IL MATTINO
Analisi
06.02.2026 - 11:01
C’è un equivoco comodo che ci accompagna da anni,Jeffrey Epstein come eccezione, come deviazione patologica, come “mostro” utile a tranquillizzare le coscienze.
Se è un mostro, allora è altro da noi; se è altro da noi, il sistema resta salvo. Ma Epstein fa paura proprio perché non è un’eccezione.
È il metodo reso visibile.
È l’ordinaria amministrazione del potere quando smette di fingere.
Che cosa nascondeva, davvero?
Non un segreto esoterico, non una cospirazione fantascientifica.
Nascondeva la più antica, efficace e banale delle tecnologie politiche: il ricatto.
Sessualità, denaro, accesso, promesse, silenzi. La gestione del potere attraverso la creazione sistematica di vulnerabilità.
Nulla che non sia già scritto nei manuali non ufficiali delle élite di ogni epoca.
E allora perché il suo nome continua a inquietare?
Perché Epstein non spaventa per ciò che faceva, ma per ciò che dimostra:
e cioè che il potere non è soprattutto una questione di ideologia o di valori, ma di leve.
E che le leve più affidabili non sono le leggi, bensì i segreti.
La pornografia del caso, le isole, i jet, i nomi celebri, le fotografie, ha funzionato come un anestetico.
Ha trasformato un dispositivo politico in una saga scandalistica.
Ci siamo concentrati sull’eccesso per non vedere la normalità. Ma la normalità è questa: chi controlla l’accesso controlla le carriere; chi crea dipendenze controlla le decisioni; chi archivia colpe controlla il futuro.
Epstein non era potente perché ricco.
Era ricco perché utile.
Utile come nodo.
Utile come archivio vivente.
Utile come spazio dove il confine tra lecito e illecito veniva attraversato con metodo, non con impulsività. Il suo vero capitale non era il denaro, ma l’asimmetria informativa: sapere ciò che altri non possono permettersi di far sapere.
Qui sta il punto che mette a disagio, se riduciamo tutto a “abusi sessuali di un criminale”, perdiamo il bersaglio.
Gli abusi sono reali, gravissimi, centrali, ma non spiegano da soli la longevità della rete, la protezione giudiziaria, le porte sempre aperte. Quello che spiega la durata è l’utilità sistemica. Un sistema non protegge ciò che lo minaccia, protegge ciò che lo serve.
Epstein fa paura perché non è un’anomalia morale, è un.metodo.
E i metodi non muoiono con le persone. Cambiano nome, indirizzo, intermediari.
La sua morte non ha chiuso un capitolo, ha impedito un inventario.
C’è poi un’altra ragione, più sottile.
Il caso Epstein incrina la narrazione rassicurante secondo cui il potere “sbaglia” quando tradisce i valori che proclama.
Qui non c’è tradimento, c’è coerenza.
Il potere cerca prevedibilità, il ricatto la garantisce perché un alleato ricattabile è più affidabile di un alleato virtuoso.
Per questo il dibattito pubblico si ferma sempre un passo prima.
Si chiede “chi sapeva?”, raramente “a cosa serviva?”.
Si invoca trasparenza, ma non si mette in discussione l’architettura che rende il segreto una moneta.
Si promettono riforme, senza toccare l’ecosistema che trasforma la colpa privata in capitale politico.
E attenzione: non è una storia “americana”.
È una storia universale.
Cambiano i salotti, non le dinamiche.
Ogni sistema complesso produce le sue zone d’ombra; ogni zona d’ombra produce i suoi mediatori; ogni mediatore accumula potere finché resta indispensabile.
Epstein è solo il nome che ha bucato lo schermo.
La paura, in fondo, nasce da un riflesso di riconoscimento.
Se ciò che Epstein rappresenta è ordinaria gestione del potere, allora l’indignazione non basta.
Bisogna accettare che il problema non è il singolo predatore, ma l’ambiente che premia la predazione come strumento di governance.
E questo è molto più scomodo di chiedere un colpevole.
Epstein fa paura perché ci costringe a scegliere: continuare a raccontarcela come una favola nera con un cattivo isolato, oppure ammettere che il potere, quando può, preferisce il ricatto alla responsabilità.
La prima opzione consola.
La seconda spiega.
Ed è per questo che viene evitata.
Nel mentre l' America è esplosa, Epstein a tutta pagina, come dappertutto e la Groenlandia?
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