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L'editoriale

Pio, Amedeo e l’Italietta del sottobosco diventata chioma

Pio D’Antini e Amedeo Grieco hanno imparato a volare dallo stagno della città in cui sono nati facendo sci d’acqua di comicità e ironia sulla palude malarica da cui Foggia è sorta grazie al normanno Roberto d’Altavilla, “Il Guiscardo”

Pio, Amedeo e l’Italietta del sottobosco diventata chioma

Chapeau per Pio e Amedeo, che hanno saputo fare di necessità virtù nell’Italia del sottobosco diventata chioma, in cui la scena è occupata da politici di avanspettacolo in cerca d’autore, incapaci di reggere un copione che guardi al futuro, balbettanti amenità al limite dell’idiozia. Almeno loro, Pio e Amedeo, interpretano se stessi, in uno sfornato da bassa pasticceria che è pur sempre meglio della melassa della De Filippi. La speranza è che l’Italia a cui piace ridere torni anche a pensare, che il suo humus di ovvietà e contraddizioni sia fecondato da una linfa culturale capace di far rifulgere una esemplare chioma di donne e uomini da additare come modello, che non può essere contraffatto con quello casereccio di Pio e Amedeo.  

Pio e Amedeo sono intelligenti, scaltri e sfacciati: tanto basta per riuscire a trasformare in possibilità i loro limiti, che sono quelli della Foggia-macchietta da cui provengono e che ben rappresenta l’Italietta politica da bar che ci ritroviamo divisa da un’ora di coprifuoco in più o in meno. 

Pio D’Antini e Amedeo Grieco hanno imparato a volare dallo stagno della città in cui sono nati facendo sci d’acqua di comicità e ironia sulla palude malarica da cui Foggia è sorta grazie al normanno Roberto d’Altavilla, “Il Guiscardo”, Conte di Puglia e Calabria, che si prese la briga di bonificarla perché Federico II ne facesse il granaio d’Italia, crocevia della transumanza meridionale, fino a quando la scoperta della sua posizione geografica strategica per i trasporti ferroviari tra Adriatico e Tirreno non ne segnasse lo sviluppo economico e, infine, il declino per i tragici bombardamenti degli alleati durante la seconda guerra mondiale, che la seppellirono. I latifondisti e i ferrovieri, che la dominavano facendone la Storia con l’espressione, anche per contrasto, di figure eccellenti come Giuseppe Di Vittorio e Giuseppe Pavoncelli, Gaetano Postiglione, Vincenzo Russo e Paolo Agostinacchio, furono man mano scalzati dai muratori che si inventarono costruttori nell’urgenza di riedificare la città distrutta dalle incursioni aeree anglo-americane. Pio e Amedeo, nati esattamente quarant’anni dopo, sono figli di quel cantiere progredito con la cazzuola che ancora impasta politica e cemento, cedendo gli interstizi amalgamanti alla malavita, incapace, per connaturati e comprensibili limiti culturali, di esprimere una classe politica e dirigente di alto profilo, di recuperare alla città la sua identità storica surrogata, di fatto, dal pallone e dalle chiacchiera da bar di periferia: gli ambienti in cui Pio e Amedeo sono cresciuti e che hanno imparato a sfruttare per trasformare la loro vita in uno spettacolo ridanciano che la tv berlusconiana (quale altra, sennò?) serve, dai tempi di “Emigratis”, sulle tavole - e all’intelletto - tristemente imbandito degli italiani. Chapeau per Pio e Amedeo, che hanno saputo fare di necessità virtù nell’Italia del sottobosco diventata chioma, in cui la scena è occupata da politici di avanspettacolo (con tutto il rispetto per coloro che lo hanno reso grande, da Totò a Lino Banfi) in cerca d’autore, incapaci di reggere un copione che guardi al futuro, balbettanti amenità al limite dell’idiozia. Almeno loro, Pio e Amedeo, interpretano se stessi, in uno sfornato da bassa pasticceria che è pur sempre meglio della melassa della De Filippi.

La speranza è che l’Italia a cui piace ridere torni anche a pensare, che il suo humus di ovvietà e contraddizioni sia fecondato da una linfa culturale capace di far rifulgere una esemplare chioma di donne e uomini da additare come modello, che non può essere contraffatto con quello casereccio di Pio e Amedeo.   

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Antonio Blasotta

Antonio Blasotta

Alla passione per la scrittura e la comunicazione ho dedicato il mio tempo, senza mai risparmiarmi. Così, da quando avevo 15 anni, ho scritto per diversi giornali (Puglia, La Gazzetta del Mezzogiorno, il Roma), ho diretto la prima tv di Foggia, Teleradioerre; ed ho finito con il fondare la Casa Editrice "Il Castello", che, oltre ad editare diversi libri, pubblica "Il Mattino di Foggia". Divido la mia vita tra la passione editoriale e quella per la formazione relazionale e direzionale, essendo Master Trainer con licenza USA di PNL.

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