IL MATTINO
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23.02.2026 - 18:41
C’è stato un tempo in cui l’anagrafe era un soffitto di cristallo.
Lui doveva essere più grande, più alto, più navigato; lei più giovane, più leggera, possibilmente ignara del tasso fisso.
Poi, come spesso accade, la realtà ha bussato alla porta con una notifica sullo smartphone e ha chiesto di entrare.
Oggi sempre più donne scelgono un compagno più giovane.
Non per capriccio, non (solo) per vanità, ma per un calcolo molto meno romantico e molto più contemporaneo: la compatibilità.
Il lessico ha fatto la sua parte. “Toy boy” suona come un giocattolo lasciato sul tappeto, ma l’espressione racconta più i pregiudizi di chi la pronuncia che le dinamiche di chi vive la relazione. In realtà, le storie con differenza d’età al contrario non sono un’invenzione dei social: basti pensare a Brigitte Macron ed Emmanuel Macron, oppure a Sam Taylor-Johnson e Aaron Taylor-Johnson.
E prima ancora, a Madonna, che ha fatto dell’asimmetria anagrafica una postura culturale, più che sentimentale.
Il punto, però, non è la copertina patinata.
È la cucina, il divano, la chat di famiglia.
È la donna di quarantacinque o cinquant’anni che, dopo un matrimonio “coetaneo” finito per consunzione e un paio di appuntamenti con uomini della sua età affaticati dal cinismo, si accorge che la conversazione con un trentacinquenne scorre.
Non perché lui sappia usare meglio i filtri di Instagram, ma perché ha meno nostalgia e più progetto.
Meno rimpianto e più possibilità.
Ironia della sorte: mentre per decenni l’uomo più grande veniva percepito come garanzia di stabilità, oggi molte donne trovano stabilizzante l’energia.
Non è un elogio della palestra, è un riconoscimento del ritmo.
Le generazioni cresciute con l’idea della parità, spesso più praticata che declamata, si muovono con maggiore disinvoltura in relazioni meno gerarchiche.
Un compagno più giovane, in questa lettura, non è un trofeo ma un alleato: meno incline a sentirsi minacciato da un successo femminile, più abituato a dividere carichi domestici e calendari.
Certo, le obiezioni arrivano puntuali come il bollo auto.
“E tra dieci anni?” “E i figli?” “E quando lui vorrà cambiare?”
Domande legittime, che però sottintendono un’idea di coppia come contratto assicurativo a lungo termine.
La verità, meno rassicurante e più onesta, è che ogni relazione è un azzardo con clausole in piccolo.
Anche quelle anagraficamente ortodosse.
Se c’è una differenza, sta nel fatto che le donne che scelgono un partner più giovane sembrano aver metabolizzato un dato: il tempo non è una scala mobile che sale per uno e scende per l’altra.
È un bene condiviso, da spendere bene.
In questa trasformazione c’entra il lavoro, l’autonomia economica, la salute.
C’entra l’aspettativa di vita che si allunga e l’idea di “mezza età” che si sposta in avanti come una linea di confine ridisegnata.
C’entra anche la cultura pop, che ha normalizzato modelli prima relegati al pettegolezzo.
Quando Shakira ironizza sulle proprie scelte sentimentali o quando Priyanka Chopra sposa Nick Jonas, la notizia dura un ciclo di feed e poi evapora.
Resta l’idea che l’età, da sola, non sia più una sentenza.
Naturalmente, non è tutto progressismo e cuori in emoji.
Le differenze generazionali esistono e si sentono: gusti musicali, memorie collettive, alfabeti emotivi.
Lui cita una serie, lei un film; lui pensa in aggiornamenti, lei in capitoli. Ma proprio lì può nascere una dialettica fertile.
Se la coppia è un laboratorio, la differenza è reagente: accelera, chiarisce, talvolta esplode, ma non lascia indifferenti.
C’è anche un aspetto meno raccontato, quasi politico.
Scegliere un uomo più giovane significa, per alcune, sottrarsi a uno sguardo che per anni ha misurato il valore femminile in base alla data di nascita.
È un gesto che ribalta l’asimmetria storica: non per vendetta, ma per libertà.
La libertà di desiderare senza chiedere permesso all’anagrafe.
Di non sentirsi “fuori tempo massimo” perché qualcuno ha stabilito un cronometro.
E poi c’è la questione dell’ironia, che salva tutto. Le coppie con differenza d’età al contrario imparano presto a disinnescare le battute: “Chi accompagna chi alla maturità?” “Chi spiega a chi come funziona lo SPID?”
Ridere delle etichette è il primo passo per svuotarle. E, paradossalmente, per rendere la relazione più solida di tante costruite su convenzioni mai interrogate.
Non è una moda, dunque, ma un sintomo.
Di un’epoca in cui le traiettorie non sono più lineari e le biografie si scrivono a zigzag.
In cui l’amore, parola impegnativa che qui usiamo con cautela, non è più un dovere sociale ma una scelta rinnovabile.
Sempre più donne scelgono un compagno più giovane perché possono farlo. E perché, scoprono, funziona. Non sempre, non per tutte. Ma abbastanza da rendere l’eccezione una possibilità.
Alla fine, la domanda non è se lui abbia cinque, dieci o quindici anni in meno.
La domanda è se, quando si spengono le luci e restano le conversazioni, ci sia abbastanza futuro nella stanza.
Se la risposta è sì, l’anagrafe può attendere in corridoio.
Con educazione.
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