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Jesse Jackson e la politica del possibile

Jesse Jackson e la politica del possibile

È morto Jesse Jackson, figura centrale del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti e protagonista di una lunga stagione di transizione tra protesta e istituzione.
Aveva 84 anni.
La sua traiettoria pubblica ha accompagnato un passaggio decisivo della storia americana: l’ingresso pieno degli afroamericani nello spazio costituzionale che per decenni li aveva esclusi o ammessi solo in forma limitata.
Nato nel 1941 a Greenville, in South Carolina, Jackson si formò nel Sud segregazionista. L’incontro con Martin Luther King Jr. e il lavoro nella Southern Christian Leadership Conference lo collocarono al centro delle campagne per il diritto di voto e contro la discriminazione razziale.
Era a Memphis nel 1968, quando Martin Luther King Jr. fu assassinato.
Dopo quella frattura, Jackson contribuì a riorientare una parte del movimento verso un radicamento più esplicito nella competizione politica nazionale.
Il suo percorso coincide con una trasformazione più ampia.
Gli afroamericani, insieme alle ondate di immigrati che nel tempo hanno ridefinito la composizione sociale del Paese, hanno agito come forza di pressione per rendere effettivo il dettato della Costituzione.
Diritti formalmente sanciti, voto, pari protezione della legge, accesso alle istituzioni, hanno richiesto mobilitazioni, contenziosi giudiziari, interventi federali.
In questo senso, la minoranza che era stata esclusa è diventata uno dei principali vettori di legittimazione dell’ordine costituzionale: chiedendo l’applicazione delle regole, ne ha rafforzato la portata generale.
Negli anni Settanta Jackson fondò Operation PUSH e poi la Rainbow/PUSH Coalition. L’obiettivo non era solo simbolico.
Le campagne puntavano a contratti pubblici, accesso al credito, rappresentanza nelle imprese, registrazione al voto.
La strategia era pragmatica.
Usare gli strumenti disponibili, media, tribunali, elezioni, per ampliare margini di inclusione.
L’idea di “rainbow coalition” indicava una maggioranza costruita attraverso l’aggregazione di minoranze e ceti sociali marginalizzati.
Le candidature alle primarie del Partito Democratico nel 1984 e nel 1988 segnarono un passaggio ulteriore.
Nel 1988 Jackson raccolse milioni di voti e vinse in diversi Stati.
Non ottenne la nomination, ma la sua campagna rese strutturale la presenza afroamericana nelle dinamiche interne del partito.
La possibilità di competere per la presidenza, pur in assenza di condizioni di piena uguaglianza sociale, divenne un dato politico. Decenni più tardi, l’elezione di Barack Obama avrebbe confermato quella trasformazione.
L’America descritta da Jackson non era una società compiutamente eguale.
Le disuguaglianze economiche e razziali sono rimaste marcate, e la mobilità sociale non ha eliminato divari strutturali.
Tuttavia, l’idea che “tutto sia possibile”, intesa non come slogan ma come apertura istituzionale, ha funzionato come leva di affermazione.
Il possibilismo, più che la promessa di un esito garantito, è stato uno strumento.
Ha consentito a gruppi esclusi di agire dentro il sistema, di rivendicare spazio politico senza collocarsi fuori dall’ordine costituzionale.
Jackson ha incarnato questa tensione.
Pastore e organizzatore, negoziatore e candidato, ha operato dentro le istituzioni pur mantenendo un linguaggio di mobilitazione.
La sua figura non coincide con una stagione di vittorie definitive, ma con l’allargamento progressivo del perimetro di partecipazione.
La sua eredità si colloca qui nell’aver contribuito a trasformare una rivendicazione morale in una pratica istituzionale stabile.
Gli afroamericani non sono stati soltanto beneficiari di un ampliamento dei diritti, ma attori decisivi nel renderli operativi per l’intero sistema.
Jackson ha rappresentato questa fase, in cui la promessa costituzionale americana è stata messa alla prova dall’interno e, proprio attraverso il conflitto regolato, ha trovato una conferma parziale ma duratura.
La sua morte chiude un capitolo in cui la richiesta di uguaglianza ha assunto la forma di una competizione aperta per l’accesso al potere, nel quadro di regole che proprio quella richiesta contribuiva a rendere più inclusive.

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