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Filosofia sportiva

Il buon giocatore non si preoccupa del risultato. Pensa solo a quello che deve fare, si concentra sul suo compito e pensa a farlo bene. Il risultato verrà.

Filosofia sportiva

Tlang
Tlang
-Accidenti-
Tlang
Il rumore proveniva dal cerchio di un canestro da basket. Lo avevo infilato tra la parete ed un tubo che correva a circa tre metri di altezza, nel giardino di una masseria raggiunta dalla città e che noi in famiglia chiamavamo ancora con il vecchio nome: San Lorenzo.
Tlang
-Cacchio-
Avevo undici anni, volevo diventare un campione di pallacanestro, ma non riuscivo a mandare la palla dentro. Zero su cento. Non un canestro. Nemmeno uno.
– … smettere!! Fallo smettere!! È esasperante questo rum…–
Nell’intervallo in cui mio padre apriva la porta, usciva e richiudeva il battente, sentii la voce di mia madre, alla quale quel rumore dava non poco ai nervi.
Papà teneva una tazza di caffè in equilibrio sul piattino e mi osservava in silenzio mentre girava il cucchiaino per sciogliere lo zucchero.
Tlang
Tlang
–Eccheccazz…
Tlang
Non potevo continuare con il suo sguardo sul collo e mi fermai guardandolo a mia volta, con il tipico gesto interrogativo della testa, incassata nel collo a scuotere per dire “che c’è?”.
– Che stai facendo? –mi chiese
– Canestro. O almeno ci provo –
– Fammi vedere –
Papà non aveva mai dato consigli. Aveva la tendenza a lasciar fare e di questo in realtà gli ero grato. Però giocava da sempre molto bene a pallacanestro, anche a livello agonistico, e se voleva che gli facessi vedere aveva le sue ragioni.
Tlang
– Vedi? Io faccio bene tutto –cominciai a piagnucolare– ma il pallone non entra. Terzo tempo, salto, colpo di polso, perché non entra? –
– Perché vuoi farlo entrare, e disturbi il pallone –
– Non ho capito. perché disturbo il pallone? Mi prendi in giro? –
– Rifletti –disse papà sorseggiando il caffè– A cosa pensi quando tiri? Su cosa ti concentri? –
– Sul canestro –risposi stupito– è lì che devo mandare la palla –
– Ed è qui che ti sbagli. Tu pensi al risultato e dimentichi quello che invece devi fare. Lo fai automaticamente e non ci metti la concentrazione perché la mandi da un’altra parte –
– Ma papà non è la stessa cosa? –
– No. Non è la stessa cosa. Hai notato i giocatori in televisione? Tirano a canestro, ma non stanno ad aspettare, non rimangono lì fermi a vedere se la palla entra. Lanciano e corrono sotto canestro per il rimbalzo. –
– E che significa? –non riuscivo a capire.
– Vuol dire che la loro concentrazione finisce quando la palla ha lasciato la mano. Il buon giocatore non si preoccupa del risultato. Pensa solo a quello che deve fare, si concentra sul suo compito e pensa a farlo bene. Il risultato verrà.
Prova a tirare con questa concentrazione.
Tlang
– Ecco, vedi? –piagnucolai– sono fesserie, la palla non entra. Quello che mi hai detto non serve per imparare a vincere.–
– È vero. Serve per imparare a perdere –
– Come, a “perdere”?–
– Marco, tu devi pensare solo a fare il tuo lavoro, il tuo dovere, chiamalo come vuoi, ma il tuo compito finisce lì. Che pretendi? L’applauso ogni volta che metti due mattoni in fila? Per chi fai quello che fai, qualunque cosa tu faccia? Per gli altri? Per l’approvazione di un pubblico? Non è la strada giusta. Verrai sempre tradito, sarai sempre insoddisfatto.
– Ma tu… –
– Tira la palla adesso. Prova di nuovo –
Non mi aveva mai fatto un discorso così lungo. Non me ne avrebbe fatti nemmeno in futuro. Ma quelle parole mi entrarono dentro, una per una.
– Tu parli così perché hai sempre vinto. –
– Parlo così perché non ho vinto sempre. Non ti sto raccontando le mie vittorie, ti sto insegnando con gli sbagli che ho fatto. Sono i miei errori quello che ti serve sapere. Tira la palla adesso. –
– Totò! –mia madre era uscita in giardino, esasperata dal rumore dell’ultimo tiro a vuoto– ti avevo detto di farlo smettere con quel pallone. –
– Hai detto che non volevi più sentire quel rumore –rispose papà con una espressione sorniona– Torniamo dentro. Non lo sentirai più.
Rimasi da solo per un bel po’ di secondi a guardare il pallone. Poi guardai le mani che lo tenevano e tirai il pallone, senza aspettare se facesse “tlang” o no, ma pensando solo alla mia mano.
Quel giorno non sbagliai più un solo tiro.
Tutti dentro.

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Marco Scillitani

Marco Scillitani
È nato nel 1967, il 23 novembre, giorno che gli ha consentito di festeggiare un compleanno indimenticabile con il terremoto del 1980. Fa l'avvocato non per vivere, ma perché lo trova interessante e, non avendo mai saputo usare le mani gli è parso il metodo più efficace per raddrizzare le cose storte. Insegna Magia e Formule all'Università, ma di nascosto. Chi lo ascolta crede che parli di Procedura penale. Solo il titolare della cattedra se ne è accorto ma fa finta di niente. Da piccolo ha cominciato a osservare quello che gli accadeva intorno, collezionando storie e territori immaginari. Quando qualcuno glielo chiede, le restituisce. Ma non si assume responsabilità.

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