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Le nuvole parlanti

Nella mente di Diabolik, a Matera: a tu per tu con Giuseppe Palumbo, uno dei più grandi disegnatori italiani

Lo ammetto, la prima volta che ho visto Diabolik disegnato da Giuseppe Palumbo ho avuto un attimo di straniamento. Del resto, quelli della mia (ormai veneranda) generazione sono cresciuti con la grafica di Facciolo e Zaniboni, che tra l'altro è anche quella usata nei prodotti destinati al merchandise; era quindi normale un minimo di traballamento.

Nella mente di Diabolik, a Matera: a tu per tu con Giuseppe Palumbo, uno dei più grandi disegnatori italiani

Giuseppe Palumbo

Mai avevo visto tante emozioni trasparire dal volto del nostro diaboliko antieroe, prima degli albi disegnati da Palumbo, perché questa è la forza del disegno del bravissimo artista materano: i suoi personaggi sono talmente veri da sembrare tridimensionali.

Adesso però è il momento di parlare del  Palumbo uomo, non solo del disegnatore di indubbio talento. Nasce e vive a Matera, una delle città più belle e importanti del nostro Paese. La sua è una formazione classica, a differenza di altri suoi colleghi che hanno fatto studi artistici, il suo primo sogno è stato quello di diventare archeologo ma, per fortuna di noi fan, ben presto si è reso conto che apparteneva al mondo del fumetto. E di giornalini ne ha letti tanti Giuseppe Palumbo, affascinato soprattutto dagli albi della Corno, Alan Ford, il Gruppo Tnt, ma anche dai supereroi americani, all'epoca molto in voga tra i ragazzini. Palumbo non è legato solo ai fumetti seriali, nel corso della sua ricca e articolata carriera  ha collaborato con alcuni tra i più importanti scrittori italiani, ne è un esempio “Tomka - il gitano di Guernica" con Massimo Carlotto, dedicandosi anche a produzioni indipendenti e di notevole rilevanza come "Pasolini 1964 - oltre Matera e il Mediterraneo". Da fan nutro un desiderio, quello di vederlo alle prese con Dylan Dog, altro personaggio iconico del fumetto italiano, ma temo resterà solo un sogno… 


Qual è il tuo primo ricordo legato ai fumetti?

Essendo classe '64, leggevo soprattutto i fumetti della Corno, Alan Ford, mi ricordo il numero 5 di Capitan America, è rimasto fermo nella memoria, mi ha colpito più di tutti. In quel periodo, da ragazzo se non leggevi fumetti dovevi solo giocare a pallone. Ho letto valanghe di giornalini dai Tiramolla a Geppo, il Corriere dei ragazzi, che mi ha permesso di conoscere grandi autori come Hugo Pratt, ma anche il Giornalino con Gianni De Luca.

All'epoca Matera, la tua città di origine, era già così importante?

In quel periodo Matera era borderline. Per una fascia alta di gente di cultura, la mia città era un punto di riferimento importante, era al centro di un dibattito politico forte per lo svuotamento dei Sassi, c'era l'attenzione di intellettuali, nel solco di pensieri di artisti come Carlo Levi, che ne recuperavano l'aspetto umano, non era ancora nota ai più e per altri era una ferita aperta del dopoguerra, una vergogna nazionale e basta (n.d.r. Nel 1948, dopo la denuncia di Carlo Levi in “Cristo si è fermato ad Eboli”, il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti in visita a Matera definì le condizioni degli abitanti nei Sassi una “vergogna nazionale”. Dopo di lui arrivarono i progetti di Adriano Olivetti e la Legge speciale di Alcide De Gasperi.)

Come sei riuscito ad affermarti nel campo del fumetto partendo da un luogo così lontano da città come Milano dove avevano sede le due più importanti case editrici di settore: la Bonelli e la Astorina?

Sono una capatosta! All'epoca non c'erano telefonino, e-mail e social, ma non mancavano occasioni per fare comunità; anzi, la voglia di fare progetti insieme c'era tutta. Mi ricordo che gli inizi per me partirono attraverso la lettura delle riviste di fumetto, su quelle avevo trovato il modo di partecipare a concorsi nazionali. In occasione del concorso di Prato, organizzato da Euracomix, non fui premiato ma venni messo in mostra ed ebbi l'occasione di conoscere Sebastiano Vilella ed altri disegnatori bravi del Sud. Appena ne ebbi opportunità, andai a Bari, ma prima mi recai alla Sip di Matera per cercare l'indirizzo di casa Vilella e ci mettemmo in contatto. Nacque un'amicizia che dura tuttora. Ci mettemmo in evidenza tra gli autori italiani e fummo invitati a partecipare a mostre e eventi, iniziammo anche a pubblicare su Frigidaire.Tieni conto che almeno una volta al mese si prendeva il treno per Bologna o per Roma.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Ho studiato al Liceo classico di Matera e poi mi sono laureato in Lettere antiche con indirizzo archeologico; io e Vilella eravamo compagni di università. La mia idea da ragazzo era di fare l'archeologo, forse per questo mi sento più attratto da Martin Mystère piuttosto che da Dylan Dog.

Non nego che mi piacerebbe molto leggere una storia di Dylan disegnata da te...

C'è mancato poco! Avevo da pochissimo iniziato su Frigidaire e Mauro Marcheselli mi scrisse una lettera dicendo che voleva fare il mio nome alla Bonelli per Dylan. Eravamo i nuovi autori di punta, innovativi, forse per questo pensavano che il nostro stile poteva andare bene, ma non fu così. Comunque per me non fu un problema, all'epoca avevo altre velleità e capacità e solo dopo anni ho disegnato Martin Mystere che mi interessava di più, me lo sentivo più vicino.

Come è arrivato Diabolik?

Tramite Alfredo Castelli. Il remake del numero 1 era stato scritto appunto da Castelli, su sceneggiatura originale delle sorelle Giussani, cercava un disegnatore adatto e a Gomboli piacque il mio lavoro.

Hai realizzato anche “Eva Kant quando Diabolik non c'era” e devo dire che ho apprezzato la molteplicità di espressioni che riesci a dare ai personaggi. Non avevo mai visto una Eva così emotiva e "umana". 

Ho lavorato molto sull'espressività dei personaggi, cercando di renderli meno statici. Il Diabolik che disegno ha una gamma di espressioni che, forse, erano un po' ferme, bloccate, io ho reso il recitativo più espressivo.

Hai fatto un libro su Escobar, ti piacciono i cattivi?

Diciamo che gli animi inquieti mi attirano. L'ultimo libro che ho fatto è la biografia di uno scultore italo-svizzero, Vincenzo Veia, quindi un artista, ma irrequieto, per esempio aveva partecipato al Risorgimento.

Un libro che non vedo l'ora di leggere è "I cruschi di Manzù", mi piacerebbe parlarne… 

Nel libro "I cruschi" abbiamo parlato di Manzù, anzi in questo caso la storia parla della realizzazione della Porta della Morte per la Basilica di San Pietro, un lavoro che per molti anni ha dovuto subire le angherie della intellighenzia vaticana, perchè lo scultore era un artista comunista. Anche in questo caso c'è una forte contraddizione… sempre fumetti per cattivi soggetti! 

Sei tra i disegnatori più importanti e apprezzati di Diabolik, ne eri un lettore? 

Non ero un grande frequentatore della serie, non mi interessavano le storie, mi piacevano altre letture, soprattutto Magnus.

Come hai affrontato il lavoro su Diabolik? 

Con spirito reverenziale, non essendo super fan mi rendevo conto della grande occasione offerta per disegnare un'icona della cultura italiana, non capita spesso, il numero 1 poi… è stato necessario un bell'impegno e molto studio. Mi sono messo a studiare tutti gli aspetti che avrei potuto sviluppare in meglio. L'idea all'epoca era di fare solo quell'albo e basta, poi pensavo sarei tornato su Martin. Forse per questo motivo in quell'occasione feci uno studio superiore. Vidi che l'albo originale era affrettato nella scenografia, pertanto mi sono state necessarie una ricchissima documentazione per realizzarlo, ho usato riviste, film e libri fotografici dell'epoca, ovviamente avevo dato uno sguardo anche al personaggio disegnato da Zaniboni e Facciolo, miei predecessori. Alla fine l'albo è stato un successo, piaciuto all'editore soprattutto per il risultato qualitativo. Da lì è partita l'idea di entrare in maniera stabile su il grande Diabolik. Quindi tutto il lavoro per quell'occasione mi è stato utile per gli albi a seguire.

Secondo te perché Diabolik ha ancora tanto successo? 

Il personaggio funziona perché si aggancia ad una psicologia abbastanza comune a tutti, il suo punto di forza non è l'aspetto violento, ma il fatto che è mosso dal desiderare intensamente l'oggetto del suo agire, dal gusto per la sfida. Diabolik è un vincitore. Poi è un personaggio sfaccettato, non è solo un vincente, penso alla sua storia personale, al non conoscere la sua reale identità. Sapere che anche lui ha una ferita aperta, una componente irrisolta, ce lo avvicina di più. 

Parliamo del tuo rapporto con gli sceneggiatori. Il vostro è un lavoro di team, è necessario trovare intesa. Ti capita mai di prendere "licenze stilistiche"? 

Sono molto fortunato, le sceneggiature su cui ho lavorato sono ben fatte, ben strutturate e precise, contestualizzate. Nelle rare volte in cui non sono stato d'accordo mi hanno dato ascolto. Mi sento autore, oltre che disegnatore, spesso mi concedono delle libertà, di fare mia la sceneggiatura, non migliorarla intendiamoci, ma interiorizzarla, perchè sanno che evidentemente questo meccanismo di mia adesione alla storia la rende più efficace.

Un esempio? 

Prendiamo il Diabolik speciale del 2009, c'era questo personaggio, Natasha,la prima compagna del nostro criminale, nella sceneggiatura originaria era un po' troppo anni '40, stile Gloria Swanson (L'attrice protagonista di "Viale del tramonto", n.d.r.) con caratteristiche troppo agée, diverse dalla cronologia delle storie in quel periodo. Ho immaginato invece una dark lady anni '60, per la sua abitazione mi sono ispirato ad una villa di Alvar Aalto, nella provenza francese e non ad una hollywoodiana. Ho sostituito la scala con una più moderna e a lei, invece del pianoforte, ho fatto suonare il violoncello, che tra l'altro è più sexy. La mia proposta fu accolta sia da Gomboli che da Faraci e ha funzionato, anzi, quando l'albo è uscito in Francia l’architetto che aveva restaurato la villa di Aalto ha fatto i complimenti all'editore.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Intanto sto lavorando al nuovo grande Diabolik, poi su autoproduzioni come il libro di Pasolini uscito l'anno scorso. Scritto da Maurizio Camerini e Alessandro Manna, fa parte della collana Action 30, Collettivo di cui faccio parte dal 2006. Le foto sono di Mimi Notarangelo, c'è un omaggio di Silvio Cadeio. In “Pasolini 1964 oltre Matera e il Mediterraneo” prendiamo in esame aspetti come la trasformazione di Matera da importante luogo di dibattito politico e culturale a capitale del turismo culturale e il flusso migratorio, a partire dalla poesia di Pasolini "Profezia".

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Alessia Paragone

Alessia Paragone

Laureata in Materie letterarie presso l'Università degli studi de L'Aquila, docente presso l'Istituto Comprensivo Santa Chiara Pascoli Altamura di Foggia, giornalista pubblicista dal 1996.Ha collaborato e scritto per numerose testate locali e nazionali specializzate nel settore fumetto. Tra le sue passioni il mondo delle nuvole parlanti e l'arte come fuga dalla normalità.

 

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