Parlare di bullismo richiede attenzione. Per questo ho preferito aspettare che la distrazione che un evento mondiale come l’inaugurazione dei Giochi Olimpici porta con sé passasse, prima di dedicare alla “Giornata mondiale contro il bullismo e il cyberbullismo” che si è celebrata ieri, l’importanza, l’attenzione e la profondità che merita. Ci sono ricorrenze che non chiedono celebrazioni ma consapevolezza: il 7 febbraio è una di queste. So che una sola giornata non basta a fermare questa piaga ma parlarne, soprattutto con chi ha competenza sul tema ed è pertanto in grado di fornire una lettura oggettiva e concreta, può essere utile per cominciare a cambiare. Ho deciso pertanto di disturbare nuovamente la dottoressa Assunta Basentini, Psicologa clinico-forense, Referente per la Basilicata dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica. Di seguito la nostra chiacchierata.
La “Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo”, istituita nel 2017 dal Ministero dell’Istruzione, è un appuntamento dedicato alla sensibilizzazione, alla prevenzione e al coinvolgimento di scuole, famiglie e comunità. I risultati però sembrano latitare e la percezione è che la situazione continui a peggiorare sia dal punto di vista “quantitativo” che “qualitativo” inteso come efferatezza. E’ d’accordo con questa lettura? Secondo lei cosa non sta funzionando?
«Il disagio adolescenziale nelle sue diverse forme che vanno dal bullismo, alla violenza agita (prevalentemente nel gruppo dei pari), alla sofferenza psicologica ed esistenziale, fino alla depressione e ai disturbi di personalità di rilevanza psichiatrica, necessita di interventi, programmi e misure che coinvolgono tutto il sistema sociale ed istituzionale. Se continuiamo a parlarne come se si trattasse di una pandemia che ci ha travolto, sarà difficile superarlo ed uscirne. In realtà, come adulti di riferimento delle principali agenzie formative, famiglia, scuola,e comunità d’appartenenza, dobbiamo interrogarci, responsabilmente e con onestà, sul COME abbiamo raggiunto gli attuali livelli, preoccupanti, di emergenza sociale. Una recente indagine condotta per “Con i bambini” racconta che il 43% dei nostri adolescenti teme di rimanere vittima di bullismo e violenza . Il 26% dei ragazzi ritiene che gli episodi di violenza da parte delle baby gang siano sempre più frequenti. Dobbiamo soffermarci a riflettere sul sistema educativo degli ultimi decenni. La famiglia ha modificato la sua identità di contesto educante strutturato con specifici ruoli, con un impianto normativo ed affettivo- relazionale solido. E la scuola, tranne poche realtà che, per fortuna, resistono, ha smarrito la sua funzione di “società pedagogica” nel territorio d’appartenenza. Le ragioni sono molteplici. Una delle più rilevanti è che, avendo perso, i genitori, autorevolezza e rispetto, anche al figura dell’insegnante, complementare a quella genitoriale, non ha più la sua forza educante e il suo codice identitario. La scuola si è burocratizzata, in senso negativo e peggiorativo. Tant’è che, anche rispetto all’emergenza del bullismo, la reazione è, nella stragrande maggioranza dei casi, di negazione e di paura generalizzata. Per l’immagine della scuola e non solo».
Qual è stato l’impatto del “decreto Caivano” e quali possono essere le alternative?
«Per quanto riguarda “l’impatto del decreto Caivano”, le scuole di pensiero, sia a livello sociale che politico ed ideologico, sono diverse. E forse, per evitare di fare dietrologia da bar, conviene stare ai fatti. Il decreto Caivano, varato dal Governo nel 2023, ha inasprito le pene: i minori possono essere arrestati anche per spaccio di lieve entità, per furto aggravato e resistenza. Si tratta di una misura dello Stato, di contrasto al grave degrado sociale di un territorio dominato da aree di criminalità organizzata. E’ una misura. Non e’ la panacea per contrastare decenni e decenni di abbandono, rispetto al quale nessuno o quasi aveva preso iniziativa. E’ evidente che, allo stato, servono politiche mirate sulla scuola e sulle famiglie problematiche e disfunzionali, per ipotizzare, a medio e lungo termine, un risanamento possibile dell’attuale sistema sociale. Intanto, per fronteggiare il fenomeno dilagante del bullismo e del cyberbullismo, intesi come condotte intenzionali maltrattanti, aggressive e reiterate, verbali e fisiche, contro coetanei percepiti come fragili e deboli, anche in modalità online (social e chat), abbiamo bisogno di adulti, sia essi genitori che insegnanti, predisposti ed affettivamente attrezzati all’ascolto emotivo. Adulti capaci di intercettare i segnali, i silenzi e il non detto dei ragazzi, sia essi vittime che carnefici delle condotte persecutorie e violente».
Quali consigli “concreti” si sente di dare alle vittime di bullismo e cyberbullismo e ai loro familiari, anche essi vittime secondarie? Uso l’aggettivo “concreto” perché per i primi suppongo che il consiglio sia denunciare, per i secondi controllare e supportare. Sappiamo però che calare la teoria nella realtà non è sempre facile per varie ragioni tra cui il timore di essere isolati, non creduti, marchiati. Quindi, concretamente, lei quali azioni consiglia?
«Segnalare e denunciare al momento sembra l’unica strada concreta, un’azione che richiede coraggio e che deve essere tempestiva, non tardiva, come talvolta accade, sia da parte della famiglia che dalla scuola. Scuola che, è purtroppo un dato di realtà, spesso non sente e non vede, come confermano recenti e tragici fatti di cronaca. I bambini e i ragazzi, ricordiamocelo, necessitano di un approccio educativo coerente, normativo e contenitivo, in grado di sviluppare, nell’ambiente familiare, un modello relazionale sano e strutturato. Questo vuol dire che “l’abusata” educazione affettiva, della quale si straparla, deve essere respirata, sperimentata e condivisa nelle mura di casa. Pensare di delegare alla scuola questa funzione è un inutile e grave errore, che porta ad un ulteriore fallimento. La scuola, in quanto agenzia formativa, deve essere il luogo nel quale, mutuando la metafora suggestiva e carica di significati di una insegnante di scuola elementare e suora canossiana che porto nel cuore, “si scopre il mondo”».