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A un passo dal vero

Il corpo di Isabella

Romanzo a puntate

Il corpo di Isabella

La poetessa Isabella Morra, uccisa a 26 anni

Il corpo di Isabella giaceva riverso sulle scale del palazzotto. Il volto, appena macchiato di sangue, rivolto verso l’alto alla ricerca della stella o della nuvola su cui fuggirsene da Valsinni. Lo faceva spesso, di stare sdraiata sui gradini, l’aveva confessato ad un’amica che, amichevolmente, l’aveva riferito a tutte, leggendo il sonetto sghembo al quale aveva affidato la speranza di fuga.

Adele Pasquaretta, donna sensibile, dedita con passione al suo lavoro, leggermente claudicante, quel tanto da renderla simpatica, aveva scelto di fare il commissario all’età di dieci anni, ed era rimasta fedele a quella scelta di vita, tanto precoce quanto definitiva. Ebbe una certa difficoltà a pensarla morta, così giovane, bellina, morbida, leggera. Probabilmente, pensava, questa dorme. Mentre cercava di capire cosa potesse essere accaduto, si guardava attorno, osservava la madre.

- Signora Costa, capisco, è terribile, ma mi dica qualcosa…sua figlia, quando è uscita da casa? Lei, quando si è accorta di quello che è successo. Ha chiamato lei, no? –

Il suo pianto della madre era come un fiume che scorre lento e inarrestabile, gli occhi socchiusi, la testa tenuta appena alta accompagnava con un movimento ritmico il lento scorrere delle lacrime: 

- Ahimè…Ahimè…Ahimè… -

- Signor Costa, la prego, signor Costa, mi dica lei, mi dica …com’è accaduto, secondo lei... –

Il padre, praticamente senza interrompere il lamento, con voce rotta e sommessa, che a tratti, diventava un grido, straziante: - E` caduta, è caduta, è caduta, la criatura è caduta, la criatura è carutta, è carutta, la criatura, Isabbella, è carutta, commissa'… – 

- Un incidente, dunque, voi dite, è probabile…che ne dite, appuntato Loisi, questi gradini sono abbastanza ripidi e lisci. La pioggia, poi, può essere, uno scivolone…e addio Isabella, poveretta -

- Commissa', avete visto…la scarpa sta molto più giù, tre gradini, mi pare, più sotto, tacco alto, pericolosi con queste scale e questo tempo…ma che ne sappiamo, una ragazza bellina, il paese è piccolo, qualcosa sapremo di certo. Che facciamo, commissa’, qua intorno non si vede nessuno. –

Certo è strano. Nessun curioso. Va be’. Può ess' che qualcuno sal' fra poco. Vedremo…Comunque c’è sempre tempo p’interroga’, appunta’ -.

Non le era difficile capire i genitori. Vivevano ormai da anni al piano terra del Palazzo Morra, come guardiani. Il dottore, il proprietario, dopo la morte della madre, non si vedeva quasi più, viveva a Potenza, e se n’era ormai quasi dimenticato della bella dimora di Valsinni. Ma quando tornava era una festa per il palazzo, si aprivano le stanze di sopra, entrava aria, il giardino vociava, la cima del Monte si riempiva di escursionisti romantici, il dottore ci portava i suoi amici, patiti della poetessa; Isabella Morra, dicevano, era lì la padrona che non era mai stata. La biblioteca, un salone a piano terra, portava in giro in giro una raccolta di volumi dedicati a lei, da studiosi e cultori, le foto dei convegni, le lettere di appassionati, il suo libro, piccolo e prezioso documento di una vita letteraria e di una morte reale, nelle diverse edizioni. 

Adele Pasquaretta, mentre lentamente dava uno sguardo all’ambiente attorno, sembrava essersi dimenticata della morta di oggi: la commozione non era il suo forte, ne aveva visti di morti ammazzati, non che non avesse cuore, ma il mestiere...

Si rivide ragazza a Potenza, quando studiava al liceo, con una professoressa d’Italiano, una strana, la Bochetti, che nulla aveva da fare che portare i suoi alunni in biblioteca a ricercare su Isabella Morra, e lì, giù a commuoversi, più che a leggere e commentare “criticamente”, come diceva la pazza, i pochi e a loro parere poco interessanti sonetti, e le canzoni, poi, lunghe, il che già era un difetto imperdonabile. Ma commuoversi, quello sì, e arrabbiarsi, quello sì, contro il padre, i fratelli, che l’avevano uccisa. E Diego? Alla fine si erano tutte innamorate di lui.  E Antonia? Era antipatica quasi a tutte, ma molte ne avevano subito il fascino ambiguo. La ricerca si era esaurita per stanchezza, la Bochetti, prima di andarsene a Torino, non la finiva più di lamentarsi del loro disinteresse per la poesia, né lei, di carattere discreto, amava i pettegolezzi, neppure a distanza di qualche secolo. 

(continua)

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Lorenza Colicigno

Lorenza Colicigno

Giusto il tempo di nascere a Pesaro e poi, dall’età di sei anni, vivo a Potenza. La radio e la televisione sono state il mio primo amore, nelle sedi RAI di Potenza e Roma, ma ho sposato la Lingua e la Letteratura Italiana e Latina che ho insegnato per trent’anni nel Liceo Classico “Q. Orazio Flacco” di Potenza. La scrittura è la mia passione: pubblicato due sillogi liriche: "Questio de Silentio" (Il Salice, 1992), premiata ad Atella e Venezia, e "Canzone lunga e terribile" per Isabella Morra (Nemapress, 2004), oltre ad una serie di saggi letterari. Ho curato per la Consigliera Provinciale di Parità il testo “Quel che resta di ciò che è detto”, che analizza il ruolo della donna nella tradizione contadina lucana; e mi sono occupata anche dei “Fatti, detti e piatti della Basilicata”, una raccolta di ricette, detti e proverbi potentini relativi alla cultura dell'alimentazione nella tradizione contadina, di cui sono co-autrice. Nel 2014 e nel 2015 per Buongiorno Regione (TGR Basilicata) ho curato una rubrica sui detti e i proverbi del Potentino. C’è tanto altro da dire ancora, ma ci tengo almeno a dirvi altre due, tre cose che mi appassionano: la scrittura creativa, che coltivo “Nei pressi del circolo Pickwick”, la scuola in cui sono direttrice e docente; le meritorie iniziative della Società “Dante Alighieri” e dello Zonta club Potenza, di cui sono vicepresidente; il Comitato “Cittadinanza di genere”, di cui sono socia fondatrice, cui si devono numerose iniziative contro le discriminazioni di genere e sul linguaggio di genere e una proposta di legge regionale sul tema della cittadinanza di genere. Infine, come parte del Direttivo dell'Associazione non profit “Art Factory Basilicata”, sono responsabile della comunicazione del progetto LAP (Laboratorio permanente di Arte Pubblica). 

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