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Analisi

Il dissesto come alibi nazionale

Il dissesto come alibi nazionale

Ogni volta che piove un po’ più del previsto, l’Italia scopre di essere fragile.
Lo scopre a Niscemi, a Ischia, nelle valli del Nord e lungo le coste del Sud.
Lo scopre con lo stesso stupore rituale, come se il dissesto idrogeologico fosse una calamità improvvisa e non una condizione strutturale, stabile, sedimentata nel tempo quanto l’abitudine a non farci nulla.
Il maltempo diventa così un flagello narrativo prima ancora che naturale,una spiegazione buona per tutto, una formula magica che assolve chi governa, chi amministra, chi pianifica o meglio, chi non pianifica.
Niscemi è emblematica non perché sia un’eccezione, ma perché è la regola.
Territorio fragile, urbanizzazione disordinata, manutenzione assente, interventi emergenziali spacciati per politiche. Ma soprattutto una cronica deresponsabilizzazione collettiva.
È sempre colpa della pioggia, mai delle scelte.
E quando il dissesto viene raccontato come destino, diventa uno strumento potente, consente di continuare a vivere l’emergenza come normalità e la normalità come qualcosa che non ci riguarda.
Nelle isole questa dinamica è ancora più evidente.
Qui il dissesto fisico si intreccia con quello infrastrutturale e con un terzo livello, più silenzioso ma non meno grave: il dissesto dei servizi essenziali.
Quando il mare è grosso e i collegamenti vengono soppressi, non si ferma solo il turismo. Si ferma la scuola, la sanità, il lavoro quotidiano. Eppure continuiamo a considerare queste interruzioni come fatalità, quando sono l’esito prevedibile di un sistema costruito sulla precarietà.
Prendiamo Ischia.
Gran parte del corpo docente delle scuole di ogni ordine e grado non è autoctono.
È una realtà diffusa, non un’anomalia.
Il pendolarismo oggi è una pratica globale, e non c’è nulla di scandaloso nel fatto che gli insegnanti si spostino.
Lo scandalo sta nel fingere che questo non abbia conseguenze.
Ogni ondata di maltempo che interrompe i collegamenti produce assenze, discontinuità didattica, classi che cambiano insegnanti come stagioni.
Il risultato è una scuola fragile quanto il territorio che la ospita, e una scolarizzazione che paga il prezzo più alto proprio dove dovrebbe essere rafforzata.
Di tutto questo, però, si parla poco.
È più semplice lamentarsi della pioggia, indignarsi per il traghetto cancellato, invocare lo stato di calamità naturale.
Parole che funzionano come anestetico, placano l’opinione pubblica, spostano l’attenzione, congelano le responsabilità.
Il dissesto diventa così un racconto manicheo: da una parte la natura cattiva, dall’altra l’uomo vittima.
Una semplificazione comoda, ma falsa.
Perché il dissesto idrogeologico non è solo un problema tecnico.
È una scelta politica reiterata nel tempo.
È l’assenza di manutenzione elevata a metodo. È l’idea che intervenire dopo sia più conveniente che prevenire prima.
È la cultura del “tirare a campare”, che in Italia non è solo un modo di dire, ma una vera strategia nazionale.
Affrontare il problema in maniera differente significherebbe, prima di tutto, smettere di usare il dissesto come alibi.
Riconoscere che non tutto è imprevedibile, che molto è programmabile, che quasi tutto è governabile.
Significherebbe pensare alle isole non come eccezioni folkloristiche, ma come territori stabili, abitati, con diritti continui e non intermittenti.
Significherebbe ripensare il reclutamento, l’organizzazione dei servizi, i trasporti, assumendo che il maltempo non è un incidente, ma una variabile strutturale.
Ma questo richiede una cosa che manca più degli argini e delle frane messe in sicurezza: la volontà di raccontarci la realtà per intero.
Senza scorciatoie emotive, senza piogge cattive e uomini innocenti.
Il dissesto idrogeologico fa danni.
Il dissesto culturale ne fa di più.
E continua a piovere, anche quando il cielo è sereno.

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