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Sanremo giorno 1

Ariston in formalina: fragilità in saldo

Ariston in formalina: fragilità in saldo

Benvenuti al museo delle cere (e alla nostra striscia quotidiana)

​È finita la prima serata e il verdetto, prima ancora che artistico, è antropologico: l’Ariston ha ufficialmente smesso di guardare fuori. Mentre il Paese corre su binari che non riconoscono più la vecchia liturgia televisiva, Carlo Conti ha allestito un museo delle cere di lusso.
Una teca dorata, illuminata a giorno, dove tutto è immobile, tutto è previsto e, soprattutto, tutto è già stato digerito prima ancora di essere servito.
​Perché questa rubrica?
Perché Sanremo, piaccia o no, rimane un termometro, per quanto guasto, della nostra temperatura sociale.
Da oggi, per tutta la durata del Festival, proveremo a smontare questo marchingegno con una striscia quotidiana.
Non cercheremo la cronaca spicciola né le pagelle dei vestiti, ma proveremo a leggere tra le righe di questa edizione che sembra avere smarrito la bussola, trasformando la musica in rumore bianco e la fragilità in una strategia di marketing.

​La Sala Stampa contro l’orizzonte

​Il cortocircuito tra la Sala Stampa e il sentire comune è la prima crepa nel muro di gomma dell’Ariston.
La critica si bea di testi introspettivi, di "scrittura", di citazioni più o meno colte, premiando chi sa restare nei canoni di una tradizione rassicurante. Ma è un esercizio che somiglia a un banchetto in una stanza chiusa: fuori, il rumore del mondo è un altro.
Il pubblico, che ha disertato in tre milioni, ha capito prima dei giornalisti che questa rassegna non è più un evento, ma un archivio.
Premiare la "bella scrittura" in questo contesto è come lodare l'arredamento di una nave che ha smesso di navigare: è elegante, è studiato, ma non porta da nessuna parte.

​Il rischio noia come scelta di campo

​Molti gridano al "rischio noia", ma la noia, qui, è una scelta politica.
Dopo anni in cui il Festival ha tentato di inseguire la febbre dei social, di farsi caotico, ipertrofico e disperatamente contemporaneo, questa edizione ha fatto marcia indietro verso un’operazione di restauro conservativo.
Conti ha ridotto il rumore di fondo per far emergere una sorta di "decoro" sanremese che puzza di muffa.
Peccato che, in questo ritorno all'ordine, si sia smarrito l'unico elemento che ancora teneva in vita il rito: l'imprevisto.
Senza il rischio del fallimento, senza la possibilità che qualcuno mandi in corto circuito la scaletta, rimane solo l'esibizione di una fragilità studiata, di un dolore posticcio che puzza di ufficio marketing.
È un'operazione di pulizia etnica della spontaneità: tutto è levigato, tutto è prevedibile, tutto è tarato per non disturbare la digestione del telespettatore medio.

​La recita della fragilità

​Il filo rosso di questa serata è stata la "fragilità performativa".
Artisti navigati, che calcano il palco da una vita, si sono presentati avvolti in una coltre di insicurezza ostentata.
È la maschera del maschio contemporaneo che si scusa per esistere, che chiede permesso, che declama la propria inemendabilità come se fosse un pregio.
È una recita che non graffia perché scritta per non offendere nessuno, per essere consumata in un tweet e dimenticata il mattino dopo.
​I maschi del Festival si dividono tra chi chiede scusa per colpe che non definisce, in un gioco di specchi dove la confessione è solo un modo per mettersi al centro della scena, e chi si dice "fragile" perché ha capito che oggi la vulnerabilità è la nuova moneta di scambio per ottenere il consenso.
Dalla parte opposta, le signore della canzone portano in scena una mitomania che rasenta il comico: icone che si specchiano in un passato glorioso, declamando versi sulla bellezza che sfiorisce o sul corpo che tradisce, in un tripudio di paillettes che sembrano corazze di una guerra che non esiste più.

​Il vuoto pneumatico della forma

​E poi c’è l’estetica, quel "kitsch" consapevole che ormai domina il palco.
Gli abiti, i movimenti, le luci: tutto è una sovrastruttura che serve a nascondere il vuoto di contenuti.
Quando un artista sale sul palco indossando una corazza di cristalli per cantare un testo che non dice assolutamente nulla, capisci che il Festival ha smesso di essere musica per diventare pura scenografia.
Non c’è una nota che resti, non c’è un riff che ci accompagnerà nei mesi a venire.
C’è solo il consumo frenetico di immagini, il tempo di un battito di ciglia tra un blocco pubblicitario e l’altro.
​Manca la sporcizia, manca il conflitto vero, manca quel brivido di autenticità che si trova solo quando l'artista smette di chiedersi "cosa penserà il pubblico" e inizia a dire qualcosa che, forse, non vorremmo nemmeno sentire.
Per ora, il Festival rimane un esercizio di stile fine a se stesso.
Una lunga, luccicante attesa di un futuro che, all'Ariston, ha smesso di bussare alla porta.
La musica è diventata un sottofondo, un rumore bianco che accompagna un flusso di immagini dove la forma prevale costantemente sul contenuto.
​Siamo di fronte a un Festival che parla un linguaggio che nessuno usa più, cercando di raccontare un Paese che non si riconosce in quella coreografia di lustrini e vuoto pneumatico.
La domanda che resta, ed è una domanda che scava nelle radici sociali di questo evento, non è quanto il Festival potrà recuperare, ma se ci sia ancora il desiderio collettivo di essere rappresentati da questo modello.
Il rischio, per Sanremo, è quello di chiudersi in una bolla dove la celebrazione di se stessi diventa l’unica attività possibile, mentre fuori, nel mondo reale, la musica e la cultura stanno cercando strade e verità che, sotto le luci dell’Ariston, sembrano non poter più trovare spazio.

​Restate con noi: da domani inizieremo a scendere nei dettagli di look, testi e ipocrisie di questo rito stanco.

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