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Controverso

Ordinaria disoccupazione

Libera interpretazione del groviglio dei pensieri di un disoccupato 50enne. Tra vuoto e frenesia.

Ordinaria disoccupazione

Alla fine la botola si è aperta. E sono caduto giù, nell'abisso. Tutto era vuoto. Nudo di fronte alla vulnerabilità, ai limiti miei e di questo tempo. Si, lo sapevo che l'azienda galleggiava, che era una piccola azienda, che il settore era in crisi, un po' come tutta l'Italia. Ormai si lavorava, e non navigava, a vista. Il CdA inesistente, non varcava i cancelli da mesi e delegava il pagamento degli stipendi all'ennesima segretaria assunta, si fa per dire, a tre mesi, l'insofferenza aumentava, le voci in giro - perché c'è sempre un chiacchiericcio sui destini di un'azienda - non riportavano buone notizie. Ormai era anarchia. Non che ognuno stesse lì a bighellonare, in fin dei conti la produzione andava avanti, ma ci si sentiva così, anarchici. Un po' soli, un po' felici di essere soli. In attesa di un qualcosa. E quel qualcosa è arrivato. Una bella raccomandata a casa. Licenziamento collettivo. La botola che si apre. L'azienda non può continuare ad esporsi, eppure solo qualche mese prima - come da copione - aveva investito qualche centinaia di milioni in attrezzature magnifiche che, però, resteranno per sempre nuove. Nessuno le userà più, almeno per il momento. 

A 50 anni mi sono ritrovato senza più un lavoro, con 30 anni circa di contributi versati e la fantomatica data della pensione che si allontana ogni anno di più, con una vita da reinventare. E come si fa? Non lo so. Si, lo sapevo che prima o poi sarebbe accaduto ma, finché le cose non succedono davvero, ci si passa sopra. Sembra sempre che debba accadere agli altri, mai a te. Quando poi capita, però, è devastante e nemmeno la forza di una famiglia su cui sai di poter contare riesce a darti la forza di rialzarti. Un anno di coma da disoccupazione. E tutti i bla bla bla del jobs act, i numeri eternamente in rosso - su ogni fronte - di questo Paese non mi creavano nemmeno fastidio, non meritavano ne' un sussulto ne' un'imprecazione. 

Ho imparato a convivere con il mio vuoto e lì è successo qualcosa. Ho ritrovato le energie, quasi una rigenerazione, l'affaccio verso l'alito di una nuova vita. Ho rimesso in ordine il cv, anche se non c'è un granché da scrivere o aggiungere, ho fatto sempre lo stesso lavoro e questo benedetto/maledetto lavoro oggi è inflazionato o, il più delle volte occupato da incompetenti improvvisati. Via  alla solita solfa, ogni giorno con un po' più d'entusiasmo ed il giorno dopo con un po' più di paura. Ho compilato più form cv in questi ultimi due mesi, per i più disparati lavori, che non so chi altri possa aver avuto tutta questa pazienza. Ma perché poi ci sono i form e non una breve lettera di presentazione ed un cv allegato? Forse si racconterebbe e si potrebbe raccontare qualcosa in più, quel più che probabilmente un responsabile delle risorse umane potrebbe e vorrebbe leggere, corrispondente all'esigenza dell'azienda, anche alla curiosità. E, invece no. Compila, verifica, click. Compila, verifica, click. Ed un giorno arriva una telefonata. Chiamano da Pesaro. "È  disponibile al colloquio?" Certo, la mia risposta. "La aspettiamo fra due ore". E come faccio, mi servirebbero almeno 5 ore. "Ah, quindi non è della zona?" Scusi ma il cv l'ha visto? È lì che ha preso il numero di telefono, no? "Le faremo sapere, grazie". Già, ma non si sa quando. E mi sono anche fatto una risata. Evidentemente è così che funziona il mercato del lavoro. Fra un mese inizierò un corso di formazione, di quelli che dovrebbero facilitare il rientro in una vita dignitosa, prima che questa benedetta disoccupazione o come accidenti si chiama, finisca. E sceglierò qualcosa che non ha nulla a che fare con me, con il mio passato lavorativo, con la mia passione. Voglio solo lavorare, almeno altri 10 anni per poter sperare di avere una pensione che non sia proprio misera. E così, con questi pensieri che ronzano in testa e che finora non mi avevano nemmeno sfiorato, mi sento già "vecchio". Invece ho l'età di chi dovrebbe raccogliere i frutti di una vita di lavoro. E no! Quella raccomandata mi ha catapultato in un mondo che non conoscevo ma che ormai è mio. Ancora qualche mese ed una decisione dovrò prenderla. O andar via o pensare di mettermi in proprio. Un altro finto imprenditore, ormai a 51 anni. Intanto il vecchio gruppo in cui lavoravo, quella costellazione di aziende, pare proprio non essere in crisi. E sono tornato a sorridere. Lo smarrimento l'ho sostituito con la frenesia. 

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Daniela Eronia

Daniela Eronia

Di me hanno detto che sono stata una giornalista molto scomoda, poi un'imprenditrice troppo intraprendente. È così: quando una donna si dedica con passione alla città che ama, per renderla migliore, finisce con il creare inquietudini. Per aggiungerne qualcuna in più, torno a scrivere, nel solito mondo. A volte sarà irriverente, altre dissacrante. Sicuramente "controverso". Comunque, se vi fa piacere deciderete voi.

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