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Le nuvole parlanti

Nicola Pesce, il Moby Dick della letteratura italiana a fumetti

Editore, ma anche scrittore, amante dei libri, Nicola Pesce ha una personalità poliedrica. Spirito indipendente, coraggioso, a sedici anni, con soli 300 euro e una stampante,  si lancia nella sfida editoriale.

Nicola Pesce, il Moby Dick della letteratura italiana a fumetti

La sua passione ha dato risultati, al momento la Edizioni Npe è tra le case editrici più interessanti e apprezzate del mercato italiano, nel catalogo ha nomi importanti come Sergio Toppi, Dino Battaglia, Attilio Micheluzzi, Gianni De Luca, Miguel Angel Martin, Koren Shadmi, Sergio Tisselli, ma anche molti autori giovani e già apprezzati.

Parliamo adesso del Nicola Pesce scrittore: il suo è uno stile nuovo, che mette a nudo i pensieri del personaggio, ma quello che nei suoi libri mi ha colpito maggiormente, ne la "La cura del dolore" e "La volpe che amava i libri", per citarne alcuni, è come l'autore riesca a farci scoprire piccoli frammenti della sua anima. Penso alla volpe Aliosha, che trova come primo libro il Piccolo Principe, ad Henry, protagonista de "La cura del dolore", a Carlo Valenti de "L'uomo più piccolo del mondo", ma ancor più alla volpe, al topolino amico e al corvo, riuniti in una tana in Siberia, sotto strati di neve, per raggiungere un compromesso e trovare se stessi.


Nicola prima di parlare della sua attività di editore, vorrei parlare di lei come autore. Quando è nata la sua passione per la scrittura?

E chi lo sa! A una certa età mi è venuto naturale scrivere allo stesso modo in cui era naturale leggere, o respirare. La mia vita sarebbe incompleta senza il momento della scrittura. Un maestro di scacchi ristudia le sue partite dopo averle giocate, sia quelle che ha vinto, sia quelle che ha perduto. Io faccio così con la vita. Mi siedo e ri-analizzo tutto, e travisandolo un pochino lo metto su carta.

Ho letto nella sua biografia che ha deciso di fondare la Npe perchè non era riuscito a farsi pubblicare da nessun editore, a 21 anni tentare un'avventura del genere non deve essere stato semplice. Ha mai nutrito dei dubbi? Quanto è impegnativo essere un editore indipendente?

In verità l'avventura l'ho cominciata a 16 anni. A 21 ero già vecchio. Avevo 16 anni quando iniziai a cercare autori e sponsor per la mia prima piccola rivista, quando fondati una ditta che portava il mio nome. Avevo 300 euro e una stampante. Passai innumerevoli notti a stampare una rivista che poi andò male. Ma avevo iniziato ed ero felice così. Avevo pochi dubbi quando ero agli inizi. I dubbi sono aumentati con il passare del tempo e tuttora alle volte ne sono soggiogato. Essere un editore è estremamente impegnativo. Direi che è totalizzante. Non si può fare altro, non si può pensare ad altro. La casa editrice si chiama «Edizioni NPE», non si chiama «NPE». Mi piacerebbe prima o poi riuscire a convincere le persone di questo.

Edizioni Npe ha un catalogo variegato di autori, tra le collane proposte spicca quella dedicata alla ristampa delle opere di Dino Battaglia, uno dei più importanti artisti del fumetto italiano. Come nasce questa iniziativa editoriale?

Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi chiesi che tipo di editore volessi essere. Fino a quel momento ero stato una sorta di incapace imprenditore: affidavo ad altri la direzione editoriali e usciva fuori uno scarso rendimento. Poi grazie alla lezione dell'amico Andrea Mazzotta, capii che dovevo offrire qualità e scoprii che i miei gusti – che mi vergognavo a confidare – erano in realtà molto più maturi di quel che credevo: io amavo solo Toppi, Battaglia, Micheluzzi, De Luca, Caprioli e così via. Decisi allora di farmi coraggio e investire tutto quello che avevo (ma proprio tutto) per procurarmi questi diritti. Ho finito di pagarli l'anno scorso, dopo 6-7 anni. Sono stati un successo.

Tra i vostri titoli ci sono molte graphic novel, come nasce la sua attenzione verso questo genere?

Per me il genere è il fumetto. Poi se lo vogliamo chiamare graphic novel fastidio non mi dà. Deluderò molti dicendo che cominciai con i fumetti perché non avevo accesso alla distribuzione in libreria. Io amo la letteratura classica. Però Messaggerie all'epoca non mi stava a sentire. Mi stette a sentire la Panini, che accettò di distribuirmi in tutte le fumetterie d'Italia. Avevo 18 anni e sarò sempre loro grato. Così cominciammo con i fumetti. Ora stiamo fondando marchi editoriali di narrativa, come Burno Editore.

Parlerei adesso di Nicola Pesce scrittore, lei ha avuto grande successo con il libro "La volpe che amava i libri", nel quale esprimeva il suo amore per la lettura. Come nasce questa passione?

Io amo più i libri che le persone. Sono Asperger e non amo parlare, non amo socializzare, e nei libri ho trovato quegli amici quieti, educati, rispettosi, che non trovavo nella vita reale. È strano come un libro sappia ascoltarmi più di un uomo che ha due orecchie. «La volpe che amava i libri» l'ho scritto racchiuso in me stesso, piangendo o ridendo ad ogni pagina. Mai avrei immaginato una simile accoglienza. Abbiamo venduto oltre 20.000 copie in meno di un anno e ormai è uno dei cento romanzi più letti in Italia. Mi hanno scritto centinaia di maestre di scuola per dirmi che lo hanno letto alla classe, e di genitori che mi hanno detto che mai il loro figlio o la loro figlia si erano in precedenza appassionati ad un libro e mi hanno ringraziato di cuore. Io in effetti non avevo mai pensato ai bambini scrivendolo, ma ne sono felice.

Arriviamo al suo ultimo lavoro "L'uomo più piccolo del mondo", come nasce questo libro? Chi è realmente Carlo Valenti?

Questo libro ha una gestazione particolare. Infatti era il lontano 2007 quando lo scrissi sotto forma di sceneggiatura. L'ho ripreso in mano dopo quasi quindici anni per vedere cosa potevo farne. Migliaia di lettori mi hanno già indicato di essersi accorti che nel mio primo romanzo, "Le cose come stanno", l'attore in declino e la giovane attrice provano insieme un copione: è proprio un pezzo di questo libro!

Nei suoi libri l'attenzione alla psicologia dei personaggi ha un peso importante; è interessante come la trama diventi puro stratagemma per parlare di altro…

Dal 2007 nessun dialogo è stato cambiato ma ne è uscita stravolta come opera: sembra quasi che i protagonisti non siano più i protagonisti e che i personaggi minori salgano alla ribalta. Una stessa storia si può scrivere in mille modi. Perciò dico sempre: le trame sono inutili. Solo lo stile conta.

Tiziano Sclavi, figura totemica tra gli autori italiani, ha definito il suo stile "piacevolmente tradizionale, dickensiano", si ritrova in questa definizione?

Sono estremamente grato a Tiziano per aver speso parole non cattive su di me. È stato un onore incommensurabile. Io penso che il mio stile sia mascherato di tradizionalità. In verità – per fortuna me lo confermano tutti i lettori – è uno stile nuovo. I protagonisti sono i pensieri, non più gli eventi. Posso usare venti pagine per dire i pensieri di un personaggio mentre sale un gradino. E in un rigo posso riassumere dieci anni di eventi. Credo di aver buttato a mare la trama, con una pesante zavorra di piombo ai piedi. La trama vera viene fatta dai pensieri. Ma non è un flusso di coscienza, è un preciso percorso dove, invece di accadere noiosissimi e ripetitivi fatti, accadono pensieri. Inoltre molti dicono «devi interessare da subito il lettore! A pagina uno dai fuoco a una casa e vediamo come ne escono i personaggi», io dico il contrario. Io non voglio interessare nessuno, io non mi voglio prostituire in cerca di attenzione. Io posso usare 50 pagine per fare sì che una volpe insegni a un topolino come si accende il fuoco. Tanto nella mia esperienza personale, quando apro bocca alla gente fa piacere. Ecco, nei miei libri ci sono io che parlo di quello che mi passa per la testa, senza fretta alcuna.

Da lettrice, mi permetta di ringraziarla per la pubblicazione della trilogia shakespeariana di Gianni De Luca. Personalmente, lo uso come strumento didattico per avvicinare i miei studenti alla lettura di Shakespeare. Lei cosa pensa della possibilità di fare didattica con e del fumetto?

Il giorno che faremo didattica con i fumetti uccideremo sia i fumetti sia gli argomenti trattati. Invece una didattica DEL fumetto sarebbe molto molto più interessante. Non vedo perché Sergio Toppi non possa essere insegnato nei licei e nelle università comodamente accanto agli scrittori del 900 italiano.

Parlando di fumetti, ne era un lettore? Quando ha avuto il primo "incontro" con il mondo delle nuvole parlanti?

Non sono mai stato particolarmente appassionato di fumetti. Semplicemente non li ho mai percepiti diversi dai romanzi. Per me sono sempre stati dello stesso valore e mi fa fatica distinguerli. Ricordo però con passione innumerevoli pomeriggi passati a leggere i Dylan Dog di Tiziano Sclavi, Video Girl AI di Katsura, City Hunter di Hojo e Ken il guerriero di Hara e Buronson. Questo per tralasciare che da piccolo avrò letto sì soltanto mille numeri di Topolino, ma credo di averli letti almeno 3 volte ciascuno.

Avete pubblicato recentemente  "Realizzando Diabolik", un bellissimo lavoro di Simone Silvestri, ma avete anche altri titoli molto interessanti su questo personaggio. Come nasce questa collaborazione/attenzione che mette al centro Diabolik?

Questa è una storia buffa. Punto primo: mia mamma ama Diabolik. Punto secondo: avevo comprato il negozio di fumetti della mia città. Che succedeva? Che mamma entrava, comprava un numero di Diabolik e, siccome lo aveva comprato nel mio negozio, mi domandava: «Ma tu hai pubblicato Diabolik?». E io ogni volta spiegavo che il negozio NON era la casa editrice. Così, per smettere di spiegare, contattai Diabolik e dopo ampie trattative cominciai a pubblicarne. Così quando mamma mi chiede «Ma tu pubblichi Diabolik?», adesso io posso sinteticamente rispondere: «Sì». Da questo, è nata una meravigliosa collaborazione con lo staff della casa editrice di Diabolik, Astorina, fatta di persone all'antica, dalla parola inossidabile e dai modi gentili.

Lei è anche responsabile della rivista Scuola di Fumetto, passata negli ultimi anni a Edizioni Npe. Ci sono stati dei cambiamenti e, se si, quali, nella linea editoriale della rivista?

La rivista è passata alla stessa società che detiene anche Edizioni NPE, ma Edizioni NPE è un'altra cosa, è un marchio. «Scuola di Fumetto» è un altro marchio. Vivo purtroppo e per fortuna questa condanna di essere identificato con tutto quello che faccio. Se un giorno venderò assorbenti, o pistole, o organi umani, diranno che sono gli assorbenti e gli organi umani di Edizioni NPE. Sono molto felice di aver acquisito questo storico marchio, ricordo quando stampando i primi libri correvo in edicola a vedere se ci fossero recensioni su di me! Le edicole non sono il posto migliore dove lavorare. Vedremo come va! Io per prima cosa ho raddoppiato la tiratura e le vendite, e diminuito il prezzo. E ho reso la rivista più una "scuola", come diceva il titolo, e meno un posto per esperti. Mi è sembrato più naturale.

In molti parlano di crisi dell'editoria, quanto è vera questa affermazione?

Io sento parlare di crisi, in tutti i settori, da quando sono nato. Una canzone di Ivano Fossati di prima che io nascessi diceva già che erano 30 anni che c'era la crisi. Secondo me la crisi non esiste. Se uno lavora bene e con intelligenza, guadagna. Se lavora male, o poco, o senza intelligenza, non guadagna. Tutto qua. Certo, qualcuno potrebbe dire che è più difficile oggi far leggere i libri alle persone. Io dico che siccome leggono in pochi, c'è un campo tanto più vasto da mietere, di persone che non leggono ancora. Punti di vista.

Come selezionate gli autori? Quali sono gli errori che più spesso commettono i giovani scrittori nel   presentare il proprio progetto editoriale? Cosa si può fare per far "scattare" nei più giovani la passione per la lettura?

L'errore più frequente degli autori esordienti è la spocchia. Una presunzione senza limiti, inversamente proporzionale alla loro fama e spesso anche alla loro bravura. Un grande autore famoso, che vende decine di migliaia di copie, è umile e disponibile. Spesso i nostri rapporti diventano di vera amicizia, che va ben al di là del lavoro. Invece capita veramente spesso che lavorare con un giovane autore alle prime armi diventi assai difficile per il modo in cui si pone. Quindi in casa editrice abbiamo autori con cui lavoriamo per vent'anni, fianco e fianco, e altri che - già mentre lavoriamo al primo libro, prima ancora di stamparlo - io e il caporedattore ci diciamo: "con questo mai più". Ed è un peccato perché pubblicare il primo libro è solo l'1% della vita di un autore, e l'unione stretta tra un autore e una casa editrice può dare molto a entrambi. L'altra domanda, sul far leggere i giovani, mi pare un tantino scollegata dalla precedente. Io dico sempre: non li facciamo leggere i giovani. Meno leggono e meno andranno avanti nella vita. Meno andranno avanti loro e più andrò avanti io, come persona, come imprenditore. Perciò vi prego: giovani, non leggete!

Tra i vostri libri ho amato molto la Metamorfosi di Kafka a fumetti, questo tipo di libri rendono meno ostico l'approccio alla letteratura più impegnata. La Npe proporrà anche in futuro pubblicazioni simili?

Non ho idea di cosa sia la letteratura impegnata. Forse intendi politicamente? Civilmente? Mi sfugge. Se intendi invece "letteratura classica", come accennavo prima, io la amo alla perdizione, per cui, certo, ne proporremo continuamente. Non credo sia ostico l'approccio alla letteratura classica, e non credo che la lettura di un graphic novel possa in qualche modo sostituire la lettura dell'opera classica in sé. Ma se come invito alla lettura funziona, ne sono davvero felice. Questi fumetti sui grandi classici non nascono per invitare alla lettura dei grandi classici, né tantomeno per sostituirsi ad essi in qualche modo. Nascono per il troppo amore verso Kafka, verso Dostoevskij. Come quanto ti innamori e vuoi gridarlo a tutti. Così noi lavoriamo a queste opere!

Per concludere, vorrei chiederle di dare un consiglio a quanti intendono provare a fare della scrittura il mestiere della loro vita.

Il consiglio è ben preciso, ed è il seguente. Se volete fare gli scrittori di opere immortali che nessuno leggerà mai, sono felice per voi e lo dico senza ironia. Scrivere per sé stessi è meraviglioso. Se invece volete che qualcuno vi legga, prima di cominciare dovete sapere che "scrivere" è meno di metà dell'opera. Poi bisogna farsi conoscere, ed è una cosa orribile se si è degli umili, timidi scrittori. Per farti conoscere sei costretto a proporti, a parlare di te, delle tue opere, a imparare i social, il marketing... in qualche modo sei costretto a prostituirti. Ed è estremamente difficile essere contemporaneamente vergini e prostitute. Spesso una delle due personalità finisce per uccidere l'altra. Perciò valutate bene, prima di cominciare, tenendo presente che scrivere non basta.

 

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Alessia Paragone

Alessia Paragone

Laureata in Materie letterarie presso l'Università degli studi de L'Aquila, docente presso l'Istituto Comprensivo Santa Chiara Pascoli Altamura di Foggia, giornalista pubblicista dal 1996.Ha collaborato e scritto per numerose testate locali e nazionali specializzate nel settore fumetto. Tra le sue passioni il mondo delle nuvole parlanti e l'arte come fuga dalla normalità.

 

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