IL MATTINO
Personaggi
03.02.2026 - 12:06
Giovanni Legnini arriva a Ischia come arrivano gli uomini delle istituzioni quando lo Stato ha bisogno di mostrarsi: non per dominare, ma per rimettere ordine; non per regnare, ma per tenere insieme.
Commissario straordinario dopo la ferita del sisma, è chiamato a svolgere un compito ingrato e necessario: incarnare lo Stato in un luogo dove lo Stato, spesso, è percepito come distante o intermittente.
Il suo lavoro ha un merito indiscutibile che è quello dell’unificazione amministrativa dei comuni dell’isola.
Un gesto che non è solo tecnico, ma politico nel senso più alto del termine.
Mettere insieme significa sottrarre spazio al particolarismo, imporre una visione comune là dove per decenni hanno prevalso confini invisibili ma durissimi.
In questo, Legnini è stato davvero un garante, ha disegnato una cornice, ha fissato regole, ha imposto una grammatica condivisa.
Eppure, proprio qui si apre l’ombra.
Perché mentre garantiva continuità istituzionale a Ischia, non è riuscito a garantirla a se stesso. Il suo ruolo si è concluso senza trasformarsi in permanenza, senza evolvere in una leadership riconosciuta oltre il mandato.
È il paradosso di molti servitori dello Stato, forti nella funzione, fragili nella durata.
Essenziali finché servono, sostituibili nel momento stesso in cui il sistema torna a respirare da solo.
Il potere istituzionale, in fondo, non salva.
Non chi lo esercita e spesso nemmeno chi lo subisce.
Il potere definisce confini, stabilisce limiti, crea perimetri entro cui altri devono muoversi.
Sono sempre “altri” a pagare il prezzo più alto: cittadini che soffrono le decisioni, comunità che avvertono il peso dell’autorità anche quando è esercitata con rigore e buona fede.
E proprio perché soffrono il potere, prima o poi sentono il bisogno di rigettarlo, di riprendersi una sovranità emotiva prima ancora che politica.
Qui si innesta la domanda più scomoda: fino a che punto un ruolo istituzionale può valere più della propria umanità?
Legnini ha interpretato il suo incarico con disciplina, misura, senso dello Stato, ma il ruolo, per definizione, non ama le sfumature personali. Chiede distanza, compostezza, sacrificio dell’io. E così l’uomo resta spesso invisibile dietro la funzione, mentre la funzione, una volta conclusa, non restituisce ciò che ha chiesto in pegno.
Può allora un personaggio istituzionale essere re?
La risposta, probabilmente, è no.
Il re governa per legittimazione simbolica, per appartenenza quasi mitologica.
L’istituzionale governa per delega temporanea, per necessità, per emergenza.
È un custode, non un sovrano. E quando il castello è salvo, il custode deve andarsene.
Giovanni Legnini lascia Ischia come l’ha trovata nel suo ruolo: non da re, ma da garante.
Con decisioni che resteranno, ma anche con la consapevolezza che il potere dello Stato, per quanto alto, non è mai una casa.
È solo un passaggio.
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