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giornalismo in lutto

Mimmo Liguoro e l'analisi della realtà

Mimmo Liguoro e l'analisi della realtà

È morto Mimmo Liguoro, un giornalista cui stava a cuore l'analisi delle radici, un fatto che me lo faceva sentire vicino.
Entrambi condividevamo quel rifiuto del "riassunto pigro" per andare a cercare le cause storiche e sociali di un fatto; l'etica della narrazione, che in un'epoca di giornalismo gridato e di immagini sovraesposte sembra essere scomparsa, e poi il suo rigore storico è parente stretto delle mie riflessioni profonde, che rappresentano un'ancora di salvezza per chi cerca un'informazione densa e pensata.
​E per chiudere la sottile ironia.
Quella cifra stilistica che permette di analizzare la realtà senza essere didascalici.
Una dote che apparteneva a Liguoro e che tantissimi lettori ritrovano nella mia scrittura.
È un attacco insolito per un coccodrillo. Ma la morte degli altri serve a fare chiarezza dentro di noi. Anche quando si tratta di lavoro.

​C’è un’immagine di Mimmo Liguoro che oggi, nell’era dei feed impazziti di TikTok e delle dirette social a inquadratura fissa, appare quasi sovversiva, ed è quella del giornalista che sapeva stare fermo.
Non era la staticità della pigrizia, ma quella della centratura.
Quando Liguoro appariva sullo schermo per raccontare la sua Napoli o i fatti del mondo, non c’era bisogno di grafiche urlate o di un montaggio frenetico.
C’era la parola, pesata come l'oro, e c'era il volto, che portava con sé la gravitas di chi i fatti non si limita a riferirli, ma li mastica e li digerisce prima di restituirli al pubblico.
​Oggi viviamo la dittatura della sovraesposizione.
Il giornalista televisivo contemporaneo, allo stesso modo di chiunque altro, che si tratti di politici, amministratori pubblici, grandi manager, persone normali, è spesso un’entità ibrida, costretta a una performance continua.
Deve twittare l’opinione del momento, postare il "dietro le quinte" su Instagram, essere polemista in talk show serali e, infine, forse, dare la notizia.
L’immagine è diventata un brand da nutrire 24 ore su 24, pena l’invisibilità.
Liguoro apparteneva a una stirpe diversa, una scuola che vedeva in Sergio Zavoli il suo omologo nazionale: quella del "giornalismo dell'ascolto".
Per lui, la televisione era un servizio pubblico, non uno specchio narcisistico.
Non aveva bisogno di "costruire un personaggio" perché l'autorevolezza era frutto della competenza, di quella capacità di non fermarsi alla superficie, ma di scavare nelle radici storiche e sociali, preferendo l'analisi etica al riassunto pigro.
​Liguoro ha attraversato la transizione dalla carta stampata alla forza d’urto del piccolo schermo senza mai perdere la bussola del rigore.
Mentre oggi la distinzione tra i media sfuma in un unico rumore di fondo, dove il post di un influencer può avere lo stesso peso specifico di un editoriale, Liguoro manteneva una separazione netta tra il fatto e la narrazione.
La sua Napoli non era quella da cartolina, né quella "noir" ad uso e consumo delle serie TV.
Era una città analizzata con una sottile ironia, una dote che oggi sta scomparendo sotto i colpi di un politicamente corretto privo di profondità o di un cinismo sguaiato.
La sua era un'ironia colta, figlia di una missione civile.
​Guardando al panorama attuale, la sua lezione risuona come un monito.
La sovraesposizione mediatica ha creato una generazione di giornalisti "ovunque e in nessun luogo".
Liguoro, al contrario, rivendicava il diritto alla profondità.
In un mondo dove l’immagine del giornalista è ridotta a un avatar che rincorre l'algoritmo, lui ci ricorda che la fiducia non si misura in follower.
La sua voce, calma e mai sopra le righe, era il porto sicuro per chi non voleva essere stordito, ma informato.
Con la sua scomparsa, non se ne va solo un volto storico della RAI, ma un modello che considerava il silenzio e la pausa importanti quanto la parola.
In un’epoca di rumore incessante, la sua mancanza farà un rumore ancora più grande.


​Nota a piè di pagina:

L'archivio della memoria e le interviste storiche

​Il metodo Liguoro nell’intervista si distingueva per l'assenza di aggressività, sostituita da una curiosità analitica che oggi definiremmo "archeologica".
Le sue conversazioni restano materiale prezioso per decodificare il Novecento.
Con ​Eduardo De Filippo, Liguoro riuscì a scalfire la sua proverbiale riservatezza, ottenendo riflessioni fondamentali sul rapporto tra la Napoli teatrale e quella reale.
Delle sue conversazioni ​con i maestri del Neorealismo, conserveremo i documenti di incontri con registi e sceneggiatori per indagare il nesso tra opera artistica e impatto etico sulla società del dopoguerra.
Per quanto riguarda invece la ​politica e il sindacato ci rimarranno le sue interviste, ai protagonisti delle tensioni sociali nel Mezzogiorno, condotte con una distanza critica mai compiacente, pur nel massimo rispetto.
E poi ci sono le chiacchierate con figure come Galasso e Rea, veri e propri saggi brevi, parlati, volti a spiegare le radici del malessere e delle speranze di un territorio complesso come è quello meridionale.

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