato il "Museo delle cere", la seconda è stata la sagra del "vorrei ma non posso". Abbiamo visto l’autotune elevato a dogma e una serie di performance che, nel tentativo disperato di suonare contemporanee, hanno finito per suonare come la musica che ascoltavamo in palestra dieci anni fa.
Il feticismo dello stile
Il vero protagonista di stasera non è stato un cantante, ma lo styling.
Abbiamo visto artisti trasformarsi in icone pop da catalogo, con look studiati non per esprimere una personalità, ma per "bucare" lo schermo nei primi cinque secondi di un Reel.
È un’estetica della vetrina, tutto è luccicante, tutto è sovraesposto, tutto è pensato per essere consumato prima ancora di essere ascoltato.
Ma c'è una nota dolente: questi abiti, spesso costruiti come armature hi-tech o architetture di cristalli, finiscono per soffocare l'identità di chi li indossa.
C'è una ricerca ossessiva della "perfezione da red carpet" che finisce per annullare il corpo reale, trasformando l'interprete in un manichino di lusso.
Sotto la pelle di cristallo, cosa c'è?
Poco o nulla.
Le canzoni di questa seconda serata hanno confermato un sospetto inquietante: siamo in mano a una generazione di "artigiani del suono" che hanno scambiato l'urgenza espressiva con la competenza tecnica.
Sanno come si produce un pezzo, sanno dove mettere il beat, sanno quando far partire il ritornello.
Eppure, le loro canzoni non lasciano una traccia, non graffiano, non accendono il fuoco.
Sono pezzi che "stanno bene in playlist", che riempiono il silenzio durante la guida, ma che muoiono appena l'ultima nota svanisce.
La parodia dell'impegno
Poi c’è il momento del "messaggio".
Quello in cui l'artista, tra una strofa e l'altra, sente il dovere di ammiccare a un tema sociale, di indossare un simbolo, di lanciare una frase che vuole sembrare una sentenza.
È una parodia dell'impegno civile.
Si usa la parola "diritti", "ambiente" o "libertà" come se fosse un accessorio da abbinare al vestito di alta moda.
È una strategia comunicativa che svuota di significato le lotte reali, trasformando la protesta in un gioco di stile.
È l’impegno al gusto di caramella: dolce, piacevole, ma privo di qualsiasi effetto concreto.
La recita dei "giovani" che sembrano nonni
Il paradosso più grande di questa edizione è il tentativo ossessivo di apparire "giovani" a tutti i costi.
Vediamo artisti ventenni cantare con la postura, le movenze e la retorica di chi ha già vissuto tre vite e ne è uscito stanco.
Non c’è quel disordine creativo tipico della giovinezza, e che fa paura perché è imprevedibile.
No, qui è tutto in ordine.
I ragazzi sul palco sono dei professionisti della rassicurazione.
Parlano di amore, ma lo fanno come se stessero leggendo un contratto di locazione. Parlano di dolore, ma lo fanno con la grazia di chi ha studiato recitazione davanti allo specchio.
La serata del "già visto"
Se dovessi riassumere questa seconda serata con un'immagine, non sarebbe un'esibizione, ma l'espressione di chi sta a casa a guardare il cronometro che scorre.
Siamo fermi in un eterno presente, in un loop di canzoni che hanno tutte la stessa struttura, la stessa cadenza, la stessa malinconia artificiale. Non c’è il guizzo, non c’è la stravaganza che ti fa alzare dal divano.
Il Festival è diventato una gigantesca sala d'attesa in cui la musica è il sottofondo che serve a coprire la noia dell'attesa stessa.
Non c’è più la sfida, non c’è il confronto, c’è solo la conferma di un canone che abbiamo già imparato a memoria.
La vera notizia, stasera, non è chi ha cantato meglio o chi ha il look più audace, ma l’evidenza che il "nuovo" che ci avevano promesso è solo un modo diverso di rimpacchettare il vecchio.
E noi, seduti in prima fila, stiamo pagando il prezzo di una serata che ha dimenticato di essere viva.
Nota a piè di pagina
Achille Lauro: L'Icaro in Dolce & Gabbana che ha imparato a non bruciarsi
C’era un tempo in cui Achille Lauro saliva sul palco dell’Ariston per scardinarne i cardini, tra mantelli di velluto che cadevano a terra come vecchie certezze e tutine attillate che facevano sobbalzare le poltrone dei palchi. Era l’era della provocazione sistematica, del corpo usato come una bomba a orologeria nel salotto buono della Rai.
Stasera, in questa seconda serata che sa di rito rassicurante e un po’ stanco, Lauro si ripresenta con un look firmato Dolce & Gabbana che è la perfetta sintesi del suo presente: impeccabile, sartoriale, quasi "giusto".
Ed è proprio in quel "giusto" che risiede l'ironia più sottile.
Lauro ha smesso i panni dell'eversore per indossare quelli del curatore di se stesso. Se un tempo cercava lo scontro con l'estetica borghese, oggi ne è diventato l'ambasciatore più elegante e, a tratti, più feroce nella sua precisione. Il suo passaggio all'Ariston non è più un attentato al gusto, ma una lezione di placement stilistico: sa esattamente dove posizionarsi per "bucare" lo schermo, sapendo che ormai il pubblico non si aspetta più lo scandalo, ma la conferma del personaggio.
C'è un'acuta malinconia in questo suo nuovo corso. Lauro si muove sul palco con la consapevolezza di chi ha capito che, a Sanremo, per restare al centro della scena non serve più urlare, ma saper indossare il silenzio di un taglio perfetto. Il suo look non è più una sfida ai padri, ma una carezza al sistema che lo ha definitivamente adottato. È l’anarchico che ha scoperto il piacere della riga dei pantaloni ben fatta.
Vederlo lì, tra le Nuove Proposte che cercano disperatamente una direzione e un Carlo Conti che è il "depliant del Bravo Presentatore", fa riflettere: Lauro è forse l'unico che ha capito che a Sanremo 2026 l'unica vera trasgressione rimasta è l'impeccabilità.
Non è più un Icaro che sfida il sole; è un uomo che ha comprato le ali in boutique e ha scoperto che, dopotutto, si vola benissimo anche senza bruciarsi.
Il cerchio si è chiuso nel duetto con Laura Pausini su 16 Marzo.
Vederlo accanto alla "regina madre" del pop italiano non è stato un cortocircuito, ma una sovrapposizione perfetta.
Lauro ha smussato le sue asperità vocali per adagiarsi sulle sicurezze melodiche di Laura, trasformando un inno di introspezione in una liturgia da prima serata.
Insieme, hanno messo in scena la parodia del brivido: un’emozione controllata, pulita, priva di quelle scorie di verità che rendono la musica pericolosa, in pratica ci siamo trovati di fronte all'abbraccio del canone.
Lauro ha capito che a Sanremo 2026 l’unica vera trasgressione rimasta è l’impeccabilità.
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