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Consiglio di lettura: Anna Karenina, ovvero Tolstoj contro la sua creatura

Consiglio di lettura: Anna Karenina, ovvero Tolstoj contro la sua creatura

Qualche anno fa Anna Karenina fu liquidato come “romanzo rosa”.
Lo fece un pubblico che non legge, ma sfoglia; non attraversa i libri, li consuma come superfici lisce.
La Repubblica lo registrò persino in un sondaggio, come se l’ignoranza, quando diventa statistica, acquisisse una sua rispettabilità. Non mi stupisco quasi mai di nulla, se non per quel breve istante iniziale di stordimento, quel mezzo secondo in cui il cervello sobbalza e poi, per reazione, si mette a lavorare.
Definire Anna Karenina un romanzo rosa non è solo sbagliato: è rivelatore.
Rivela l’incapacità di riconoscere la complessità, il fastidio per ciò che non è immediatamente addomesticabile, l’orrore per un desiderio che non si lascia semplificare. Perché Anna Karenina è utile, necessario, perfino pericoloso, per almeno due ragioni fondamentali.
La prima è che Anna è Tolstoj.
Non “una donna raccontata da un uomo”, ma un uomo che tenta, con uno sforzo quasi mostruoso, di abitare una coscienza femminile. Ed è qualcosa di rarissimo.
Tolstoj non si limita a descrivere Anna: la indossa.
La scena della vestizione, quella lunga preparazione all’incontro con il conte Vronskij, occupa più di venti pagine.
Venti pagine per un gesto che oggi verrebbe liquidato in tre righe o in un montaggio frettoloso. Ma lì sta il punto: il desiderio non è un lampo, è un’architettura. È attesa, costruzione, esitazione, controllo e perdita di controllo insieme.
Tolstoj ci dice, senza dirlo mai apertamente, che il desiderio è tempo, ed è corpo che pensa.
Una lezione che allora come oggi rimane largamente ignorata.
In quelle pagine Anna non si sta solo vestendo: si sta preparando a diventare un’altra versione di sé, o forse la versione più vera.
Ogni gesto è carico di significato, ogni scelta è un compromesso tra ciò che la società consente e ciò che lei sente. E Tolstoj lo sa.
Lo sa fin troppo bene.
Ed è qui che arriva la seconda ragione, la più scomoda.
Tolstoj, Anna, non riesce a reggertela.
Non riesce a sostenere la velocità con cui lei corre, né la direzione che prende.
Anna va troppo oltre, troppo in fretta, e soprattutto non va dove Tolstoj vorrebbe che andasse.
Non si pente nel modo giusto, non soffre come dovrebbe, non rientra nei ranghi morali che l’autore, pur così grande, non riesce del tutto ad abbandonare.
E allora Tolstoj fa una cosa terribile: la butta sotto un treno.
Quel gesto narrativo apre una strada lunga e oscura nella letteratura: quella dei suicidi “necessari”, delle donne eliminate perché ingestibili, delle vite spezzate non solo dal mondo, ma anche dalla penna che le ha create. E non è solo un fatto letterario. Perché i libri camminano. Anche quando non vengono letti, anche quando vengono fraintesi, anche quando vengono ridotti a etichette idiote.
Le immagini restano, sedimentano, diventano archetipi.
Buttarsi sotto un treno, vale la pena dirlo con chiarezza brutale, è uno dei modi più atroci per morire.
Non è una dissolvenza romantica.
È scempio, violenza, devastazione del corpo. Dopo, i treni vanno fermati, ribaltati, puliti. I resti umani non possono restare sulle rotaie, per ragioni pratiche ma anche, almeno in teoria, umane.
Questo dettaglio, così concreto, così materiale, spazza via ogni residuo di estetizzazione.
E forse è proprio questo il punto più disturbante: Tolstoj, nel tentativo di punire Anna, la consegna a una morte che è pura materia distrutta.
Eppure, nonostante tutto, o forse proprio per questo, Anna Karenina rimane un libro imprescindibile. Perché è il luogo di uno scontro feroce: tra autore e personaggio, tra morale e desiderio, tra controllo e libertà.
Anna perde, sì. Ma perde da viva.
Corre fino all’ultimo, anche quando la strada è sbagliata agli occhi di chi la guarda.
Leggere Anna Karenina oggi non serve a imparare come si ama, ma a capire quanto sia intollerabile, per la società e spesso anche per gli uomini migliori, una donna che non rallenta. E se qualcuno lo chiama romanzo rosa, il problema non è il libro.
È lo sguardo di chi non sa più leggere né se stesso né il mondo

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