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Confessione

Il Diavolo ha paura di noi. Se ne sta lì, ne sono sicuro, a tremare di paura nell’Inferno profondo e non ha il coraggio di venire qui. Nessun demone verrebbe a sfidarmi quando sono in preda a certi pensieri.

Confessione

Mathieu Amalric in "The Grand Budapest Hotel"

Padre perdonami perché ho peccato

Il Signore, che illumina con la fede i nostri cuori, ti dia una vera conoscenza dei tuoi peccati e della sua misericordia. Dimmi figliolo, in cosa hai peccato?

In passione padre, una passione malata, marcia alla radice.

Comincia dal principio figlio mio. Non dimenticare nulla. E ricorda che per quanto tu sia potuto scendere in basso, la Fede è la scala della speranza. Vuoi passare davanti? Forse saresti più a tuo agio se ci parlassimo da uomo a uomo.

Grazie padre, ma se possibile vorrei rimanere dietro la grata. Al buio mi riesce più facile perché non è bello quello che ho da dirle.

Su figliolo. Non parli con un uomo ma direttamente con Cristo. Io sono povera cosa, non badare a me. Cosa è successo?

La passione padre, le dicevo della passione. Sono attirato da altre persone. Provo una fame incolmabile quando guardo alcune creature che sono la prova della esistenza di Dio in terra. È la bellezza che mi turba.

Ma la bellezza non ci deve spaventare, né turbare. La bellezza è una cosa buona da guardare.

Non quando il desiderio è quello di distruggerla. Io ho la irrefrenabile tentazione di mangiare questa bellezza. Non riesco ad accontentarmi nel contemplarla.

Parli della bellezza di altre persone?

Esatto padre. Altre persone. 

Hai idea di come questo tarlo sia nato in te? Quando è accaduto la prima volta?

Prima ancora di scoprire l’esistenza del sesso. È sempre stata più vicina alla fame che all’affetto. Difficile da spiegare a parole, padre, ma da solo non sono mai stato a mio agio. Ho sempre cercato la compagnia degli altri, per l’amore che i miei non mi hanno mai dato. Sono cresciuto tra le loro continue liti e l’indifferenza nei miei confronti. Ognuno dei due era più preoccupato a coltivare il proprio malumore che a seguire le mie insicurezze. E poi, crescendo, ho compreso che esistono persone più deboli di quanto lo fossi io. Le mie prede in un mondo di cannibali. Bastava trovarle, diventando sempre più bravo a scorgere i segni, quasi un marchio, che portavano senza riuscire a nasconderlo: uno sguardo particolare, il posto che sceglievano –mai in prima fila– quando erano con gli altri, il silenzio. 

E quando li trovavi? Cosa facevi?

Le mangiavo, padre. Un boccone alla volta. La mia esca era il primo sorriso, il resto era facile. Dopo un po’ di considerazione, la prima che avessero mai ricevuto, diventavano dipendenti della mia benevolenza, come dei drogati. Comprende, padre, che tra gioco e gioco non c’è quasi distinzione? Anche crescendo, lo chiamiamo “gioco”. Eppure non è più nascondino, e nemmeno “giochiamo al dottore”. Mano a mano che si va avanti il divertimento è sempre meno in equilibrio, fino a quando non rimane che uno dei due a divertirsi, mentre l’altro soffre e patisce, credendo ancora che sia questo il gioco. Ed è lì che diventano schiavi.

E poi?

Poi il gioco, come le ho detto, è cresciuto insieme a me. Violentare con le parole, le imposizioni, vai a fare questo o mi arrabbio, vai a fare quello o non ti parlo più, era già abbastanza grave. Ma poi ho capito, con la vittima che avevo sotto mano quando mi sono bagnato per la  prima volta nel letto, che le nuove esigenze appena giunte erano del mio corpo e non più del mio ego. Nessun problema. Quello che mi serviva, io me lo prendevo. Ma ancora erano esigenze goffe, soddisfatte goffamente e, per fortuna, senza sapienza.

Ma non ho capito, figliolo, sei riuscito o no a…

A consumare, padre? 

Si, insomma, se hai peccato, se la tentazione è diventata …

Ogni volta andavo più vicino. Ma la cosa peggiore era la paura di essere scoperti. Sa, padre, avevo ed ho un posto di responsabilità, in piena vista.  Cosa sarebbe successo della mia vita? Ma poi ho compreso che nessuno sospettava, che forse anche la mia vittima avrebbe preferito negare, anche a se stessa. E allora il tarlo è entrato più a fondo, a cavallo della probabile impunità, se non addirittura della certezza che mai nessuno avrebbe parlato. Poi il mio giocattolo si è confidato con altri.

Questa donna è stata creduta?

Chi ha parlato di donne, padre? 

Non sono donne? Uomini?

No padre. Sono bambini. Sei anni, anche quattro quando solleticano la mia curiosità

Mio Dio.

Dio non ha nulla a che fare con questo. Mi creda padre.

Si certo, è il Diavolo, figliolo, e tu devi…

Peggio, padre, peggio. È l’uomo. Sono io. Siamo noi ad essere tutti marci. Il Diavolo ha paura di noi. Se ne sta lì, ne sono sicuro, a tremare di paura nell’Inferno profondo e non ha il coraggio di venire qui. Nessun demone verrebbe a sfidarmi quando sono in preda a certi pensieri.

Figlio mio, lo so che è difficile. Credimi, io lo so. Ma non devi perdere la fiducia. Dio consente che tu faccia questo e il Suo disegno è imperscrutabile. Ma devi credere che mediante il pentimento alla fine anche tu sarai salvato.

Ne dubito padre. Alla fin fine forse non voglio essere salvato.

Comprendo che tu voglia pagare per quello che mi stai dicendo. Ma anche tu fai parte di un disegno. Solo non riesci a comprenderlo.

Lei è buono padre. Non reagisce con sdegno. Ma se sapesse che pensieri mi tormentano la notte.

Racconta.

Forse dipende da come tutto è cominciato.

Coraggio. È con Cristo che stai parlando. Apri il tuo cuore. Dimmi tutto.

Avevo sei anni. Ero bravo a giocare a pallone e allora frequentavo il campo da gioco del paese. Era bello essere notato. Poi mi ha notato la persona sbagliata. La considerazione che non ricevevo in casa mi aveva trovato altrove. Un adulto, qualcuno che potessi sostituire con un padre indifferente, era bellissimo. Avrei fatto qualunque cosa per compiacerlo. 

E cosa hai fatto, per compiacerlo, figliolo?

Tutto.

Dio mio.

Vede padre, non è così scioccante come sembra. Essere violentati di colpo è devastante nell’immediato, ma chi subisce comprende subito che è una cosa brutta, da dimenticare. Ha un nemico. Ma scoprire il proprio corpo insieme ad una specie di guida malata e interessata… Non capisci il seme velenoso che ti pianta nel cuore, non lo comprendi.

Ma alla fine te ne sei accorto, vero?

Forse troppo tardi, padre. Ma vedo che sono riuscito ad interessarla. Personalmente, vedo. Ne sono contento, la cosa mi rinfranca.

Ma io ho il dovere…

Certo padre, certo. Lo sa qual è la cosa divertente? I primi tempi ricordo una grande felicità. La vita, il futuro, gli amici e gli affetti, i miei progetti, ore e ore a conversare, parlando di tutto, senza sospettare minimamente che nel frattempo veniva costruita una fiducia artificiale, un laccio al quale non avrei potuto sfuggire. Fino a quando non ha portato l’argomento sul corpo, su come funziona e come reagisce. E l’argomentare dalla, parola è passato alle mani.

Com’è stato, figliolo?

Come, padre, siamo al “quante volte”?

Ma no. Era solo curiosità. Non fa nulla. Ma poi ti sei accorto? Come hai fatto? Ha sbagliato qualcosa il tuo aguzzino?

Siamo al momento peggiore, padre. Non ha sbagliato: ha cambiato vittima. Io non lo stuzzicavo più, ero un gioco vecchio ormai, ed è passato ad altro. E sa una cosa? Ero geloso. Solo per questo ho raccontato tutto ai miei genitori: per vendetta, per gelosia.

Lo hai raccontato? E ti hanno creduto subito?

Certo che no.

Eh già. Difficilmente qualcuno crede.

Non avrei potuto avere un risultato peggiore. I miei genitori, può immaginare, padre, erano più preoccupati per loro che per me. Non li ha sfiorati minimamente l’idea che la carne della loro carne potesse aver subìto una violenza dissacrante ma solo che qualcuno li avesse derubati. Come se io fossi stato un giocattolo solo loro e non un essere umano. Mi chiusi sempre più in me stesso. Da solare e socievole, come ero diventato tra gli amici, precipitai nella prepotenza e nella violenza gratuita.

Volevi punire tutti, vero?

Forse volevo punire solo me stesso. Ma gli altri ci sono andati di mezzo. Giocando ero divenuto rissoso, aggressivo. Una volta venni espulso dall’arbitro. Un bravo ragazzo, amato da tutti. Volevo ucciderlo con le mie mani. Meditai la vendetta per settimane. Una rabbia che non le riesco a spiegare, padre, che montava mentre vedevo un mio compagno di squadra, molto più bello di me, che parlava con ore e ore con il mio “padrone”, e sapevo come sarebbe andata a finire.

Ma almeno ora ti avrebbe lasciato in pace.

Scherza, padre? Adesso gli approcci erano solo diventati violenti. Il mio padrone era rimasto tale, e mi prendeva quando e come voleva. Sapeva ormai che nessuno mi avrebbe creduto e non doveva nemmeno più preoccuparsi di ottenere il mio affetto. Non ero più niente, per lui, ma quando il demone lo prendeva, ero lo sfogo ideale.

Scusa, figliolo, posso sapere, come vivi, il tuo vissuto di cosa ti occupi?

Ma si chiedono queste cose a chi si confessa, padre? Non credevo fosse importante.

Solo per entrare meglio nel tuo cuore, non fa nulla, lascia perdere.

Ma posso dirglielo senza problemi padre. Solo, mi lasci finire questa storia. Ho bisogno di sfogare il mio malessere.

Certo, certo, continua pure.

Le dicevo del giovane arbitro. Quella estate ci portarono tutti in colonia. Una vacanza bellissima, ma non per me. Il mio padrone non venne con noi.

Meglio, no? Un po’ di sollievo.

Immaginavo che non avrebbe capito, padre. Sapete cosa feci all’arbitro? Trovai un favo di vespe in pineta e con mille sforzi e decine di punture glielo feci trovare nel letto mentre dormiva.

Oh Signore salvaci!

È quasi morto, sa? Nascosto nel buio della baracca lo vedevo emettere grida disumane, fino a quando non ho retto e sono scappato nel bosco. Sono tornato solo a mattina inoltrata, dopo aver vagato come una bestia furiosa tra gli alberi. La notte nel bosco fa paura, padre. Non siamo più abituati al buio assoluto e un bambino ha sempre paura dei mostri. Ebbene, padre, quella notte, ne sono convinto, erano i mostri ad avere paura di me.

Coma faccio ad assolverti, figliolo? Sei pentito di quello che hai fatto? Dimmelo. Dimmi di si. Dopo la punizione hai fatto un percorso…

Quale punizione, padre? Sono tornato nella certezza di essere preso e buttato in qualche prigione ma, lo sa? Nemmeno si erano accorti che ero scappato. In tutto quel trambusto nessuno mi aveva visto commettere quello scherzo, idiota e cattivo. È stata l’impunità che mi ha convinto a cambiare. Via il pallone, via il campo, mi sono chiuso nello studio, nei libri. Forse lì avrei trovato qualche risposta. Avevo dodici anni. Da quattro anni venivo regolarmente violentato. 

Ma tu ora sei grande, vero? Cosa è successo poi? Non riesco più a tenere il filo, povero figlio mio.

Cambiare vita non è servito a dimenticare. Crescere e acquisire cultura, capacità, sapienza, mi ha solo fatto cambiare ruolo. E da vittima, il ruolo del carnefice ha iniziato ad imporsi in modo prepotente e feroce. È per questo che sono qui, padre. Perché avevo bisogno di cambiare veramente e, allo stesso tempo, di dimenticare quello che ero stato e quello che ero diventato.

Ma cosa sei diventato ora? È vero che nessuno ti ha mai scoperto? Ti ha mai preso? Me lo hai detto, prima.

Nessuno mi ha mai preso perché non ho mai fatto niente. Non ho imboccato la strada del non ritorno. Sono riuscito a fermarmi prima di commettere reati, o di portare qualcuno ad essere come me. Verso una donna o nei confronti di un uomo la tentazione è sempre la stessa ed è sempre una faccenda pulita. Ma verso i bambini… Questa storia mi ci ha portato dentro e non potevo cedere a queste tentazioni. Non volevo. È stata la preghiera che mi ha aiutato a vincere queste pulsioni, irresistibili quanto dannate. Fino a quando non ho capito cosa serviva per far cessare tutto.

E cosa dovevi fare? Dimmelo cosa si deve fare, per far cessare queste tentazioni!

È semplice. Dovevo perdonare. Voleva sapere cosa faccio padre? Il prete. Sono il parroco di una piccola comunità nel veneto, dove mi sono trasferito.

MA… Perché non me lo hai detto prima? Cosa è questa storia. Non hai il tuo confessore? Perché non ti sei rivolto al tuo padre spirituale? Perché sei qui?

Non si affanni padre, io sono qui per un motivo. Sono qui per perdonarti.

Proprio non hai capito, Padre?

Gianni?

Esatto. Giannino, a dire il vero. Il tuo amato Giannino, povero vecchio prete di questa chiesa, insozzata dai tuoi peccati. Io ti perdono. Per avermi violentato. Per avermi fatto credere che quello fosse amore –non piangere don mario, e ascoltami– per aver sporcato la mia anima e per avermi fatto odiare la parte pulita dell’umanità. Io ti perdono. Sono riuscito a uscirne, e non mi sono fatto prete per molestare i chierichetti ma perché ho trovato qualcosa che tu non hai mai nemmeno cercato.

Vattene via. Vai via.

Ego te absolvo, mio amato don mario, finalmente ti amo nella maniera giusta. Quella che non tocca, ma che spinge più di ogni altra cosa.

Vai via, ti prego

Vado, vado. Esco da questo confessionale e me ne vado via. Torno da dove sono venuto e non mi vedrai mai più. 

Oddiomio, sto male, muoio, chiama aiuto ti prego.

Stai benissimo, non mi incanti. Quante volte mi hai sventolato il tuo suicidio davanti agli occhi? Nemmeno te ne ricordi. Ti lascio alla Giustizia terrena, che tra poco verrà a prenderti. Non sono stato io a denunciarti, e non testimonierò di certo. Ma davanti agli occhi ti rimarrà sempre la faccia di Giannino, mentre piange disperato. Addio.

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Marco Scillitani

Marco Scillitani
È nato nel 1967, il 23 novembre, giorno che gli ha consentito di festeggiare un compleanno indimenticabile con il terremoto del 1980. Fa l'avvocato non per vivere, ma perché lo trova interessante e, non avendo mai saputo usare le mani gli è parso il metodo più efficace per raddrizzare le cose storte. Insegna Magia e Formule all'Università, ma di nascosto. Chi lo ascolta crede che parli di Procedura penale. Solo il titolare della cattedra se ne è accorto ma fa finta di niente. Da piccolo ha cominciato a osservare quello che gli accadeva intorno, collezionando storie e territori immaginari. Quando qualcuno glielo chiede, le restituisce. Ma non si assume responsabilità.

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