Non una semplice presa d’atto, la nota dei consiglieri comunali di centrodestra del Comune di Potenza è un'accusa politica precisa e circostanziata contro Basilicata Casa Comune e il suo leader, il consigliere regionale Angelo Chiorazzo. Il punto non è l’ingresso di Rocchina Romaniello, Donato Bonomo, Enzo Stella Brienza e dell’assessore Michele Beneventi nel movimento. Le scelte politiche sono legittime. Il nodo vero è un altro: la distanza sempre più evidente tra la narrazione costruita da Bcc a livello regionale e la pratica amministrativa nel capoluogo lucano. Chiorazzo, a Via Verrastro, veste i panni del paladino contro gli sprechi, tuona contro gli alti costi della politica, invoca razionalizzazioni e tagli. Una linea comunicativa chiara e ripetuta. Ma a Potenza, dove le scelte hanno ricadute concrete sull’organizzazione del Consiglio comunale, il copione cambia. I consiglieri che oggi fanno riferimento allo stesso progetto politico restano collocati in gruppi differenti: Potenza Prima e La Potenza delle Contrade. Formalmente distinti, politicamente convergenti. Una duplicazione che non è solo simbolica. Perché i gruppi consiliari non sono sigle decorative. Ogni gruppo comporta spazi, risorse, prerogative, organizzazione interna. In altre parole: costi. Mantenere più gruppi riconducibili alla medesima area politica significa moltiplicare strutture che, in nome della tanto sbandierata razionalizzazione, potrebbero essere accorpate. Qui sta la contraddizione denunciata dal centrodestra: mentre si invoca pubblicamente la riduzione della spesa politica, si accetta – o si costruisce – un assetto che non va nella direzione della semplificazione. E in una città con un bilancio sotto pressione, con servizi ridimensionati e con cittadini chiamati a continui sacrifici, il tema non è secondario. Potenza non è un laboratorio teorico. È un capoluogo che vive difficoltà economiche reali. Ogni scelta organizzativa dentro il Consiglio comunale assume un valore politico e simbolico. Se si chiede rigore ai cittadini, la politica dovrebbe essere la prima a praticarlo. La questione, dunque, non è ideologica ma di coerenza. Se esiste un partito unico, perché non un’unica rappresentanza consiliare? Se la battaglia è contro i costi della politica, perché non dare il segnale più semplice e lineare: un gruppo, una struttura, una sola organizzazione? Diversamente, l’impressione è quella di una politica che usa il tema dei costi come bandiera quando conviene, ma lo considera elastico quando tocca i propri assetti interni. Ed è proprio su questa elasticità che il centrodestra promette battaglia, annunciando vigilanza e opposizione. Perché in tempi di risorse limitate, le ambiguità pesano. E la credibilità, in politica, si misura soprattutto nella distanza – o nella coincidenza – tra le parole pronunciate nei palazzi regionali e le scelte compiute nelle aule comunali.