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‘Vomitano per mangiare, mangiano per vomitare’, la bulimia nell’antica Roma

Un’abitudine sui generis molto diversa dal disturbo che caratterizza la società attuale

‘Vomitano per mangiare, mangiano per vomitare’, la bulimia nell’antica Roma

[...] Per questo motivo ricorrevano alla pratica di indursi il vomito al solo scopo di far entrare altro cibo (!) e ricominciare a mangiare e bere in maniera godereccia. Tale pratica, come potete ben intuire, è molto diversa dalla bulimia attuale che ha origini in una patologia...

Insieme all’anoressia la bulimia è uno dei ‘disturbi’ più pericolosi inerenti all’alimentazione; eppure quest’ultima è più difficile da riconoscere perché chi ne è affetto sia cerca di mantenere una certa segretezza sia solitamente è caratterizzato il più delle volte da un peso normale. La parola bulimia deriva dal greco e letteralmente vuol dire “fame da bue” (da βοῦς = bôus, "bue", e λιμός = limós, "fame") in virtù del fatto che chi ne è colpito mangia con una voracità sfrenata e in quantità sproporzionate, per poi addursi il vomito per evitare di assimilare il cibo ingerito e ingrassare. Certamente, come evidenziato da numerosi studi medici, alla base di questo disturbo ci sono problemi di natura psicologica e socio-familiare; lungi da noi addentrarci in questioni mediche, che già hanno una attenta e puntuale bibliografia scientifica di riferimento, parleremo oggi di un ‘disturbo’ simile che caratterizzava gli antichi Romani ma con caratteristiche ben diverse. La bulimia esisteva nell’antica Roma? Ebbene non come patologia bensì come pratica. Intendo alludere all’insana e quanto mai bizzarra abitudine dei banchetti romani, dove vigeva l’ostentazione del cibo. Un esempio è la descrizione che ci dà Petronio, nel romanzo “Satyricon”, in una scena nota come “cena di Trimalchione”: «Ecco giungere un vassoio, nel quale era acconciato un cinghiale di eccezionale grandezza, e per giunta con tanto di berretto, mentre dai denti gli pendevano due sportelle fatte di foglie di palma, l’una piena di datteri freschi della Caria, l’altra di datteri secchi egiziani. Tutt’intorno, si stringevano dei porcellini piccolini, fatti di pasta croccante, come se si sforzassero di suggere alle mammelle, per far capire che si trattava di una scrofa. Anche quei porcellini furono distribuiti in dono […] E snudato un coltellaccio da caccia, inferse un violento colpo al fianco del cinghiale, facendo spiccare il volo ad uno stormo di tordi». Avete letto bene: tordi vivi chiusi all’interno della pancia del maiale cucinato, per non parlare del resto… uno spettacolo che andava oltre i limiti del buon gusto ma che – nella logica del padrone di casa – doveva ‘stupire’ i convitati oltre ogni limite. Qui si tratta di letteratura ma comunque il classico banchetto dei nobili era caratterizzato da eccessi di vino e cibo di ogni sorta, e dinanzi a tanto sfarzo gli ospiti non potevano sottrarsi: dovevano divorare di tutto e di più; per questo motivo ricorrevano alla pratica di indursi il vomito al solo scopo di far entrare altro cibo (!) e ricominciare a mangiare e bere in maniera godereccia. Tale pratica, come potete ben intuire, è molto diversa dalla bulimia attuale che ha origini in una patologia; anche il fatto di indursi volontariamente il rigetto del cibo non aveva nulla a che vedere con sensi di colpa e voglia di non ingrassare: era solo utile a poter continuare a mangiare, tanto che non era un mistero (lo facevano tutti e pubblicamente). Certamente tali eccessi erano criticati da chi, come il filosofo Seneca, era un saggio stoico, che arriva a dire con disprezzo: “vomunt ut edant, edunt ut vomant” = vomitano per mangiare, mangiano per vomitare (“Consolatio ad Helviam matrem” 10, 3). Orbene, per il nobile romano la ricchezza equivaleva al cibo e doveva essere direttamente proporzionale, di qui l’eccessivo ‘spreco’ che caratterizzava i banchetti. Si pensi che – secondo un aneddoto - l’imperatore Caligola per soddisfare le enormi esigenze di un banchetto da oltre 3000 invitati e dalla durata di dodici giorni, dichiarò un periodo di carestia chiudendo i granai e diminuendo la distribuzione di cibo, mentre la plebe a stento aveva qualcosa da mettere a tavola. Successivamente proprio per far fronte a questa pratica insana fu emanata (nel 115 a.C.) la Legge Licinia che fissava un limite alla spesa per ogni banchetto ma fu disattesa, tanto e tale era l’attaccamento dei Romani per la vita godereccia e per gli eccessi.

 

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Alba Subrizio

Alba Subrizio
«E quel giorno che ha potere solo sul mio corpo e su null’altro, ponga pure fine, quando vorrà, alla mia vita. Con la miglior parte di me volerò eterno al di sopra degli astri e il mio nome non si potrà cancellare, fin dove arriva il potere di Roma sui popoli soggiogati, là gli uomini mi leggeranno, e per tutti i secoli vivrò della mia fama…». Così Publio Ovidio Nasone conclude il suo capolavoro “Le Metamorfosi”; sulla scia del grande Sulmonese. E, allora, eccomi qui a raccontarvi di miti, eziologie e pratiche del mondo antico… che fanno bene anche oggi.

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