IL MATTINO
Cultura
24.02.2026 - 11:53
Non è la solita data da "tour europeo" che scivola via tra un hashtag e un brindisi.
Quando un'artista come Elizabeth Vogler sceglie la Sala Sole per l’unica tappa nel Sud Italia del suo tour, non stiamo assistendo a un semplice passaggio di cassa. Stiamo guardando un corto circuito geografico e sonoro che merita un’analisi meno distratta.
La radice del suono: un’archeologia del futuro
La formazione di Vogler in musicologia ed elettroacustica non è un dettaglio da biografia patinata: è il motore di un’operazione culturale che affonda le mani nella tradizione per negarla e ricostruirla.
In "Un serpente nella vasca da bagno", titolo che evoca un perturbante domestico, quasi bachelardiano, l’artista francese non si limita a comporre.
Archivia canti, li seziona, li contamina con il glitch, ovvero l'errore che diventa lingua.
È qui che la radice storica si intreccia col presente: laddove la musicologia classica cercava l'ordine armonico, la ricerca contemporanea cerca la crepa.
Il rito che si consumerà venerdì è, in sostanza, la sublimazione del rumore in linguaggio.
L'impatto sociale: Napoli come crocevia di "indipendenza"
Che una realtà come la Sala Sole riesca a connettere Napoli a Lille e Copenaghen non è un fatto trascurabile.
È la prova di come, oggi, la vera circuitazione artistica non avvenga nei grandi network istituzionali, ma attraverso una rete capillare di "hub" indipendenti.
Questi spazi fungono da membrane osmosiche: assorbono l'avanguardia internazionale e la restituiscono al territorio, trasformando una serata di musica sperimentale in un atto politico.
In una città che spesso rischia di ripiegarsi su una narrazione di sé folkloristica e statica, la presenza di una performer che usa il sax come un dispositivo materico (grazie all'apertura di Mario Gabola) è un'iniezione di ossigeno necessario.
È il superamento del concetto di "concerto" a favore di quello di "trance collettiva".
Una critica di costume: oltre l’estetica dell'algoritmo
Il rischio, di fronte a performance così radicali, è quello di ridurle a mero esercizio estetico per pochi eletti. La tentazione è di catalogare tutto sotto l’etichetta "sperimentale" per poi tornare, il mattino dopo, a fruire musica compressa e pre-digerita dalle piattaforme digitali. Tuttavia, c’è un’etica nel lavoro di Vogler che spiazza: la pretesa di un'esperienza "organica e ciclonica" ci costringe a fermarci. In un’epoca in cui la nostra attenzione è frammentata, il "rito contemporaneo" proposto a Rua Catalana è una dichiarazione di insubordinazione.
Non è intrattenimento; è una sfida alla soglia di tolleranza dell'ascolto medio.
Il cortocircuito di fine febbraio: Sanremo e la resistenza
C’è una nota di colore, o meglio, di feroce contrasto, che non possiamo ignorare: questa data cade proprio nella settimana in cui il Paese intero sembra implodere sotto il peso del Festival di Sanremo.
Mentre l'Italia mediatica si cristallizza attorno a una liturgia televisiva fatta di luci accecanti, gare di ascolti e canzoni progettate per piacere a chiunque (e quindi a nessuno), la proposta della Sala Sole rappresenta un atto di resistenza pura.
Scegliere di andare ad ascoltare Elizabeth Vogler e Mario Gabola mentre i riflettori sono puntati altrove non è solo una preferenza musicale; è una scelta etica.
È il rifiuto del "suono di Stato" in favore di una ricerca che non ha bisogno di televoto, ma di orecchie attente e stomaci pronti a digerire l'ignoto.
In questa settimana di rumore bianco collettivo, lasciarsi alle spalle le icone preconfezionate per infilarsi in un vicolo di Napoli a cercare un "serpente" sonoro è forse l'atto più rivoluzionario che un ascoltatore possa compiere.
Venerdì 27 non sarà solo una data in calendario. Sarà il termometro di quanto Napoli sia ancora disposta a lasciarsi scuotere da un serpente che nuota in una vasca, fuori dalla sua comfort zone.
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